top of page

Search Results

Search this site

164 results found with an empty search

  • Qui Roma... Equinozio d’autunno sull’Appia Antica

    Qui da noi nell'emisfero nord questo momento segna l'inizio dell'autunno, mentre in Australia, nell'emisfero sud, accade esattamente il contrario: comincia la primavera. Non si tratta di una data scelta convenzionalmente sul calendario, l'equinozio è un preciso evento astronomico che corrisponde all'istante nel quale il sole attraversa l'equatore celeste passando dall'emisfero settentrionale a quello meridionale. Non è una giornata intera ma un istante preciso: in quel momento i suoi raggi illuminano i due emisferi in modo quasi identico e la durata del giorno si avvicina a quella della notte. Del resto, il termine equinozio deriva dal latino aequus (uguale) e nox (notte). È domenica mattina ed è per questo che oggi sono qui sull’Appia Antica, ma non sembra che l’autunno tenga conto dell’equinozio... è una bella giornata di cielo limpido con la temperatura estiva di un’estate normale, non torrida come quella che abbiamo avuto quest’anno. La condizione perfetta per godere di questo paesaggio surreale, fuori dal tempo e dal caos della capitale. L’antica Via Appia, con tutto l’immenso patrimonio storico-archeologico e paesaggistico ad essa legato, dal 1988 è parco archeologico protetto e dal 2024 patrimonio UNESCO (questo argomento meriterà in seguito un approfondimento a parte). In questo specifico momento sono qui per l’apertura straordinaria di un monumento affascinante e “magico”. Al quarto miglio dell’Appia Antica, c’è uno dei sepolcri più interessanti di tutto il tracciato: il cosiddetto Mausoleo degli Equinozi, una tomba a tumulo databile al II secolo a.C. con volta a botte che copre la camera funeraria, alta 7 metri su un diametro di 14, giunta a noi straordinariamente integra. La particolarità che rende unico questo sepolcro è il suo preciso orientamento astronomico. Esclusivamente nei giorni degli equinozi di primavera (20-21 marzo) e d'autunno (22-23 settembre), il sole raggiunge la perfetta inclinazione sull'orizzonte per penetrare perpendicolarmente nell’apertura a bocca di lupo sulla parete di fronte all’ingresso e il raggio di luce penetra nell’oscurità andando ad illuminare esattamente il centro della pavimentazione della camera funeraria. La luce entra tutti i giorni dalle tre aperture, ma solo negli equinozi colpisce il centro del pavimento, dove si trovava il defunto. Il “bacio del sole” programmato per “toccare la morte” nel buio del sepolcro. Di lui e della sua famiglia non è stato possibile conoscere il nome... il sepolcro resta quindi legato unicamente a questa sua caratteristica astronomica. La luce solare qui viene sfruttata non come semplice elemento di illuminazione, ma come un preciso orologio astronomico e strumento teologico. Si incontrano qui la scienza etrusca della divinazione e la sapienza architettonica romana, entrambe incentrate sull’osservazione del cielo e del ciclo solare. Il legame con gli equinozi non è casuale: nell'antichità romana, il momento in cui il giorno e la notte avevano la stessa identica durata (equilibrio del cosmo) coincideva con i riti connessi al culto dei morti e alla fertilità della terra, in una profonda relazione simbolica tra il ciclo cosmico, la rigenerazione della natura e la memoria dei defunti. Nel momento esatto in cui il sole raggiungeva i punti cardine dell'anno, nell’equilibrio tra notte e giorno, in questa sorta di perfezione, si legava la memoria del defunto al ciclo eterno del Sole. In un dualismo simbolico tra luce e tenebre il raggio punta dritto al centro del pavimento della cella funeraria, simboleggiando una connessione diretta tra il cielo (il divino) e la terra (la tomba). Il rapporto con il sole dà speranza e dà vita. Questo sole che ogni giorno sale e scende, l’eternità di questo cerchio, riprende l’eternità della possibilità di vivere oltre la morte. Il rapporto con la volta celeste e i fenomeni atmosferici i popoli antichi lo hanno avuto sempre, a tutti i livelli e in tutti i momenti. Poi, in base alla loro conoscenza scientifica lo hanno potuto decodificare in modo diverso. Il rapporto con il sole, gli astri e l’avvicendarsi delle stagioni, tutta la religione romana, greca ed etrusca si basa su questi cardini. Tutta la vita dell’uomo si conformava all’avvicendarsi stagionale con il lavoro, l’attività della terra e anche politica. C’era l’ascolto e il rispetto seguendo e assecondando i cicli della natura, cosa che noi abbiamo ribaltato fino a distruggere. Questo sepolcro, mirabile esemplare di archeoastronomia (architettura posizionata) con il fenomeno che si genera all'interno, segue regole geometriche e astronomiche precisissime. I romani non erano forti nelle scienze e dove non arrivavano si appoggiavano ad altri. La tradizione di scienziati era egiziana, quindi si basavano sui calcoli di scienziati orientali, spesso alessandrini. Alla corte degli imperatori spesso ci sono astrologi stipendiati (la scienza dell’astronomia e la credenza dell’astrologia nell’antichità si sovrappongono). Il centro del pavimento del sepolcro, dove arriva il raggio di sole, doveva essere in connessione con la partizione sacra dello spazio terreno e celeste; qui è posta una mappa – con scritte in latino e in etrusco, importando questo tipo di speculazione proprio dalla religione etrusca – che rappresenta come i romani pensavano che fosse divisa la terra, speculare alla divisione celeste, definendo i quartieri celesti e terrestri usati per interpretare i segni degli dèi: pars antica (sud) e pars postica (nord), pars hostilis (ovest) sfavorevole (il sole muore) e pars familiaris (est) favorevole (il sole sorge), con le relative divinità celesti ed infernali, propizie od ostili. Perché questa tomba lungo la strada più importante della Roma antica? La Via Appia era considerata dai Romani la regina viarum (regina delle strade). Con i suoi 500 km è universalmente ritenuta, in considerazione dell'epoca in cui fu realizzata (fine IV – III sec. a.C.), una delle più grandi opere di ingegneria del mondo antico e per l'enorme impatto economico, militare e culturale che ha avuto sulla società romana nel collegare Roma a tutto il Mediterraneo. L’Appia era disseminata di tombe lungo tutto il ciglio stradale, mantenendo nei secoli l’aspetto più caratteristico del rapporto dei Romani con i defunti. Sarebbe un po’ come se il nostro raccordo anulare, la maggiore via di comunicazione urbana, fosse accompagnato da tombe a destra e sinistra... Il nostro rapporto con i morti è diverso, non devono stare insieme a noi, questo contatto continuo per noi sarebbe un po' schiacciante, mentre per i Romani era assolutamente fondamentale su tutte le strade. Le nostre aree cimiteriali sono esterne e spesso lontane dalla città, quindi ci si va raramente. Per i Romani antichi questo era inconcepibile, i morti dovevano stare insieme ai vivi. Cicerone lo ripete spesso: “la vita dei morti è posta nella memoria dei vivi”. Se qualcuno ti ricorda sempre, continuamente, non muori mai; questo vale anche per noi, ma lo circoscriviamo alla memoria delle persone che ci hanno conosciuto, a meno che non siamo personaggi pubblici, ma quando amici e parenti non ci saranno più la memoria di noi si estinguerà. Inconcepibile per i Romani, per i quali essere ricordati era l’unica speranza di salvezza e di vita eterna. Se i morti fossero separati e lontani dai vivi non ci sarebbe questo contatto. Sulla Via Appia i morti sono insieme ai vivi che vanno a passo d’uomo (a piedi o con carri) ed hanno quindi il tempo di guardare le tombe a destra e sinistra e di leggere le iscrizioni, che spesso si rivolgono al passante: “tu che passi su questa strada fermati un attimo ricordati che io mi chiamavo così, avevo... anni, mia moglie/marito si chiamava così..., avevo questi figli, facevo questo lavoro...” in questo incontro fugace in cui il vivo leggeva il nome del morto e questo veniva ricordato, in questo mutuo scambio, il morto si assicurava che la sua memoria avrebbe continuato ad esistere. Perché l’apertura del sepolcro è straordinaria? L’Appia Antica è un’area che fondamentalmente ancora oggi è prevalentemente privata. Si può passeggiare sulla strada ma non accedere all’interno, entrare in una proprietà privata è qualcosa di raro. All’inizio era tutta campagna e non c’era nulla, nel secondo dopoguerra è diventata luogo di ville, di attori e personaggi importanti, in presenza e anche compresenza delle tombe. Questo sepolcro era tutto coperto quando la proprietà è stata acquistata a fine ‘800 da una famiglia i cui eredi oggi sono impegnati nel recuperare il reperto con una serie di interventi e nel poterlo aprire al pubblico. È un onore ma anche un grande onere. Questo luogo ha affascinato viaggiatori, studiosi e artisti per secoli. Nel ‘700 il paesaggista Carlo Labruzzi realizzò un acquerello in seppia che raffigura l'interno del mausoleo, all'epoca utilizzato dai pastori per il ricovero delle greggi, mentre il grande architetto e incisore Giovan Battista Piranesi si fermò qui e ne studiò la struttura con attenzione. Sulle pareti erano ancora visibili frammenti di intonaco dipinto, che lasciavano intuire come la camera fosse un tempo decorata con raffinati affreschi; ne disegnò un accurato rilievo, contribuendo a far conoscere questo gioiello nascosto agli studiosi di tutta Europa; entrambi sono custoditi al British Museum di Londra. Questo luogo ha affascinato anche me... che con mezzi moderni ve lo racconto in questo caldo equinozio d’autunno di 2200 anni dopo. Per saperne di più: https://www.parcoappiaantica.it/visitare-il-parco/ Crediti fotografici: Si ringrazia per alcune immagini: https://muviappia.it/labruzzi-mausolei-lungo-lappia-antica/

  • Angolo della Poesia: Mario Luzi, "Le ultime parole di Antigone"

    Care amiche e cari amici, oggi vi accompagno con piacere a fare la conoscenza di Mario Luzi, nato a Sesto Fiorentino nel 1914 e morto nel 2005, pochi mesi dopo essere stato nominato senatore a vita. Luzi è stato uno dei grandi poeti italiani del Novecento, una figura centrale dell’Ermetismo fiorentino e, allo stesso tempo, uno degli autori che più radicalmente hanno trasformato quella stagione. La sua poesia parte da una lingua alta, rarefatta, concentrata sul mistero dell’esistenza, e negli anni si apre sempre di più alla storia, al dialogo, al conflitto, alla materia instabile del presente. La parola, per Luzi, nasce nel confronto tra voci diverse, registra una coscienza mentre cerca di comprendere ciò che le accade. Il teatro occupa un posto importante in questa ricerca. A Luzi interessa il momento in cui una voce prende corpo e diventa posizione morale, responsabilità, resistenza. Nella raccolta "Parlate", pubblicata da Interlinea nel 2003, affida la parola a personaggi collocati davanti a una frattura della storia o della coscienza. Tra loro compare una moderna Antigone. Di Antigone avevo scritto anch’io qualche tempo fa, in occasione della rappresentazione della tragedia di Sofocle al Teatro Greco di Siracusa. È uno dei personaggi più sconvolgenti che la cultura occidentale ci abbia consegnato. Una ragazza giovanissima che si oppone al decreto di Creonte e seppellisce il fratello Polinice, sapendo che quel gesto le costerà la vita. Non agisce perché ignori la legge. La conosce perfettamente e decide che esiste un limite oltre il quale obbedire significa tradire qualcosa di essenziale. Nella poesia di Luzi, Antigone ha già oltrepassato quel conflitto. Creonte può condannarla, imprigionarla, sottrarle il futuro. Lei gli risponde annunciando una forma di esistenza sulla quale il sovrano non possiede alcuna autorità: Non mi avrai, Creonte, né domata né persuasa. Luzi sceglie due verbi precisi. "Domare" appartiene alla forza: spezzare una volontà, renderla docile. "Persuadere" riguarda il consenso: portare qualcuno a riconoscere come giusta la ragione di chi comanda. Creonte fallisce in entrambi i casi. Può ottenere l’obbedienza del corpo soltanto uccidendolo; non riesce a conquistare la coscienza di Antigone e non riesce a trasformare la propria violenza in una verità condivisa. Da quel momento la prigionia cambia luogo. Antigone annuncia che entrerà nel recinto di Creonte, si insinuerà nei suoi pensieri, nel sonno, nel midollo delle sue decisioni. Il sovrano aveva stabilito chi dovesse rimanere fuori dalla città, fuori dalla legge, perfino fuori dal diritto alla sepoltura. Ora sarà lui a non poter più difendere i propri confini. La persona che voleva cancellare abiterà la parte più segreta del suo potere. L’immagine più esatta scelta da Luzi è quella della lima. Antigone sarà per Creonte una lima di dubbio e di rimorso. La lima non abbatte con un colpo e non produce un gesto spettacolare. Consuma lentamente. Intacca la superficie compatta delle convinzioni, apre un’incrinatura, continua a lavorare anche quando nessuno la vede. Il dubbio diventa la vendetta più rigorosa contro un potere che si ritiene infallibile, perché lo obbliga a convivere con la possibilità di avere torto. Antigone non vuole essere ricordata. Il ricordo potrebbe essere celebrato, neutralizzato, trasformato in monumento. Lei promette un’azione continua. Sarà presente ogni volta che Creonte compirà un gesto di arbitrio, ogni volta che chiamerà legge la propria volontà, ogni volta che cercherà nel ruolo che ricopre l’assoluzione per ciò che ha fatto. La sua voce non gli permetterà più di coincidere interamente con l’immagine che ha di sé. Il potere di Creonte dipende dalla possibilità di pronunciare l’ultima parola. Luzi lascia quell’ultima parola ad Antigone. La condannata esce dalla scena, ma porta con sé la certezza del sovrano. Da quel momento ogni sua decisione conterrà anche la voce che aveva tentato di sopprimere. Mai ti libererai di me. LE ULTIME PAROLE DI ANTIGONE Non mi avrai, Creonte, né domata, né persuasa. Ti sguscerò tra le ombre dei pensieri, troverai la spada dei miei implacabili argomenti conflitta nel midollo delle tue risoluzioni, sarò entrata dentro il tuo recinto. Mi avrai come una lima di dubbio e di rimorso, nel sonno e in ogni gesto di arbitrio e di potere. Mai ti libererai di me. Mario Luzi, Le ultime parole di Antigone, da "Parlate", Interlinea, 2003.

  • La ricetta del mese: Arancine siciliane

    Alcune ricette le impariamo in famiglia, altre invece arrivano da persone che incontriamo lungo la strada. È il caso di queste arancine, la cui ricetta mi è stata regalata da Stefania Zaami, siciliana e Vicepresidente ad honorem di NIAWA, che ho conosciuto qui a Sydney. Stefania custodisce naturalmente una ricca tradizione culinaria e, tra una chiacchiera e l’altra, ha condiviso con me la ricetta delle arancine che prepara in casa. È una versione ricca e generosa, con ragù, piselli, pancetta, prosciutto cotto e mozzarella, racchiusi nel riso allo zafferano e avvolti da una doppia panatura che, dopo un passaggio in frigorifero, diventa particolarmente croccante durante la frittura. Le arancine sono uno dei grandi simboli della cucina siciliana e dello street food dell'isola. La loro forma, il colore dorato e il ripieno cambiano a seconda delle tradizioni locali e familiari, ma rimane sempre la stessa idea: un piccolo scrigno di riso che racchiude un ripieno saporito e che viene fritto fino a diventare dorato e croccante. E mi piace che questa ricetta arrivi proprio da Stefania, qui a Sydney. Perché la cucina italiana all’estero è anche questo: un modo per mantenere vive le tradizioni, condividerle e farle viaggiare ancora un po’ più lontano da casa. Ingredienti per circa 8-10 arancine Per il riso 500 g di riso circa 1,2 l di brodo 1 bustina di zafferano 50 g di burro 80 g di Parmigiano grattugiato sale Per il ripieno 250 g di carne macinata 200 g di piselli 300 g di passata di pomodoro 1 cipolla piccola 50 g di pancetta, tagliata a dadini molto piccoli 50 g di prosciutto cotto, tagliato a dadini molto piccoli 100 g circa di mozzarella ben sgocciolata, a pezzetti olio extravergine d'oliva sale e pepe Per la panatura farina acqua pangrattato olio di semi per friggere Preparazione Per prima cosa preparate il riso. Cuocetelo nel brodo e aggiungete lo zafferano durante la cottura. Dovrà essere ben cotto ma piuttosto asciutto, perché dovrà poi essere lavorato con le mani. A fine cottura aggiungete il burro e il Parmigiano, mescolate bene e lasciate raffreddare completamente. Nel frattempo preparate il ripieno. Fate appassire la cipolla in poco olio, aggiungete la pancetta a dadini e lasciatela insaporire. Unite la carne macinata e fatela rosolare bene, quindi aggiungete la passata di pomodoro e i piselli. Lasciate cuocere lentamente fino a ottenere un ragù piuttosto denso. Quando il sugo è pronto, aggiungete il prosciutto cotto tagliato a dadini piccoli. Regolate di sale e pepe e lasciate raffreddare. Quando riso e ripieno saranno freddi, potete formare le arancine. Prendete una porzione di riso e appiattitela sul palmo della mano. Mettete al centro un po' di ragù e qualche pezzetto di mozzarella, quindi richiudete con altro riso, dando all'arancina la sua forma e compattandola bene. A questo punto arriva un piccolo segreto della signora che mi ha dato la ricetta: la prima panatura si fa passando l'arancina nella farina e poi nel pangrattato, senza immergerla nell'uovo. Una volta panate tutte, le arancine vanno messe in frigorifero per circa un'ora. Questo passaggio permette di compattarle e rende più facile la seconda panatura. Trascorsa l'ora, si ripassano nuovamente prima nella farina e poi nel pangrattato, facendo aderire bene la panatura su tutta la superficie. Infine si friggono in abbondante olio di semi ben caldo, fino a quando saranno belle dorate e croccanti. Scolatele e lasciatele riposare qualche minuto su carta assorbente prima di servirle. Il risultato è quello che ci si aspetta da una buona arancina: croccante fuori, morbida dentro, con il riso allo zafferano e un ripieno ricco e saporito. E questa volta, più che una semplice ricetta, mi piace pensare che sia una piccola storia di cucina italiana a Sydney. Perché le ricette, come le persone, quando viaggiano non smettono di appartenere al luogo da cui arrivano. Continuano semplicemente il loro viaggio, passando da una cucina all'altra, da una mano all'altra, e qualche volta incontrano qualcuno dall'altra parte del mondo disposto a custodirle e a rifarle.

  • Grammatica in musica: Jovanotti, Alfa – "Buon vento" (B1)

    Buon vento – Scheda di lavoro 1. Prima dell'ascolto – Le parole del viaggio Abbina ogni parola alla definizione corretta. Parola Definizione 1. la vela a. Forte vento e pioggia 2. il porto b. Tessuto che permette alla barca di muoversi 3. la tempesta c. Luogo dove arrivano e partono le barche 4. l'orizzonte d. Linea dove sembrano incontrarsi cielo e mare 5. affrontare e. Trovare il coraggio di vivere una situazione 2. Comprensione generale Ascolta la canzone una volta. Scegli la risposta corretta. La canzone parla soprattutto di... □ una storia d'amore. □ affrontare la vita con coraggio. □ fare un viaggio in barca. Il tono della canzone è... □ triste. □ incoraggiante. □ arrabbiato. Il messaggio principale è che... □ bisogna evitare i problemi. □ i cambiamenti fanno parte della vita. □ è meglio restare sempre nella propria zona di comfort. Lessico – Metafore Le espressioni non parlano davvero del mare. Che cosa significano? Espressione Significato Aprire le vele _____________________________ Attraversare una tempesta _____________________________ Cambiare rotta _____________________________ Arrivare in porto _____________________________ Lasciarsi il maltempo alle spalle _____________________________ Grammatica – Futuro semplice Domani io __________ (partire) con più coraggio. Noi __________ (affrontare) ogni difficoltà. Tu non __________ (avere) paura. I sogni ti __________ (portare) lontano. Voi __________ (scegliere) la vostra strada. 5. Grammatica – Congiuntivo presente Completa con il verbo corretto. Spero che tu __________ (trovare) il tuo percorso. È importante che noi __________ (credere) nei nostri sogni. Penso che lui __________ (potere) farcela. Mi auguro che voi __________ (essere) felici. Voglio che tutti __________ (seguire) i propri desideri. 6. Grammatica – Pronomi diretti e indiretti Sostituisci le parole evidenziate. Esempio Do un consiglio a Marco → Gli do un consiglio. Racconto la mia esperienza ai miei amici. ............................................. Saluto Francesca. ............................................. Porto un regalo ai miei genitori. ............................................. Ascolto questa canzone. ............................................. Scrivo una mail a Luca. ............................................. 7. Grammatica – Periodo ipotetico della realtà (se + presente, presente/futuro) Se hai paura, __________________________. Se trovi il coraggio, _____________________. Se il tempo migliora, _____________________. Se ascolti il tuo cuore, ___________________. Se lavori con costanza, __________________. ------------------- Soluzioni 1. Prima dell’ascolto – Le parole del viaggio la vela /b il porto /c la tempesta /a l’orizzonte /d affrontare /e 2. Comprensione generale La canzone parla soprattutto di → affrontare la vita con coraggio. Il tono della canzone è → incoraggiante. Il messaggio principale è che → i cambiamenti fanno parte della vita. 3. Lessico – Metafore Aprire le vele - Essere pronti a partire / iniziare qualcosa di nuovo Attraversare una tempesta - Affrontare un momento difficile Cambiare rotta - Cambiare direzione o fare una scelta diversa nella vita Arrivare in porto - Raggiungere un obiettivo / arrivare alla fine di un percorso Lasciarsi il maltempo alle spalle - Superare le difficoltà e andare avanti 4. Grammatica – Futuro semplice Partirò affronteremo avrai porteranno sceglierete 5. Grammatica – Congiuntivo presente trovare → trovi credere → crediamo potere → possa essere → siate seguire → seguano 6. Grammatica – Pronomi diretti e indiretti Gli racconto la mia esperienza. La saluto. Gli porto un regalo. La ascolto. Gli scrivo una mail. 7. Periodo ipotetico della realtà – Possibili risposte Se hai paura, puoi chiedere aiuto. Se trovi il coraggio, affronterai nuove esperienze. Se il tempo migliora, partiremo. Se ascolti il tuo cuore, troverai la tua strada. Se lavori con costanza, raggiungerai i tuoi obiettivi.

  • La ricetta del mese: La scarpaccia

    La scarpaccia nasce come piatto povero della tradizione contadina della Versilia, ideato per utilizzare le zucchine in eccesso raccolte negli orti durante l'estate, in particolare le zucchine novelle, quelle piccole e tenere, meglio ancora se colte ancora con il fiore attaccato. È una ricetta "povera" nel senso più autentico del termine: pochi ingredienti semplici (zucchine, farina, zucchero, uova, olio, a volte latte) trasformati in un dolce rustico da forno, quasi una via di mezzo tra una torta e una frittata dolce. Il nome deriva dall'aspetto della torta: bassa, sottile, con i bordi che in cottura scuriscono fino ad assumere il colore del cuoio bruciato, ricordando appunto una vecchia suola di scarpa. Esiste anche una tradizione locale secondo cui il nome risalirebbe addirittura a Castruccio Castracani, il condottiero lucchese signore di un castello vicino al borgo di Colognora, anche se l'etimologia resta incerta. La scarpaccia è diffusa in tutta la Versilia, ma è dolce solo a Viareggio. Nei comuni limitrofi, a partire da Camaiore, la stessa torta di zucchine viene preparata salata, con sale, pepe e talvolta formaggio. A Viareggio, invece, prepararla salata era considerato quasi un peccato capitale, e la questione dolce-contro-salato è diventata nel tempo un piccolo simbolo di campanilismo locale: la scelta del sale poteva persino essere usata per suggerire, scherzosamente, la rozzezza dei vicini versiliesi. È un esempio piuttosto vivido di come il cibo tradizionale toscano si frammenti e si diversifichi anche fra paesi a pochi chilometri di distanza. Culturalmente, la scarpaccia si inserisce in quella piccola famiglia di dolci italiani ed europei che usano ortaggi al posto della frutta, un po' come la torta di carote, ma molto meno comune: in Italia l'uso delle zucchine in chiave dolce resta piuttosto raro e sorprende ancora oggi chi la assaggia per la prima volta, nonostante altrove in Europa (pensiamo alla tourte aux blettes nizzarda con le bietole) non manchino paralleli simili. Oggi la scarpaccia si trova nei forni e nelle pasticcerie di Viareggio tutto l'anno, ma la sua stagione "vera" resta la tarda primavera-estate, quando le zucchine novelle con il fiore sono al loro meglio, un'eco diretta della sua origine come ricetta stagionale legata all'orto. Ingredienti (dosi per circa 5 torte) • 4 uova • 500 g di zucchero • 800 g di latte • 100 g di olio extravergine di oliva • Vaniglia, q.b. • 600 g di farina • 1,2 kg di zucchine • 1 pizzico di sale Preparazione In una ciotola, lavorate le uova con lo zucchero fino a ottenere un composto omogeneo. Aggiungete poco alla volta il latte e l’olio extravergine di oliva, continuando a mescolare. Unite quindi la vaniglia e, per ultima, la farina, incorporandola gradualmente per evitare la formazione di grumi. Dovrete ottenere una pastella fluida e piuttosto liquida, simile a quella delle crêpes. A questo punto aggiungete le zucchine, precedentemente lavate e tagliate a fettine sottili, amalgamandole delicatamente alla pastella. Completate con un pizzico di sale. Versate il composto in una teglia da forno e distribuitelo in uno strato uniforme. Cuocete in forno statico preriscaldato a 180–200 °C per circa 30–40 minuti, fino a quando la superficie sarà ben dorata e la scarpaccia avrà raggiunto una consistenza compatta ma morbida. Lasciate intiepidire prima di servire. Il consiglio: per una scarpaccia dalla consistenza tradizionale, non esagerate con lo spessore dell’impasto nella teglia: dovrà rimanere piuttosto bassa. ----- Questa ricetta ci è stata gentilmente concessa da: Forno Pistilli Via S. Martino 137 – 55049 Viareggio (LU) Tel. +39 345 2176281 fornopistilli@gmail.com

  • Qui Roma... La nevicata di agosto!

    Ormai ci aspettiamo di tutto... ma questo fenomeno in pieno caldo torrido non è dovuto al cambiamento climatico, è uno degli appuntamenti cardine dell’estate romana, in grado di generare una connessione unica tra cittadini, visitatori internazionali e l’anima più autentica di Roma. Tra fede e folklore, tra storia e leggenda Roma respira tutto e trasforma questo mix in arte e celebrazione che poi diventa tradizione, ove si perde il confine tra la realtà documentata e quella tramandata. Accade quindi così che il 5 agosto di ogni anno sul colle più alto dei sette colli di Roma, l’Esquilino, una grande nevicata artificiale rinnova il ricordo di un episodio che risale ad oltre 1600 anni fa. Gli storici citano un racconto tramandato da un manoscritto del XIII secolo secondo il quale, sotto il pontificato di Papa Liberio, un nobile e ricco patrizio romano di nome Giovanni insieme a sua moglie, non avendo figli, decise di offrire i propri beni alla Vergine Maria per la costruzione di una chiesa a lei dedicata. La Madonna accolse il loro desiderio ed apparve in sogno ai due coniugi nella notte tra il 4 e il 5 agosto del 352 d.C. indicando il luogo dove sarebbe sorta la chiesa. La mattina dopo i coniugi andarono a raccontarlo al Papa... il quale aveva fatto lo stesso sogno... e recatisi immediatamente sul colle Esquilino lo trovarono coperto di neve in piena estate! Il pontefice tracciò il perimetro dell'edificio seguendo quello della superficie innevata e su quello fu costruita la chiesa che fu detta Liberiana, mentre dal popolo fu chiamata “ad nives” (della neve). Già da questo si capisce come fede e folklore camminino paralleli e concretamente oggi si riflettono nella doppia rievocazione del "Miracolo della Neve" che avviene nello stesso giorno, dentro la Basilica e sulla piazza antistante, con modalità differenti. Sacro e profano convivono, producono arte e partecipazione, alimentando in vari modi la tradizione. Il momento liturgico centrale si svolge nella chiesa durante la messa mattutina e vespertina, quando al canto del Gloria e del Magnificat da un'apertura del soffitto a cassettoni scende una pioggia di migliaia di petali di rosa bianchi che simbolicamente richiamano la neve, ma anche la purezza della vergine Maria. Scesa la sera e quindi il buio, tutta la piazza si trasforma in un grande teatro a cielo aperto dove va in scena una intensa nevicata artificiale a più riprese (ad ognuna delle quali corrisponde un coro di ooohh!!! di meraviglia ed entusiasmo), tra spettacoli di luci, musica e poesia, finché tra i fiocchi di neve un'artista di danza acrobatica e aerea spicca il suggestivo "volo dell'angelo della pace", figura femminile che volteggia in cielo con grazia infinita (appesa ad una gru...) sospesa sulla folla... tutta con il naso all'insù. Ma prima ancora di divenire una celebrazione il miracolo della neve è un racconto affidato all'arte: i petali bianchi rievocano la leggenda davanti agli occhi dei fedeli nello stesso luogo in cui mosaici, bassorilievi e dipinti la custodiscono da secoli. Nel corso della storia diversi pontefici ne hanno arricchito l'architettura e le opere d'arte facendone uno dei simboli della cristianità e si conservano qui, infatti, diverse raffigurazioni del miracolo della neve disposte lungo un itinerario che accompagna il visitatore dalla facciata fino al cuore della basilica. Tutte queste opere in cui il soggetto rimane lo stesso ma cambia il linguaggio, testimoniano come la leggenda abbia continuato ad essere reinterpretata adattandosi al gusto e alla sensibilità delle diverse epoche. La devozione non rimase confinata all'Esquilino (solo in Italia si contano 152 edifici sacri fra chiese, santuari, basiliche minori, ecc. intitolati alla Madonna della Neve); il culto produsse una straordinaria diffusione di questa leggenda, nata a Roma e divenuta patrimonio dell’arte europea. La chiesa che vediamo oggi non è quella antica ma fu ricostruita su quella da Papa Sisto III pochi decenni dopo, utilizzandone i materiali di risulta, per farne il più importante santuario mariano a memoria del Concilio di Efeso (431 d.C.) che sancì la verginità della Madonna e quindi il concepimento divino di Cristo. Da allora, divenne Basilica di Santa Maria Maggiore proprio per indicare la sua prevalenza su tutte le altre chiese dedicate alla Madonna; è basilica giubilare per cui ha la sua Porta Santa ed è una delle quattro basiliche cattoliche maggiori del mondo (si trovano tutte a Roma), considerata la Betlemme d'Occidente per le reliquie che custodisce. È qui infatti che sono custodite alcuni assi di legno che la tradizione identifica con i resti della mangiatoia in cui fu deposto Gesù a Betlemme, da cui anche il nome di "Santa Maria ad Praesepem", divenendo uno dei simboli del Natale romano e della devozione al mistero della incarnazione. Ma non solo... i motivi della centralità di questa Chiesa nella devozione dei romani sono tanti: nella Cappella Paolina, costruita da Papa Paolo V Borghese, è custodita l'icona della Madonna "Salus Populi Romani" (salvezza del popolo romano), che la tradizione vuole sia stata dipinta dall’evangelista e artista San Luca, protettore dei pittori; anche il suo braccio, incapsulato nell’argento, è tra le reliquie custodite qui. Nel corso della storia più di un pontefice si è rivolto a lei nei momenti di pericolo per la salvezza della città o dell'umanità. Nel passato remoto e più recente, durante l'epidemia di peste del 509 d.C., Papa Gregorio Magno la portò in una storica processione attraverso la città per implorarne la fine. Altrettanto fece Papa Gregorio XVI nel 1837 durante l'epidemia di colera. Durante la Seconda guerra mondiale Papa Pio XII la invocò per la salvezza della città alla vigilia dello scontro frontale tra l’esercito tedesco e quello alleato. Tutti episodi conclusisi positivamente. Nel presente... come dimenticare il 27 marzo 2020, durante la pandemia da Covid, Papa Francesco nella piazza deserta e piovigginosa di San Pietro, da solo, che prega questa icona? Durante il suo pontificato, prima e dopo ogni viaggio apostolico Jorge Mario Bergoglio si recava sempre a Santa Maria Maggiore per meditare davanti all'icona ed è proprio qui che nel suo testamento ha disposto di essere sepolto: primo Papa fuori dalle mura papali. La sua tomba semplice, senza particolare decoro e con una semplice lastra con la sola scritta "Franciscus" è anch'essa meta di pellegrinaggio. Infine, tra le tradizioni più suggestive della Basilica c'è anche quella della campana detta "La Sperduta": ogni sera poco dopo le 21 i suoi rintocchi ricordano un'altra leggenda del XVI secolo, secondo cui una pellegrina smarrita diretta a Roma, dopo aver pregato la Madonna venne miracolosamente guidata verso la chiesa dai rintocchi e lasciò poi una rendita affinché quella campana continuasse a suonare ogni notte. Il fatto accadde alle due di notte... ma oggi la campana suona in un orario più adatto alla vita del quartiere, per una santa buonanotte. Nessuna documentazione certa; storia, leggenda, tradizione ed arte si mescolano a Roma e in particolare qui alla Betlemme d'Occidente, Santa Maria Maggiore, ad Nives... ad Praesepem... Ce n'è abbastanza per recarsi qui il 5 agosto. Ogni anno fedeli e turisti da ogni parte del mondo si radunano qui e lo suggerisco ai nati in questo giorno... per un compleanno con i fiocchi! L'edizione 2026 della nevicata è stata dedicata a Papa Leone XIV, alla memoria di Papa Francesco e alla speranza della pace nel mondo.

  • Ospiti a cena (A1)

    Hai invitato i tuoi amici a cena, ma non vuoi spendere troppo. Per fortuna al supermercato ci sono tante offerte! Osserva le offerte del supermercato, scegli cosa comprare e prepara la lista della spesa. Alla fine, presenta il tuo menù e spiega perché hai scelto questi piatti.

  • Angolo della Poesia: Francesco Guccini

    Francesco Guccini è morto il 6 agosto scorso. L’uomo aveva ottantasei anni. Il poeta, non saprei. Non saprei dare un’età a chi ha passato una vita a discutere con il tempo, a provocarlo, a inseguirlo nei suoi nascondigli; a ritrovarlo nella nebbia di una pianura, sopra il tavolo di un’osteria, dentro una fotografia, nel nome di un amico morto, in una locomotiva lanciata contro l’ingiustizia, in una ragazza incontrata molti anni prima. Dell’uomo Guccini, in questi giorni, si è detto e si dirà molto. Si ricorderanno Pàvana e Modena, Bologna, l’America immaginata da bambino, l’osteria, il fiasco di vino, la barba, la erre, le sigarette, le montagne. Si racconteranno gli aneddoti, il carattere, le amicizie. Verranno ricordati i dischi, i libri, i concerti. È giusto. Ma l’uomo e l’artista non coincidono mai del tutto. L’uomo appartiene a se stesso, a chi lo ha amato, a chi ha diviso con lui una casa, un’amicizia, una sera, una parte di strada. Su quell’uomo noi possiamo soltanto affacciarci. Il Guccini che abbiamo conosciuto noi vive altrove. Vive nelle parole. Ed è a lui che vorrei dedicare questo Angolo. A Francesco Guccini poeta. Lo scrivo senza esitazione, e senza entrare nell’antica e ormai stanca disputa se una canzone possa essere poesia. Guccini ha scritto versi che hanno abitato la lingua di generazioni. Questo mi basta. Ha dato dignità poetica alle cose che sembravano non averne. La provincia. La noia. Le domeniche. Le stazioni. Le osterie. I bar. I binari. Le fabbriche. I cortili. Le camere dove un amore è già finito e nessuno ha ancora trovato il coraggio di dirlo. I paesi da cui si parte e quelli nei quali, inspiegabilmente, si torna. Le conversazioni interminabili fra amici quando si è giovani e si crede che parlare del mondo possa ancora cambiarlo. Guccini ha scritto la poesia delle cose laterali… per questo tanti si sono riconosciuti nelle sue canzoni. Una strada poteva contenere una biografia. Una locomotiva, la rabbia di un secolo. Un’osteria, il naufragio delle illusioni. Un paese dell’Appennino, l’infanzia intera. Una ragazza americana mai conosciuta, il sogno di un bambino cresciuto durante la guerra. E poi c’era il tempo. Sempre il tempo. Pochi autori italiani lo hanno sentito con la stessa ossessione. Il tempo che cambia i luoghi. Il tempo che cambia noi. Il tempo che trasforma gli amici in ricordi e gli amori in domande. Il tempo che rende improvvisamente remoto ciò che credevamo presente. Guccini ci stava dentro fino al collo. Invecchiare, nelle sue canzoni, comincia molto prima della vecchiaia. Comincia quando ci accorgiamo che una parte della nostra vita è già diventata racconto. Quando incontriamo qualcuno che eravamo stati e non siamo più. Quando torniamo in un luogo conosciuto e scopriamo che è rimasto quasi uguale, mentre noi siamo diventati irriconoscibili a noi stessi. Guccini sapeva essere sentimentale, ma difficilmente consolatorio. La memoria non salva. La nostalgia non restituisce. Le parole non fanno tornare nessuno. Eppure scriveva. Ha scritto per decenni contro questa evidenza. Ha chiamato per nome persone morte da tempo. Ha ricostruito stanze scomparse. Ha rimesso gli amici intorno a un tavolo. Ha fatto ripartire treni. Ha interrogato fotografie. Ha ripercorso strade. Ha restituito voce perfino alle illusioni dalle quali aveva preso congedo. Qui, per me, sta la grandezza di Guccini. Nella sua fedeltà a ciò che scompare. Una fedeltà priva di innocenza. Guccini sapeva benissimo che il passato non torna. Proprio per questo continuava a chiamarlo. E la sua poetica, la sua lingua. Quella lingua enorme e terrestre, capace di contenere Dante e una bestemmia, Borges e il dialetto, l’invettiva politica e una battuta da osteria, una parola ricercatissima e subito dopo qualcosa che avrebbe potuto dire suo nonno. Non cercava di sembrare poeta. Aveva troppo da raccontare. Le sue canzoni pensano, ricordano, divagano, litigano. A volte sembrano prendere una strada secondaria e dimenticare dove stavano andando. Poi una parola, un’immagine, un verso riportano tutto improvvisamente al centro. E soprattutto fanno domande. Guccini ha disseminato la sua opera di punti interrogativi. Chi siamo? Che cosa rimane delle nostre convinzioni? Quanto di ciò che abbiamo amato era vero? Che cosa abbiamo fatto del tempo che ci è stato dato? Dove sono finiti gli amici? Che cosa resta di una generazione quando sono cadute le parole nelle quali aveva creduto? Nel 1990 Guccini aveva già attraversato molte vite. Il ragazzo, il cronista, l’insegnante, il cantautore politico, l’uomo di una generazione che aveva creduto di poter cambiare il mondo. E a un certo punto, invece di dirci finalmente chi fosse, scrisse una canzone costruita intorno a ciò che non riusciva più a definire. “Quello che non …” Oggi vorrei lasciarvela senza commento. Ascoltatela – o leggetela – pensando soltanto a quell’uomo che per tutta la vita ha nominato le cose perché sapeva che le cose finiscono. La vedi nel cielo quell'alta pressione, la senti una strana stagione? Ma a notte la nebbia ti dice d'un fiato che il dio dell'inverno è arrivato. Lo senti un aereo che porta lontano? Lo senti quel suono di un piano, di un Mozart stonato che prova e riprova, ma il senso del vero non trova? Lo senti il perché di cortili bagnati, di auto a morire nei prati, la pallida linea di vecchie ferite, di lettere ormai non spedite? Lo vedi il rumore di favole spente? Lo sai che non siamo più niente? Non siamo un aereo né un piano stonato, stagione, cortile od un prato... Conosci l'odore di strade deserte che portano a vecchie scoperte, e a nafta, telai, ciminiere corrose, a periferie misteriose, e a rotaie implacabili per nessun dove, a letti, a brandine, ad alcove? Lo sai che colore han le nuvole basse e i sedili di un'ex terza classe? L'angoscia che dà una pianura infinita? Hai voglia di me e della vita, di un giorno qualunque, di una sponda brulla? Lo sai che non siamo più nulla? Non siamo una strada né malinconia, un treno o una periferia, non siamo scoperta né sponda sfiorita, non siamo né un giorno né vita... Non siamo la polvere di un angolo tetro, né un sasso tirato in un vetro, lo schiocco del sole in un campo di grano, non siamo, non siamo, non siamo... Si fa a strisce il cielo e quell'alta pressione è un film di seconda visione, è l'urlo di sempre che dice pian piano: "Non siamo, non siamo, non siamo...". Dell’uomo resta ciò che appartiene a chi lo ha conosciuto e amato. Del poeta resta questa strana disobbedienza al tempo: essere ancora qui quando la voce che ha pronunciato le parole non c’è più. Grazie, Francesco.

  • Ci chiamavano così

    Quanto può raccontare un soprannome? Molto più di quanto immaginiamo. Può raccontare una persona, una famiglia, un paese, una lingua. Può attraversare le generazioni, sopravvivere a chi lo portava e diventare, insieme a tante altre parole, parte della memoria di una comunità. Il 19 agosto, alla University of Sydney, Francesca M. Dovetto, Professoressa Ordinaria di Glottologia e Linguistica presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, ci ha accompagnati proprio dentro questa memoria. Ci chiamavano così è cominciato dai soprannomi e dai manifesti funebri, due presenze familiari soprattutto per chi è cresciuto in un piccolo paese: persone conosciute da tutti con un nome che all’anagrafe non esiste; annunci di morte affissi sui muri, letti passando, capaci di fermare per un momento la vita del paese e chiamarlo a ricordare uno dei suoi membri. Da lì il discorso si è aperto alla lingua e alla glottologia, agli accenti e alle loro trasformazioni, alla voce e a tutto ciò che una parola porta con sé. E poi ancora più lontano, fino ai punti in cui la linguistica incontra la medicina e l’ingegneria. Ed è stato proprio seguendo questo percorso che abbiamo pensato a quanto sia miope continuare a tracciare una linea così netta tra sapere umanistico e sapere scientifico. Studiare la lingua significa entrare nella storia e nella società, e incontrare inevitabilmente altri saperi. I confini che costruiamo tra le discipline, quando si comincia davvero a guardare, reggono molto meno di quanto pensiamo. In poco più di un’ora abbiamo potuto affacciarci soltanto su alcuni dei tantissimi temi aperti dal lavoro della Prof.ssa Dovetto. Eppure siamo usciti da quella sala con la sensazione che dentro qualcosa di apparentemente semplice come un soprannome possa esserci un mondo intero. E, soprattutto, con una domanda che ci sembra valga la pena portarsi dietro: che cosa resta di una persona nelle parole con cui gli altri continuano a chiamarla? Grazie alla Prof.ssa Francesca M. Dovetto per la generosità con cui ha condiviso il suo lavoro, alla University of Sydney e a NIAWA Sydney per aver realizzato questo incontro insieme a noi della Dante Alighieri Society Sydney, e grazie a tutte le persone che hanno partecipato alla serata. Per maggiori informazioni sull'evento: https://www.dantealighieri.com.au/event-details-registration/ci-chiamavano-cosi

  • La ricetta del mese: Pizzoccheri

    I pizzoccheri sono senza dubbio il simbolo gastronomico della Valtellina, una pittoresca valle alpina situata nel nord della Lombardia. Le radici di questo piatto affondano nel paese di Teglio, dove storicamente si è diffusa la coltivazione del grano saraceno (chiamato localmente furmentun o fraina). Introdotto in Europa nel Medioevo, questo cereale resistente al freddo ha trovato un habitat ideale sulle terrazze valtellinesi, diventando la base dell'alimentazione contadina. I pizzoccheri, menzionati in documenti storici già dal Settecento, nascono proprio dall'esigenza di creare un pasto sostanzioso ed energetico per affrontare i rigidi inverni di montagna, unendo la rusticità del grano saraceno alla ricchezza del burro e dei formaggi d'alpeggio. Ingredienti (per 4 persone) 400 g di farina di grano saraceno 100 g di farina bianca (tipo 00) Acqua tiepida (circa 250 ml) 200 g di burro 250 g di formaggio Valtellina Casera DOP 150 g di formaggio Grana Padano o Parmigiano Reggiano grattugiato 200 g di verza (in alternativa, coste o fagiolini a seconda della stagione) 250 g di patate Uno spicchio d'aglio Qualche foglia di salvia Preparazione Mescola la farina di grano saraceno e la farina bianca in una ciotola o su una spianatoia. Aggiungi l'acqua tiepida a filo e inizia a impastare con le mani per circa 5 minuti, fino a ottenere un panetto compatto e omogeneo. Stendi l'impasto con un mattarello fino a raggiungere uno spessore di circa 2-3 millimetri. Ricava delle fasce larghe circa 7-8 centimetri. Sovrapponi le fasce (spolverandole con un po' di farina per non farle attaccare) e tagliale nel senso della larghezza, creando delle listarelle larghe circa 5 millimetri. Taglia la verza a pezzi e le patate a cubetti. In una pentola molto capiente, porta a ebollizione abbondante acqua salata. Tuffa prima le patate e, dopo circa 2 minuti, aggiungi la verza. Lascia cuocere le verdure per altri 4-5 minuti. Aggiungi i pizzoccheri nella stessa pentola delle verdure. La cottura della pasta richiederà circa 10 minuti. Nel frattempo, in un pentolino, fai sciogliere i 200 grammi di burro a fuoco dolce insieme allo spicchio d'aglio intero e alle foglie di salvia. Il burro deve assumere un color nocciola (burro versato), ma attenzione a non bruciarlo. Scola i pizzoccheri e le verdure con una schiumarola, trasferendone una prima parte in una teglia calda e resistente al calore. Distribuisci sopra uno strato di Casera a cubetti e di formaggio grattugiato. Ripeti l'operazione creando un secondo strato. Infine, versa il burro fuso rovente (eliminando l'aglio) direttamente sui formaggi per farli fondere. Servi immediatamente, senza mescolare. Abbinamento vino Per bilanciare la ricchezza e l'untuosità del burro e dei formaggi fusi, l'abbinamento perfetto richiede un vino rosso strutturato, con una buona acidità e un tannino elegante che "pulisca" il palato. La scelta d'elezione ricade sui vini della stessa valle, a base di uva Nebbiolo (che in Valtellina viene chiamata Chiavennasca). Un Valtellina Superiore DOCG, in particolare nelle sottozone Sassella o Inferno, è l'ideale. Buon appetito!

  • Angolo della Poesia: Fausto Paolo Filograna

    Care amiche e cari amici, bentrovati all'Angolo della Poesia. Entrare in un libro di poesie è uno dei pochi gesti che ancora ci domandano presenza e tempo. Il tempo necessario perché una lingua sconosciuta trovi il proprio ritmo dentro di noi. Io procedo sempre senza cartina, accettando che alcune immagini rimangano aperte, che un verso continui a lavorare anche quando il libro è già stato richiuso. La poesia contemporanea italiana, in questo senso, è un territorio sorprendentemente vivo. Accanto a voci ormai riconosciute ne emergono altre che sembrano scegliere un sentiero meno battuto e provano a spostare leggermente l'asse del mondo. Fausto Paolo Filograna appartiene a questa generazione. Nato nel 1992, formatosi negli studi classici, ha esordito con Persona (Giuliano Ladolfi Editore, 2017), un libro che già nel titolo suggerisce un movimento. La "persona" non è un'identità stabile: è un corpo in movimento, una voce, una maschera, forse il tentativo di avvicinarsi a qualcosa che continuamente sfugge. La poesia ha un modo tutto suo di sorprenderci. A volte basta una parola per cambiare il paesaggio. Una spiaggia diventa un luogo della memoria, una città smette di appartenere alla geografia e comincia ad abitare il pensiero, una notte contiene più domande di quante ne riesca a formulare il giorno. Ogni incontro con una nuova voce poetica porta con sé la possibilità di uscire per qualche minuto dalle abitudini del linguaggio. Le parole continuano a essere le stesse che usiamo ogni giorno, eppure sembrano aver trovato un'altra disposizione, una diversa gravità. Ci invitano a rallentare, a osservare, a lasciare che un'immagine resti sospesa senza la fretta di tradurla in un significato definitivo. Persona, è un viaggio dentro un Mediterraneo che conserva la luce e insieme le sue ombre, dove il mare, il corpo, i riti, le città e il sacro ritornano continuamente, assumendo ogni volta una forma diversa. È una poesia che ama le immagini prima delle spiegazioni e che sembra affidare al lettore la libertà rara di costruire il proprio percorso. Da Persona: Eravamo a Gallipoli notte piena eravamo pochi e bianchi faceva freddo non ho voglia di mangiare questa notte eravamo suicidi e battezzandi attraverso la strada principale si arriva presto fiammelle sopra la spiaggia fino a chilometri dal mare la bionda seduta è vestita uguale all'altra e ha gli occhi di un uomo morto fermate la bionda non sopravvivrà ha gli occhi di chi se lo prende il mare un tizio con una torcia è messo a scacciarci siamo troppi e puri come bestemmie siamo santi e tutti troppo prossimi alla morte un'estrema pulizia regna incontrastata tra gli ombrelloni e il mare. Gallipoli esiste, naturalmente. Eppure, dopo pochi versi, il nome della città smette di indicare un punto sulla mappa. Diventa uno spazio mentale, un confine attraversato da figure che sembrano appartenere contemporaneamente alla vita e a qualcosa che la supera. I "suicidi e battezzandi", la donna con "gli occhi di chi se lo prende il mare", i santi, le bestemmie: immagini che convivono in modo meravigliosamente disordinato. È una scrittura che lascia circolare l'aria. Ogni verso apre una possibilità invece di restringerla. La notte non è soltanto una notte, il mare non resta soltanto mare. Le parole continuano a espandersi anche dopo la lettura, come accade con certi sogni che ritornano durante la giornata. Mi colpisce soprattutto il modo in cui Filograna avvicina gli elementi. Il sacro sfiora il quotidiano, la spiaggia dialoga con la morte, la purezza incontra la bestemmia. Nessuno di questi accostamenti appare provocatorio. Sembrano nascere dalla convinzione che la realtà sia molto più vasta delle categorie con cui proviamo a raccontarla. Leggendolo mi ricordo che il mondo possiede ancora territori inesplorati e mi concedo questa esplorazione, con la curiosità di chi accetta che alcune domande rimangano aperte. È una forma di libertà che la poesia continua a custodire con ostinazione, e che libri come Persona riescono ancora a offrirci.

  • Rimettere in viaggio Omero. Christopher Nolan e il più grande equivoco sui classici

    Ogni volta che un grande classico torna in scena accade la stessa cosa. Prima ancora di vedere l'opera, si apre il processo. Si discute se il regista sia stato fedele, se abbia tradito l'autore, se abbia osato troppo oppure troppo poco. È successo con Shakespeare, con Dante, con Manzoni. Oggi accade con Christopher Nolan e la sua The Odyssey. La domanda sulla fedeltà, tuttavia, per quanto comprensibile, rischia di essere la meno interessante. Noi occidentali abbiamo sviluppato una concezione dei classici che i Greci probabilmente non avrebbero riconosciuto. Li immaginiamo come monumenti da preservare, testi cristallizzati, opere da proteggere da qualsiasi contaminazione. Li osserviamo come si osservano gli oggetti dietro una teca di museo: con attenzione, ma anche con una certa distanza. La filologia moderna ci ha insegnato a rispettare il testo, a ricostruirne la storia, a distinguere le stratificazioni, a leggere ogni variante come una traccia preziosa. È un lavoro straordinario, senza il quale non potremmo comprendere davvero il mondo antico. Ma se la filologia ha l’obiettivo di avvicinarci a un testo, l'arte prova a farlo rivivere. Confondere questi due piani significa chiedere a un regista di comportarsi come un editore critico. Christopher Nolan ha tutto il diritto di reinterpretare Omero. Quel diritto gli è riconosciuto da quasi tremila anni di storia culturale. Virgilio non avrebbe potuto scrivere l’Eneide se avesse pensato che Omero fosse intoccabile. Dante non avrebbe potuto fare di Ulisse il protagonista di uno dei canti più celebri della Commedia, trasformandolo in un uomo divorato dalla conoscenza anziché dalla nostalgia del ritorno. James Joyce non avrebbe ambientato l’Ulysses in una Dublino attraversata da un rappresentante pubblicitario di nome Leopold Bloom. Derek Walcott non avrebbe trasferito il respiro epico di Omero nei Caraibi. Margaret Atwood non avrebbe restituito la parola a Penelope. E perfino davanti agli uomini trasformati in maiali nella Città incantata di Hayao Miyazaki è difficile non riconoscere l’ombra di Circe: la prova che una figura omerica può riemergere altrove, in un’altra lingua, dentro un altro sistema simbolico, senza perdere la propria forza. Ogni epoca ha costruito il proprio Omero. E poi, a ben vedere, noi stessi non leggiamo mai davvero Omero. Leggiamo Monti, Pindemonte, Rosa Calzecchi Onesti, Maria Grazia Ciani, Franco Ferrari. Ognuno di loro ci consegna un'Odissea leggermente diversa. Cambia il ritmo, cambia il lessico, cambia persino il carattere dei personaggi. Nessuno si scandalizza per questo. Sappiamo che una traduzione non è una fotocopia. È un'interpretazione. Perché allora pretendiamo dal cinema qualcosa che non chiediamo nemmeno alla traduzione? Esistono adattamenti pigri, superficiali, puramente decorativi. Esistono artisti che usano i classici come un marchio di prestigio senza instaurare con loro alcun dialogo. Ma esistono anche opere che riescono a dimostrare che quei testi non hanno finito di produrre significato. Negli ultimi anni il teatro sembra aver riscoperto questa possibilità con una forza particolare. A Londra, quest’anno, Cate Blanchett torna sulla scena con Elektra Persona, un progetto che intreccia Sofocle, la riflessione sull'identità e il linguaggio performativo contemporaneo. Da poco ho letto un libro, Elettra dei bassifondi, che trasporta la tragedia in un paesaggio sociale completamente diverso. Qualche giorno fa, a Sydney, ho visto l'Orestea, completamente riadattata. Nessuna di queste opere cerca di ricostruire il V secolo avanti Cristo. Nessuna pretende di dirci "com'era davvero". Tutte, invece, sembrano animate dalla stessa domanda: che cosa resta vivo di questi personaggi, oggi? È una differenza sostanziale e, secondo me, il modo migliore di rispettare i classici è metterli in difficoltà. Costringerli a parlare una lingua nuova. Esporli a nuove domande. Io ho deciso di prendere un aereo per vedere un film. Mi sono spostata da Sydney a Melbourne e l’ho fatto perché Christopher Nolan ha scelto di girare The Odyssey interamente in IMAX 70 mm, un formato che oggi pochissime sale al mondo sono in grado di proiettare. Nell'emisfero australe ce n'è una sola. È a Melbourne. Sono entrata in sala cercando il film, non il poema. E, d’altro canto, bastano pochi minuti per capire che a Nolan non interessa illustrare Omero. Gli interessa capire che cosa significhi oggi raccontare un'epopea. Diverse cose mi hanno conquistata di questo enorme lavoro cinematografico. Il mare. Al mare viene affidato un ruolo preciso e poderoso: è ciò che decide come le cose accadono. Ogni volta che le navi sembrano conquistare lo spazio, basta un cambio di luce, un'onda, un vento improvviso per ricordare che la misura del mondo non è quella degli uomini. È una sensazione molto omerica. Noi siamo abituati a leggere l'Odissea come la storia di un uomo straordinario. In realtà è anche la storia di un uomo continuamente ridimensionato. Odisseo è intelligente, coraggioso, tenace. Ma non controlla quasi nulla. Sopravvive perché osserva, aspetta, cambia strategia. Più che un conquistatore, è un interprete del mondo e il film conserva questa fragilità. Il personaggio non diventa più importante del viaggio stesso e, pur restando il centro morale del racconto, non divora mai il film. Penelope, Telemaco, Circe, Calipso, Elena, Menelao e tutti gli altri esistono, hanno un peso specifico, e questo restituisce all’epica la sua coralità. Gli dèi, curiosamente, sembrano scegliere un'altra posizione. Entrano meno, arretrano, si fanno forza della natura. Il divino resta una presenza, ma smette di essere una figura. Diventa qualcosa che si avverte nel caso, nella natura, nella capacità di guardare in faccia i propri demoni. L'unico volto immortale che Nolan decide di incarnare è quello di Atena: una presenza discreta, un filo che accompagna Odisseo attraverso il caos. Tutto il resto sembra dissolversi nel mare, nel vento, nella sproporzione continua tra l'uomo e il mondo. Nolan fa anche un'altra scelta e decide che il modo in cui vedremo questo film è parte del film stesso. Da anni difende la pellicola come altri difendono una lingua o uno strumento musicale. Non perché "si stava meglio prima", ma perché ogni tecnica produce un modo diverso di guardare. Il film, lo accennavo all’inizio, è stato girato interamente con cineprese IMAX a pellicola da 70 millimetri. Dettaglio per appassionati di tecnologia? Io direi scelta estetica. Significa lavorare con un'immagine che contiene una quantità di informazioni, di profondità e di luce difficilmente riproducibile in altri formati. Significa, soprattutto, costruire un'opera sapendo che potrà essere vista pienamente soltanto in un numero minuscolo di sale. Qualcuno potrebbe trovarlo elitario. Io, uscendo dal cinema, ho pensato il contrario. Ho pensato ai rapsodi che recitavano l'Odissea davanti a un pubblico riunito nello stesso luogo e nello stesso momento. Ho pensato al teatro greco, che esisteva soltanto nell'incontro tra attori e spettatori. Ho pensato a quanto sia recente l'idea che un'opera possa essere identica ovunque e su qualsiasi schermo. Forse Nolan sta difendendo il fatto che alcune esperienze artistiche non siano completamente separabili dal modo in cui avvengono. Naturalmente The Odyssey continuerà a vivere anche in altri formati. Lo vedremo nei cinema tradizionali, sulle piattaforme, sui televisori di casa. Sarà sempre lo stesso film, proprio come l'Odissea continua a essere l'Odissea nelle tante traduzioni che l'hanno attraversata. Ma ogni supporto mette in risalto qualcosa e lascia inevitabilmente qualcos'altro in ombra. L'IMAX 70 mm non è l'unico modo possibile di incontrare il film; è il modo in cui Nolan lo ha immaginato. Tutte le altre visioni saranno, in un certo senso, un'altra interpretazione. In tutte però Odisseo non sarà l'uomo più grande del mondo, ma l’uomo che attraversa un mondo infinitamente più grande di lui.

  • Il Ferragosto in Italia (A1-A2)

    Il 15 agosto in Italia si celebra Ferragosto, una delle feste estive più importanti e attese, che coinvolge grandi e piccoli. Questa ricorrenza ha origini molto antiche, infatti l’imperatore Augusto ha istituito nel 18 a.C. una giornata di riposo chiamata Feriae Augusti per festeggiare la fine dei lavori agricoli e permettere ai contadini di rilassarsi dopo mesi di fatica sotto il sole, mentre curavano le coltivazioni. Con il passare dei secoli, la festa è cambiata: durante il Medioevo i lavoratori facevano gli auguri ai padroni in cambio di una piccola mancia, un gesto simbolico di cortesia e riconoscenza, e più tardi, con lo sviluppo del turismo nel Novecento, Ferragosto è diventato sinonimo di vacanze, gite fuori porta e spostamenti verso località di mare o di montagna, dove le famiglie trascorrono giornate di relax e divertimento. Oggi Ferragosto è una festa tipicamente estiva, quindi molti italiani approfittano del ponte di metà agosto per viaggiare, le città si svuotano quasi completamente e spesso molti negozi rimangono chiusi, mentre chi rimane in città cerca comunque di trascorrere la giornata all’aperto, passeggiando nei parchi, frequentando piscine o partecipando a piccole feste di quartiere. La tradizione più diffusa è il pranzo di Ferragosto con la famiglia o gli amici più cari: spesso si organizza un picnic o una grande grigliata all’aperto, in campagna o sulla spiaggia, dove non mancano piatti freschi tipici dell’estate come pasta fredda, insalate e anguria. Inoltre, in molte località turistiche vengono organizzati eventi, concerti e spettacolari fuochi d’artificio che illuminano il cielo e creano un’atmosfera gioiosa per tutti i partecipanti. Ferragosto è quindi un momento speciale per stare insieme, rilassarsi, divertirsi e godere appieno delle lunghe giornate estive, celebrando così una tradizione antica che unisce storia, cultura e momenti di svago. Domande di comprensione 1 Quando si festeggia il Ferragosto in Italia? 2 Chi ha istituito questa festa e con quale scopo? 3 Qual era la tradizione nel Medioevo per i lavoratori? 4 Dove vanno oggi molti italiani durante il Ferragosto? 5 Cosa succede nelle città italiane il 15 agosto? 6 Quali piatti si mangiano di solito durante il pranzo di Ferragosto? 7 Quali eventi vengono organizzati in alcune località la sera di Ferragosto? Attività di vocabolario – Abbina 1. Grigliata 2. Anguria 3. Fuochi d’artificio 4. Picnic 5. Ponte (di Ferragosto) 6. Gita fuori porta a. Frutta estiva grande e dolce, di colore rosso. b. Breve vacanza che unisce un giorno festivo al weekend. c. Pranzo all’aperto, spesso con cibi freddi. d. Carne cotta sul fuoco o sulla brace. e. Spettacolo luminoso nel cielo durante le feste. f. Breve viaggio di un giorno in un luogo vicino, fuori città. ------------------------- SOLUZIONI – COMPRENSIONE 1) 15 agosto. 2) L’imperatore Augusto; per celebrare la fine dei lavori agricoli e dare riposo ai contadini. 3) Facevano gli auguri ai padroni in cambio di una piccola mancia. 4) Vanno in vacanza al mare o in montagna; fanno gite fuori porta. 5) Le città si svuotano e molti negozi sono chiusi. 6) Piatti estivi come pasta fredda, insalate e anguria. 7) Eventi, concerti e fuochi d’artificio. SOLUZIONI – VOCABOLARIO Abbinamenti: 1–d, 2–a, 3–e, 4–c, 5–b, 6–f

  • Vocabolario: La casa (A1)

    Completa con la parola corretta Scegli tra: letto, doccia, quadri, tavolo, frigorifero, divano, lavatrice, vasca da bagno 1. In cucina c’è il __________. 2. In corridoio ci sono i _________. 3. La _______ e la ________ sono in bagno. 4. In camera da letto c’è il __________. 5. Mangiamo al __________ in cucina. 6. In lavanderia c’è la __________. 7. In soggiorno c’è il __________. Completa con l’articolo determinativo 1. ___ cucina 2. ___ bagno 3. ___ finestre 4. ___ armadio 5. ___ sedie 6. ___ letto Maschile o femminile? Sottolinea le parole maschili cucina, bagno, tavolo, porta, finestra, divano, lampada, comodino, armadio, sedia, lavastoviglie Vero o falso? 1. Il letto è in bagno. 2. In cucina c’è il frigorifero. 3. Dormiamo nella camera da letto. 4. Nel garage c’è la macchina. 5. Sul balcone c’è la doccia. 6. Il divano è in soggiorno. 7. La lavastoviglie è in lavanderia. Riordina le parole per creare le frasi 1. grande / la / cucina / è 2. è / soggiorno / il / divano / nel 3. camera / letto / la / piccola / da / è 4. bagno / nel / doccia / la / c’è 7. Completa con “c’è” o “ci sono” 1. In cucina ________ un tavolo. 2. In soggiorno ________ due divani. 3. In bagno ________ la doccia. 4. In camera ________ tre sedie. 5. Sul balcone ________ molte piante. ---------------------------- Soluzioni: Completa con la parola corretta 1. In cucina c’è il frigorifero. 2. In corridoio ci sono i quadri. 3. La doccia e la vasca da bagno sono in bagno. 4. In camera da letto c’è il letto. 5. Mangiamo al tavolo in cucina. 6. In lavanderia c’è la lavatrice. 7. In soggiorno c’è il divano. Completa con l’articolo determinativo 1. La cucina 2. Il bagno 3. Le finestre 4. L’armadio 5. Le sedie 6. Il letto Maschile o femminile? Sottolinea le parole maschili cucina, bagno, tavolo, porta, finestra, divano, lampada, comodino, armadio, sedia, lavastoviglie Vero o falso? 1. Il letto è in bagno. Falso 2. In cucina c’è il frigorifero. Vero 3. Dormiamo nella camera da letto. Vero 4. Nel garage c’è la macchina. Vero 5. Sul balcone c’è la doccia. Falso 6. Il divano è in soggiorno.Vero 7. La lavastoviglie è in lavanderia. Vero Riordina le parole per creare le frasi 1. grande / la / cucina / è -> La cucina è grande. 2. è / soggiorno / il / divano / nel -> Il divano è in soggiorno. 3. camera / letto / la / piccola / da / è -> La camera da letto è piccola. 4. bagno / nel / doccia / la / c’è -> Nel bagno c’è la doccia. 7. Completa con “c’è” o “ci sono” 1. In cucina c’è un tavolo. 2. In soggiorno ci sono due divani. 3. In bagno c’è la doccia. 4. In camera ci sono tre sedie. 5. Sul balcone ci sono molte piante.

  • Qui Roma... La fabbrica del falso

    Abbiamo già parlato, in un editoriale precedente, del nucleo dei “Carabinieri dell’Arte” (Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale – TPC) e della collaborazione con le istituzioni culturali per l’identificazione e il recupero di beni italiani trafugati e rivenduti all’estero. Una vera emorragia. L’inaugurazione di questa mostra, dal titolo particolare “La fabbrica del falso”, mi ha dato lo spunto per mostrare un’altra faccia dell’aggressione al nostro patrimonio culturale: rimanendo nella metafora del sangue, in cui è contenuta la nostra identità storico-artistica, possiamo dire che la falsificazione di opere d’arte è un veleno sottile. Infatti, il danno che produce non è una mancanza del bene ma un inquinamento, un’alterazione della conoscenza della storia e della percezione di un’opera. Oltre naturalmente al consistente danno economico di una truffa. A differenza delle esposizioni dedicate ad opere originali, normalmente incentrate sulle loro qualità estetiche, sulla ricostruzione storica e l’analisi critica di personalità e correnti artistiche, questa mostra vuole essere una chiara denuncia visiva dei danni che la falsificazione insinua nella fruizione culturale e nel mercato dell’arte. Il termine “fabbrica” indica la struttura organizzata del fenomeno. Che siano capannoni industriali, garage condominiali o appartamenti di insospettabili cittadini, si tratta di vere e proprie fabbriche organizzate per produrre falsi in maniera seriale, intercettando fenomeni e artisti particolarmente graditi al mercato. La tipologia delle opere sequestrate indica la varietà che c’è dietro questo mondo che dal falsario isolato vede anche organizzazioni criminali che strutturano questo reato in modo sistematico e particolarmente invasivo, agendo sia a livello nazionale che internazionale. Significa spargere un veleno, quale la contraffazione ad ampio raggio, ad un pubblico che non può sospettare la natura fraudolenta delle opere che acquista. La portata del fenomeno fa leva essenzialmente sui bisogni del mercato che induce a produrre appositamente beni appetibili, tipicamente come investimento o come status symbol. In entrambi i casi è difficile che il compratore abbia la competenza, per cui si fida delle certificazioni, ma se sono false anche quelle?... Il termine “falso” contiene differenze tecniche e legali tra falso, copia e falso d'autore con diverse responsabilità connesse. Per fare un esempio, la copia d’autore viene dichiarata con la firma dell’artista che l’ha prodotta, quindi è legittima, ma il meccanismo della truffa arriva a cancellare quella firma e a sovrapporre quella falsa del vero autore dell’opera originale! Una rete di contraffazione e vendita, che coinvolge compratori ignari e artisti ignari. La truffa, infatti, non si limita a mettere in circolazione opere che fingono di avere un valore ben diverso da quello che effettivamente hanno, ma si estende anche a costruire false documentazioni su una loro presunta storia e false certificazioni di autenticità delle opere d’arte. Certificati di provenienza e di autenticità, etichettature e marcature sono normalmente considerati garanzie del valore effettivo dell’oggetto d’arte: perciò per ogni opera contraffatta si costruiscono anche le false prove della sua “autenticità. Come contrastare questa attività illegale e dannosa? La repressione non basta, occorre sviluppare una maggior consapevolezza, quindi non solo smascherare il crimine ma anche mettere i cittadini in condizione di sviluppare un’osservazione critica e quindi fare acquisti più consapevoli delle insidie nascoste in questo particolare mercato. Svelare questi segreti significa fornire ai cittadini e ai futuri professionisti dell’arte gli strumenti per difendere la genuinità del mercato e per preservare l’idea di vero, di cultura, di arte, di storia. Una mostra quindi non solo espositiva, ma momento di riflessione e formazione di studenti, professionisti e cittadini, promovendo la cultura della legalità quale pilastro imprescindibile della fruizione collettiva della bellezza. A questo riguardo, l’Università Roma Tre è polo di eccellenza, offrendo un percorso formativo interdisciplinare e interdipartimentale (13 dipartimenti!) volto a formare custodi consapevoli della legalità per il patrimonio ambientale, sociale, culturale ed economico. Ormai la lotta al falso è una sfida globale che richiede una sinergia tra forze dell’ordine e mondo accademico; questa mostra, appunto, è il frutto di una sinergia virtuosa tra il Dipartimento Studi Umanistici e il nucleo TPC di varie sedi, integrando la prospettiva scientifica e didattica con quella investigativa e operativa, con un approccio multidisciplinare che favorisce la comprensione e prevenzione dei reati. L’iniziativa fa parte del Progetto PRIN-FATA (PRIN = progetti di rilevante interesse nazionale, FATA = From Authenticity to Art) finanziato dal Ministero dell'Università e della Ricerca italiano (MUR) con l’obiettivo di rafforzare le basi scientifiche del Paese attraverso il sostegno a progetti di alto profilo; questo in particolare mirato a mappare, catalogare e contrastare la falsificazione di opere d'arte e reperti archeologici attraverso strategie innovative. Nel percorso espositivo, accanto alle opere grafiche vengono mostrati gli strumenti dell’inganno: dalle bombolette spray e mascherine stencil ai supporti cartacei ingialliti artificialmente, al recupero di materiali ormai in disuso come la carta carbone e alle macchine da scrivere d’epoca utilizzate per confezionare false expertise retrodatate di decenni. I falsari si sono attrezzati anche con la produzione fraudolenta di timbri a inchiostro o a secco, perché le loro impronte sono elemento fondamentale per reperire informazioni sulla provenienza e sulla vita di un’opera. Normalmente è l’errore tecnico dovuto a distrazione che rivela il falso, per quanto ben fatto. È così che erano in circolazione 35 stampe false (strapagate!) di donne nude di Picasso, di cui la prima a sinistra senza ombelico... ma chi ci fa caso ad un ombelico in una stanza piena di donne nude?!... Nella mostra vengono documentate tre grandi operazioni, importanti indagini svolte dai Carabinieri TPC: Half Dollar, Quadro Sicuro e Olga. In particolare, l’operazione “Quadro sicuro” ha portato alla luce un vasto sistema di quadri falsi spacciati per veri. Dipinti di Guttuso, De Chirico, Fontana venivano messi in vendita a prezzi imbattibili con tanto di certificazione di autenticità contraffatta. Questo dà la misura di quanto sia varia la tipologia di opere che i falsari possono riprodurre per assecondare le richieste del mercato che di epoca in epoca si manifestano e promettono guadagni cospicui. L’inchiesta, condotta dalla Procura della Repubblica di Prato sulla base delle indagini svolte dai Carabinieri del Nucleo TPC di Firenze, ha individuato un consolidato sodalizio criminoso con sede a Firenze e ramificato nel Centro-nord Italia, che si avvaleva di emittenti televisive terrestri e satellitari per immettere sul mercato opere falsificate. Nel percorso sono esposti i materiali sequestrati e confiscati dall'autorità giudiziaria, consentendo a studenti, ricercatori e al pubblico di comprendere le tecniche, gli strumenti e i documenti utilizzati dai falsari. Terminata la mostra, gli oggetti del reato non vengono distrutti ma utilizzati per l’attività di ricerca che viene svolta nel Laboratorio sul Falso, centro di eccellenza nato nel 2017 all’interno dell’Università, che funge da centro di ricerca e studio permanente per sviluppare una conoscenza delle tecniche di contraffazione attraverso lo studio dei reperti che vengono schedati, catalogati e digitalizzati al fine di fornire una banca dati e un museo virtuale per la diffusione della cultura della legalità nello specifico ambito dei beni culturali. Nel momento in cui le opere falsificate varcano la soglia del laboratorio, cambiano definitivamente di status: da oggetti di truffa e speculazioni commerciali diventano materiale didattico di grande valore e spesso si rivelano preziosi casi di studio contribuendo alla formazione di professionisti in grado di riconoscere il modus operandi dei falsari, che con i loro espedienti tecnici e narrativi, nel loro insieme, compongono un’industria tanto pericolosa quanto dilagante. Alla luce di queste considerazioni, per quanto possa sembrare strano, nel passaggio da crimine a risorsa si delinea l’esigenza di intervento conservativo anche per i falsi, che nella loro attuale funzione di strumenti didattici e scientifici richiedono come gli originali di essere preservati. A valle di tutto questo mi è venuta una riflessione personale sul mercato dell’arte: mettendo da parte la motivazione all’acquisto per investimento, che ha un senso, invece la ricerca dello status symbol produce fenomeni commerciali strani che hanno comunque a che fare con l’idea di falso. L’ho scoperto, meravigliandomene moltissimo, per una esperienza personale. Volevo far valutare il ritratto del mio bisnonno a firma di Vittorio Corcos, di Livorno, uno dei maggiori pittori italiani della Belle Époque a Parigi e amato ritrattista della bella società livornese. Gli esperti mi dissero che se fosse stato il ritratto di una bella donna con uno sfondo, avrebbe avuto una quotazione alta, ma un uomo anziano e austero, per quanto elegante, ma che non sorride e senza nemmeno mostrare la sua scrivania poteva essere apprezzato solo nel “mercato degli avi”... Come sarebbe??? Chiesi stupita. Ebbene, ci sono persone che pur di costruirsi una storia familiare di prestigio comperano ed espongono i nonni degli altri! La falsità può essere nell’oggetto (esempio: un Rolex falso) oppure la falsità è in ciò che si vuole rappresentare attraverso l’oggetto. Forse non c’entra molto, ma nella mia mente l’idea di falsità si estende anche all’intenzione, ad una falsità consapevole, ad un inquinamento della realtà... e questo trova sempre il suo mercato. Forse ho divagato un po'...

  • Ottant’anni di Repubblica italiana: una promessa di libertà

    Ottant’anni fa, il 2 giugno 1946, l’Italia si scopriva Repubblica. Fu una scelta fondativa, ma anche un atto di consapevolezza collettiva: dopo la guerra, le rovine, la dittatura e le ferite morali del Paese, gli italiani e le italiane furono chiamati a immaginare insieme un nuovo inizio. In quella giornata memorabile si affermò non soltanto una nuova forma di Stato, ma un’idea più alta di cittadinanza, di partecipazione e di dignità condivisa. Tra i significati più profondi di quella svolta vi è l’estensione del voto alle donne, passaggio che aprì simbolicamente e concretamente la strada al suffragio universale. Non possiamo pertanto non rivolgere un pensiero di gratitudine alle ventuno donne dell’Assemblea Costituente, protagoniste di una presenza discreta ma decisiva nella nascita della Repubblica. Con sensibilità, rigore e coraggio, portarono in Parlamento l’esperienza concreta della vita, della famiglia, del lavoro, della guerra e della ricostruzione, contribuendo a orientare i principi costituzionali verso una più piena idea di uguaglianza e di dignità. La loro voce, spesso minoritaria nei numeri ma fortissima nel valore civile, ha lasciato un segno duraturo nella storia italiana. La Repubblica nacque così sotto il segno della speranza e della responsabilità. Due anni più tardi, la Costituzione ne avrebbe fissato i principi, offrendo all’Italia una trama comune di valori: il lavoro, l’uguaglianza, la libertà, la solidarietà, il ripudio della guerra. Ancora oggi la Carta costituzionale appare come una pagina viva, non come un reperto del passato, perché continua a custodire l’orizzonte morale della convivenza democratica. Ma la storia repubblicana non è stata lineare né pacifica. In questi ottant’anni la democrazia italiana ha attraversato stagioni difficili, talvolta dolorose: le tensioni del dopoguerra, le contrapposizioni ideologiche della Guerra fredda, il terrorismo, le stragi, la violenza mafiosa, le crisi istituzionali, la sfiducia diffusa verso la politica. Più volte la tenuta democratica è apparsa fragile, esposta alla prova dei conflitti interni e delle ferite collettive. Eppure, proprio nelle fasi più buie, la Repubblica ha saputo trovare in sé le energie per resistere, ricomporsi e rinnovarsi. Dentro questo lungo cammino civile si colloca la figura di Sergio Mattarella, Presidente della Repubblica e testimone autorevole della continuità istituzionale italiana. La sua storia personale porta il segno di una delle ferite più profonde del Paese: l’uccisione del fratello Piersanti Mattarella, Presidente della Regione Siciliana, assassinato dalla mafia nel 1980 per il suo impegno rigoroso e innovatore. Quel lutto, che appartiene alla storia privata e insieme alla memoria pubblica dell’Italia, ha dato alla sua presenza istituzionale un valore ancora più forte: quello di una fedeltà sobria e tenace ai principi della legalità, della misura e del servizio. Celebrarne gli ottant’anni significa dunque rendere omaggio non soltanto a una data, ma a un percorso umano e civile che ha trasformato profondamente il Paese. La Repubblica italiana è stata, ed è ancora, una costruzione paziente: fatta di conquiste, di memorie, di lutti, di cadute e di rinascite, di diritti affermati e di libertà difese. È una storia che appartiene a tutti, ma che domanda a ciascuno di essere custodita con consapevolezza. E forse è proprio qui il senso più autentico di questo anniversario: ricordare che la democrazia non è mai un’acquisizione definitiva, ma una realtà viva, da proteggere e alimentare ogni giorno. Ottant’anni dopo, la Repubblica continua a dirci che il futuro non nasce dal caso, bensì dalla responsabilità condivisa di una comunità che ha scelto, e deve continuare a scegliere, la libertà. Concetta Cirigliano Perna AM ------------- Eighty Years of the Italian Republic: A Promise of Freedom Eighty years ago, on 2 June 1946, Italy discovered itself to be a Republic. It was a foundational choice, but also an act of collective awareness: after the war, the devastation, the dictatorship and the country’s moral wounds, Italians were called upon to imagine a new beginning together. On that memorable day, not only was a new form of State affirmed, but also a higher idea of citizenship, participation and shared dignity. Among the deepest meanings of that turning point was the extension of voting rights to women – a step that symbolically and concretely opened the way to universal suffrage. We cannot therefore fail to express our gratitude to the twenty-one women of the Constituent Assembly, whose discreet yet decisive presence shaped the birth of the Republic. With sensitivity, rigour and courage, they brought into Parliament the concrete experience of life, family, work, war and reconstruction, helping to guide constitutional principles towards a fuller idea of equality and dignity. Their voices, often a minority in number but extraordinarily powerful in civic value, left a lasting mark on Italian history. The Republic was thus born under the sign of hope and responsibility. Two years later, the Constitution would enshrine its principles, offering Italy a shared framework of values: work, equality, freedom, solidarity and the rejection of war. Even today, the Constitution appears as a living document rather than a relic of the past, because it continues to safeguard the moral horizon of democratic coexistence. Yet the history of the Republic has not been linear or peaceful. Over these eighty years, Italian democracy has passed through difficult and at times painful periods: the tensions of the post-war years, the ideological divisions of the Cold War, terrorism, massacres, mafia violence, institutional crises and widespread distrust towards politics. More than once, democratic stability appeared fragile, exposed to the strain of internal conflict and collective wounds. And yet, precisely in its darkest moments, the Republic found within itself the strength to resist, recover and renew itself. Within this long civic journey stands the figure of Sergio Mattarella, President of the Republic and an authoritative witness to the continuity of Italian institutions. His personal story bears the mark of one of the country’s deepest wounds: the murder of his brother Piersanti Mattarella, President of the Sicilian Region, assassinated by the mafia in 1980 because of his rigorous and reform-minded commitment. That loss, belonging both to private history and to Italy’s public memory, has given his institutional role an even greater significance – that of a sober and steadfast fidelity to the principles of legality, restraint and service. To celebrate these eighty years therefore means paying tribute not merely to a date, but to a human and civic journey that has profoundly transformed the country. The Italian Republic has been, and still is, a patient construction: shaped by achievements, memories, mourning, setbacks and rebirths, by rights affirmed and freedoms defended. It is a history that belongs to everyone, yet one that asks each of us to safeguard it with awareness. And perhaps this is the truest meaning of this anniversary: to remember that democracy is never a definitive achievement, but a living reality to be protected and nourished every day. Eighty years on, the Republic still reminds us that the future is not born by chance, but through the shared responsibility of a community that chose, and must continue to choose, freedom. Concetta Cirigliano Perna AM

  • Qui Roma... effetto Strega! “Se la strega ha una scopa, la letteratura deve avere uno scopo”

    È domenica mattina, dopo aver attraversato la città mi trovo in un appartamento di Roma nord, quartiere Parioli, Via Fratelli Ruspoli 2, ultimo piano. Salgo insieme a un gruppo di giovani e in ascensore apprendo che sono della Scuola del Libro. Entro con loro e mi sento a casa, perché è una casa piena di libri... circa 25.000! Più che una biblioteca è un museo del libro in una casa, una casa museo. In soggiorno trenta sedie, ad accoglierci il presidente della Fondazione Bellonci che ci racconterà dove siamo e come tutto è cominciato. È la casa di Goffredo e Maria Bellonci, lui giornalista, vent’anni più di Maria, fondatore della terza pagina letteraria, una formula tipica della cronaca letteraria italiana poi adottata da tutti gli altri giornali; lei scrittrice, esordisce con il suo primo romanzo vincendo il premio Viareggio. Non so quanti sappiano che il premio letterario più prestigioso d’Italia e tra i premi più importanti al mondo di fatto nasce a casa loro; da riunioni domenicali tra amici, che iniziano l’11 giugno del 1944; non una domenica qualunque, ma quella successiva all’ingresso delle truppe alleate a Roma, che il 4 giugno del 1944 viene così liberata dall’occupazione nazifascista. All’inizio le riunioni hanno lo scopo di riabbracciare gli amici che si erano dovuti rifugiare fuori Roma perché ebrei o perseguitati politici: De Benedetti, Moravia, Morante, e altri. Dal diario di Maria: “Ora era arrivato il giugno 1944 e l’11 di quel mese avevamo cominciato a ritrovarci senza più nasconderci e dandoci appuntamento da una domenica all’altra” [...] “finito l’incubo gli amici continuarono a venire nel tentativo di ritrovarsi uniti per far fronte alla disperazione e alla dispersione. Prendiamo tutti coraggio da questo sentirci insieme”. È questa la prima riunione di quelli che da allora in poi si definiranno “Amici della domenica”. Un gruppo di persone, di lettori e letterati, non solo scrittori ma anche artisti e umanisti, accomunati dal desiderio di rifondare la cultura letteraria italiana che era andata perduta negli anni della guerra. Queste riunioni e lo spirito che le animava sono uno dei primi segnali della rinascita di Roma e del Paese e del desiderio diffuso nel ceto intellettuale di connotare la nuova Italia anche attraverso una ripresa della vita culturale. Di salotti letterari ce ne sono vari a Roma in quegli anni e diventano presto delle istituzioni culturali dove si elabora la cultura dell’Italia post-fascismo. Un’Istituzione quindi tipicamente romana che tiene insieme un tessuto di scrittori e artisti importanti. Roma all’epoca non era una capitale dell’editoria, i centri editoriali erano a Firenze, Milano e Torino, ma dal '45 diventa centro di elaborazione culturale, letteraria, pittorica, teatrale. A Roma non esisteva neanche un premio letterario mentre ne erano già nati vari in tutta Italia, i più famosi Bagutta e Viareggio. Pochi mesi dopo il referendum del 2 giugno 1946, quando gli italiani scelsero tra monarchia e repubblica ed anche il primo in cui il voto è stato esteso alle donne, tra questi amici maturò l’idea di dare vita ad un premio letterario di tipo nuovo, capace di riflettere il desiderio di rinascita di un’intera società attraverso una giuria “vasta e democratica”. Diversamente, quindi, da tutti gli altri premi letterari anche esteri (es. Goncourt in Francia, Pulitzer in America) in cui era una giuria ristretta a scegliere. Chi organizza la struttura del premio è Maria e lo fa proprio attenendosi alle norme del referendum. Si era unito al gruppo anche un "giovane industriale attento e interessato alla cultura", Guido Alberti, titolare di un’azienda di Benevento, abile a coltivare relazioni con il mondo dello spettacolo. A Benevento preferisce Roma ove frequenta i caffè di Via Veneto e dove incontra Cardarelli e Flaiano che lo convincono a unirsi a loro. Quando nasce l’idea di un Premio viene naturale chiedere a lui di mettere il capitale come espressione di alleanza tra cultura e impresa; lui accetta e chiede che il premio si chiami come il prodotto premium dell’azienda di famiglia, il “Liquore Strega”, nato nel 1860 evocando un’antica leggenda che narra la città di Benevento quale ritrovo di tutte le streghe del mondo. Questa è la storia; se volete riviverla con loro, Maria le ha dedicato un libro: “Il Premio Strega”. È il racconto di una sfida nata tra le mura di casa: ricostruire il Paese appena uscito dalla guerra, un libro alla volta. Il motto è: “Se la strega ha una scopa, la letteratura deve avere uno scopo”. Quando nasce il Premio Strega l’Italia è un Paese analfabeta, solo il 15% della popolazione ha un’istruzione superiore alla quinta elementare e gran parte degli italiani in casa utilizza solo il dialetto per comunicare. Quando nel 1959 vince “Il gattopardo” sarà il primo best seller, arrivando a 600.000 copie nel primo anno, quando i lettori sono il 20% della popolazione. Dal 1946 ad oggi, in questi ottant’anni, la storia del Premio ha accompagnato la Repubblica sin dalla sua nascita, e nelle opere che hanno partecipato ritroviamo i sentimenti e le tematiche che hanno attraversato nello stesso periodo la società italiana. Nel 2026 le due storie parallele si incontrano: mentre l’Italia celebra gli ottant’anni della Repubblica, il mondo letterario celebra l’ottantesima edizione del Premio Strega. Maria e Goffredo non abitano più qui... ma tutto di loro è custodito: i libri, le foto, il pensiero e soprattutto le conseguenze, perché non finisce qui. Maria è stata l’anima visionaria del Premio, nel 1986 la convincono a partecipare con il suo “Rinascimento privato” e muore vincitrice postuma a 83 anni. Nello stesso anno per iniziativa dell’amica rimasta a fianco di Maria fino all’ultimo, Anna Maria Rimoaldi, segretaria, collaboratrice nonché esecutrice testamentaria, nasce la Fondazione Bellonci. Dapprima proseguirà in affitto, fin quando negli anni Novanta la casa viene acquistata dal Comune di Roma che la dona alla fondazione, vincolata dal Ministero dei Beni Culturali come di eccezionale valore culturale sia per il contenuto di libri e quadri sia per la sua funzione. La fondazione organizza annualmente il Premio Strega e svolge un’intensa attività di diffusione della letteratura italiana contemporanea, specialmente nelle scuole, è promotrice di numerose iniziative culturali in Italia e all’estero con l’obiettivo di valorizzare il patrimonio storico, artistico e letterario del nostro Paese. L’intera biblioteca è visitata da studiosi ed è consultabile in modalità OPAC (Online Public Access Catalogue). In seguito, al premio di narrativa italiana si sono aggiunti il Premio Europeo, il Premio Ragazze e Ragazzi, il Premio Poesia e infine il Premio Saggistica. La casa è stata restaurata, ma la posizione dei libri è quella originaria di come li hanno disposti Maria e Goffredo. Ci sono i loro oggetti, la poltrona, la scrivania, la macchina da scrivere, i quadri e quelli più che mai pubblici: la leggendaria lavagna su cui veniva registrato con il gesso il punteggio dei cinque finalisti e la storica urna di votazione, in cartone, decorata dall’illustratore Mino Maccari con l’immagine di una strega e il motto. L’urna di cartone verrà utilizzata per più di trenta anni, fino al 1980, poi subentrerà la votazione telematica. Nel 2016, nasce il progetto “Streghe d’artista” per la realizzazione di un nuovo manifesto del premio ogni anno, con i migliori illustratori italiani che si ispirano liberamente al disegno di Mino Maccari sulla prima urna. Il rito prevedeva che il vincitore firmasse l’urna e ricevesse insieme al premio in denaro una bottiglia di Liquore Strega da cui bere direttamente un sorso. Il prestigio dello Strega non si spiega solo con i dati di vendita dei suoi vincitori, ma anche con la forza identitaria di un rito collettivo inalterato nel tempo. La procedura è sempre la stessa: ogni amico della domenica può proporre un libro, non c’è limite al numero di amici. Il comitato direttivo fa la prima cernita di dodici, poi a giugno tutti votano per selezionare i cinque finalisti. La proclamazione della cinquina si tiene sempre al Teatro Romano di Benevento, città dell’industria Alberti. La votazione finale e lo spoglio delle schede inizialmente avvenivano all’Hotel de la Ville, in Via Sistina, dove venivano trasportate l’urna e la lavagna per il conteggio, e avveniva lì la proclamazione del vincitore. Da quando “Il Gattopardo” vinse il premio, la Rai iniziò a seguirlo in diretta, arrivò anche la stampa, alla lavagna a scrivere i voti c’erano sempre personaggi dello spettacolo (teatro, cinema, TV). Con la notorietà l’hotel non fu più sufficiente, all’inizio i votanti erano circa 150 ma già nei primi anni Sessanta sono 400 e la votazione si sposta al ninfeo di Villa Giulia. Quest’anno la serata finale si terrà eccezionalmente in Campidoglio per sottolineare il rapporto speciale che lo Strega ha con Roma, città che ha visto nascere e crescere il Premio, riaffermando così il legame profondo con la sua storia culturale e civile. Oggi i votanti sono 800 comprese le istituzioni culturali all’estero (ognuna conta come 1 voto, attribuito con votazione interna). Tra questi anche la nostra Dante Alighieri Society di Sydney è chiamata a votare in quanto Presidio Letterario e anche quest’anno organizza un evento dedicato alla cinquina finalista presso l’Istituto Italiano di Cultura di Sydney. Non perdetevi quello per l’ottantesimo anniversario che avverrà l’11 giugno prossimo, potrete seguirne la diretta ovunque vi troviate, anche a cavallo di fuso! E poi magari iscrivervi al nostro circolo di lettura “LibrInsieme” per appassionati di letteratura contemporanea in lingua italiana, che si riunisce online ogni 15 giorni per discutere dei libri emergenti. https://www.dantealighieri.com.au/event-details-registration/book-club-night-premio-strega-2026 Lascio a malincuore questo luogo leggendario, questo spazio capace al contempo di una dimensione pubblica e privata; da architetto apprezzo che un ambiente progettato si lasci trasformare dalla presenza delle persone. Maria e Goffredo hanno scelto questa casa perché aveva lunghe pareti per accogliere i libri e ampie terrazze per accogliere gli amici della domenica. Fuori c’è il sole e ci disperdiamo tutti, ognuno nella propria domenica. Ma ci sarà un’altra domenica in cui torneremo qui per ascoltare come il Premio si interseca con i meccanismi editoriali contemporanei, risultando anche indicatore degli umori dell’ambiente culturale e dei gusti letterari degli italiani, come per i lettori stessi può diventare una guida nella narrativa contemporanea di cui è un vero e proprio serbatoio. Interessante vedere come il mondo dell’editoria dentro cui si muove il Premio al contempo lo muova, in una danza a due in cui l’”effetto Strega” opera la seduzione... e il lettore leggerà ad occhi chiusi. È un modo di dire che sembra un paradosso, ma è così, perché molti comperano il libro premiato senza neanche sapere cosa e chi stanno per leggere: se ha vinto il premio Strega... va fatto! Il premio della Prima edizione, vinta da Flaiano (“Tempo di uccidere”), ammontò a 200.000 lire, che in quel momento di povertà collettiva significava un concreto sostegno allo scrittore; oggi è di 5.000 euro, ma il vero premio è “l’effetto Strega” che aumenta finanche del 1.000% in più le vendite. Vincerlo è una svolta. Per gli autori genera un meccanismo inarrestabile, portandoli sulla scena internazionale con traduzione in più lingue e sullo schermo con trasposizioni cinematografiche. Un’altra domenica ancora attraverso Roma, di nuovo, e di nuovo quella dimensione ambivalente tra pubblico e privato mi si ripresenta, questa volta capovolta: una casa in un museo. Sono al MACRO (Museo d’Arte Contemporanea di Roma), dove è stata dedicata una mostra all’anniversario del Premio Strega: lungo il perimetro della sala si snoda sulle pareti una pellicola ininterrotta di fotogrammi dal 1944 al 2025 che riavvolge il nastro di tutta la storia. Al centro della sala un box che ricostruisce gli ambienti domestici in cui è nato il Premio, quasi un diorama di casa Bellonci... e qui ritrovo tutto quello che ho visto in Via Fratelli Ruspoli 2: la poltrona, la macchina da scrivere, i quadri, l’urna e la lavagna; solo adesso comprendo appieno l’esclusività di quella domenica mattina nel poterli guardare al loro posto. Sulle pareti esterne del box rivedo parte di quei libri in una ideale biblioteca dei 79 libri premiati fino ad oggi, c’è anche il 2026... ma è uno spazio sospeso: l’appuntamento è l’8 luglio in Campidoglio per conoscere l’ottantesimo vincitore! Ottocento votanti, una dozzina, una cinquina, un vincitore e tantissimi lettori. Ottanta anni e non finisce qui. Per saperne di più: https://www.premiostrega.it/ https://www.fondazionebellonci.it/la-casa-museo/ https://www.museomacro.it/mostra/uno-cinque-dodici-ottantanni-del-premio-strega

  • Questa casa non è un albergo (All levels)

    Comprensione: Chi dice cosa? M (la madre), F (il figlio) • Stasera mangio fuori non vengo a cena • Non mi prendere per il culo, io ho fatto bollito, tutto il giorno che cucino • Lo mangio domani • Domani c’è altro • Ho fatto 100 euro di spesa, porco giuda tu mangi qua, e non rompere i voglioni • Ve bene basta! • Zucchine, carote, salmone, butto tutto vero, non mi avvisi mica sono un mago, tu mangi qui io la roba non la butto • Va bene basta! • Mangia fuori va bene, mai più, che entri a casa, mi sono stufata! Basta! • Sto arrivando • Non venire, non c’è niente, mangia fuori, qui non entri • Molto bene quindi cosa faccio? • Non venire qui • Va bene • Comunque cucini tu, io sono stufa di queste cose, da oggi non cucino più • Come cucino se non entro in casa • Non mi prendere per il culo, vieni, cucini e basta! E mi dai i soldi della spesa • Va bene scusa Abbina l'espressione colorita al suo significato corretto: Questa casa non è un albergo! | A. Mi sono stancata / Non ne posso più. Non prendermi per il culo. | B. Devi rispettare le regole e gli orari di casa. Mi sono stufata! | C. Non dirmi bugie / Non prenderti gioco di me. Non rompere i coglioni (voglioni). | D. Non infastidirmi / Non darmi fastidio. Inserisci le parole della spesa nella categoria corretta e aggiungi un'altra parola per sezione: Zucchine – Salmone – Bollito – Carote Verdura: ________________________ Pesce: ________________________ Carne: ________________________ A coppie, completate questo mini-dialogo usando le parole della lista: (stufa - albergo - cena - scusa) Studente A: Ciao! Stasera non vengo a _________. Studente B: Cosa? Ho cucinato per tre ore! Questa casa non è un _________! Studente A: Hai ragione, ho sbagliato. Chiedo _________. Studente B: Basta, sono _________ di questo comportamento! "Porco Giuda": È un'esclamazione di rabbia o sorpresa, simile a "maledizione!". "Mica": Una parola molto usata dagli italiani per rafforzare la negazione (es: Non sono mica un mago! = Non sono affatto un mago!). Ora tocca a voi! A coppie, recitate o cantate, la canzone Stasera non vengo a cena...

  • Reading Comprehension Practice (B1-B2)

    La sfilata dei “giganti” di Viareggio, presentata da Antonella Beconi Carro allegorico Colori sgargianti, figure allegoriche, maschere fantastiche, coriandoli e stelle filanti che colorano l’aria già carica di note musicali. É lo spettacolo del martedì grasso di Viareggio andato in onda su Rai 3 questo pomeriggio. È stato il momento clou del Carnevale viareggino i cui festeggiamenti sono iniziati lo scorso 16 febbraio e si concluderanno domenica 9 marzo con la quattrocentesima sfilata mascherata della storia del carnevale. La sfilata sul lungomare “La crisi economica e la voglia di dimenticarla. I sogni, i desideri della gente e la paura di vederli volare via. La rete (Internet) e i pericoli che si nascondono dietro di essa. E ancora la magia e i riti voodoo. Ma anche satira politica e altro ancora. Sono questi – spiega Stefano Pasquinucci, presidente della Fondazione Carnevale http://viareggio.ilcarnevale.com/ – i temi scelti dai Maestri costruttori per i carri e le mascherate di questo Carnevale 2014. Temi che raccontano la società contemporanea, ma che parlano anche di persone eccezionali che hanno costruito con passione e dedizione 141 anni di storia del Carnevale. Per questo lo slogan scelto per questa edizione è: Io sono il Carnevale”. Alti oltre 20 metri, larghi 12 i carri allegorici sono creati dagli oltre mille lavoratori di 25 ditte artigiane che per un intero anno lavorano con l’unico obiettivo di stupire il pubblico. “In molti casi si tratta di figli d’arte – si legge nel sito della Fondazione – che hanno ereditato dai padri e dai nonni le abilità e i segreti di un mestiere unico al mondo”. Utilizzando dei modelli in creta, dei calchi in gesso, della carta di giornale e della colla (fatta di acqua e farina) questi artigiani riescono a realizzare uno spettacolo scintillante e fantasmagorico che negli anni ha consacrato il Carnevale di Viareggio il primo d’Italia. Un carro allegorico Nato nel 1873 con la prima sfilata di carrozze addobbate nella storica via Regia, la manifestazione fu trasferita agli inizi del ‘900 sul Lungomare e da allora è cresciuta in dimensioni e popolarità. Nel 1921 fu creato l’inno, nel ’25 venne dato alle stampe il primo manifesto ufficiale e nel 1930 il pittore e grafico viareggino Uberto Bonetti, ideó la maschera del Carnevale, Burlamacco, i cui colori bianco e rosso ricordano i colori degli ombrelloni sulle spiagge di Viareggio negli anni ’30. Quest’anno ricorre inoltre un altro anniversario importante, il sessantesimo della prima diretta televisiva. Nel 1954, l’allora nascente televisione italiana decise, infatti, di trasmettere in diretta da Viareggio le sfilata dei carri allegorici. Una prima importante sia per la Rai, che dopo due mesi dall’inizio delle trasmissioni sperimentava una diretta televisiva lontana dagli studi romani, sia per il Carnevale di Burlamacco che poteva mostrare i suoi carri allegorici per la prima volta a tutt’Italia. Un evento che la Rai da nove anni ha voluto riprendere portando il culmine del Carnevale nelle case di tutti gli italiani. La sfilata nel 1921 La magia del Carnevale non finisce, tuttavia, con l’ultima sfilata e i fuochi d’artificio. Domenica 9 marzo il sipario calerà sull’edizione 2014 , ma la magia carnevalesca si trasferisce nella cittadella del carnevale, un complesso architettonico che oltre ad ospitare gli hangar dove i maestri artigiani progettano e realizzano le loro creazioni, ospita due musei il primo dedicato alla storia dei carri e il secondo dedicato al “Premio carnevalotto” che raccoglie le preziose opere ispirate al carnevale viareggino di grandi firme dell’arte contemporanea tra cui Pomodoro, Cascella, Mitoraj e Matta. Assieme al centro studi sul carnevale che archivia tutti i progetti e le realizzazioni degli ultimi 50 anni e ad una biblioteca specializzata dove è possibile sfogliare riviste e libri inerenti al Carnevale. Insomma finita le festa, mentre i colori della primavera profumano e colorano le vie di Viareggio la storia del Carnevale continua a vivere e a regalare stupore ai suoi spettatori. (da: “ItalyAmo) LESSICO: sgargianti (bright), coriandoli (confettis), stelle filanti (streamers) carica (full) sarà in onda (it was on air) momento clou (high point) quattrocentesima (four-hundredth) voglia (desire) pericoli (dangers) dietro di essa (behind it)altro ancora (more) carri (floats) eccezionali (great) stupire (to astonish) si tratta (we are talking about)mestiere (craft) creta (clay) calchi di gesso (plaster casts) colla (glue) fantasmagorico (phantasmagorical) negli anni (over the yars) sfilata (parade) lungomare (seaside promenade) manifesto (poster) maschera (mask) ombrelloni (beacumbrelas) ricorre (falls) trasmissioni (broadcast) fuochi d’artificio (fireworks) sipario (curtain) si trasferisce (move to) cittadella (citadel) opere ispirate a (works inspired by) sfogliare (browse) Grammatica: i numeri ordinali In italiano, i numeri ordinali indicano l’ordine di successione e sono variabili nel genere (maschile e femminile) e nel numero (plurale e singolare). Es: primo, prima, primi, prime, secondo, seconda… I primi dieci hanno una forma particolare: primo, secondo, terzo, quarto, quinto, sesto, settimo, ottavo, nono, decimo I successivi si formano aggiungendo il suffisso –esimo al numero cardinale, che di solito perde la vocale finale: undici= undicesimo, quindici= quindicesimo, cento= centesimo, ma, quando la vocale finale é accentata allora non cade: ventitré=ventitreesimo, trentatré = trentatreesimo. 100° centesimo, 200° duecentesimo, 462° quattrocentosessataduesimo, 3000° tremillesimo, 10.000° diecimillesimo, 1.000.000° milionesimo In italiano i numeri ordinali vengono abbreviati: – con i numeri romani I, II, III, IV … – con una piccola “o” “a” per il femminile posta in alto a destra del numero cardinale: 1o= primo, 1a = prima Nota bene: Per i giorni del mese, in Italiano, usiamo i numeri cardinali, con l’eccezione del primo giorno che è sempre ordinale (primo). Esempio: 2 maggio (due maggio); primo febbraio (1 febbraio) DOMANDE: 1) Che cos’è un carro allegorico? 2) Quando dura il Carnevale di Viareggio? 3) Quanto sono grandi i carri? 4) Quando è iniziato il Carnevale a Viareggio? 5) Come si costruiscono i carri? 6) Il Carnevale di Viareggio viene trasmesso in TV? 7) Chi è Burlamacco? 8) Che cos’è la Cittadella del Carnevale? 9) Scegli un carro che ti piace particolarmente e spiega perché. (Adattato da ItalyAmo di P. Gagliano) Una canzone carnevalesca Il Martedì Grasso era l’ultimo giorno di Carnevale e l’ultima possibilità per far baldoria perché il giorno dopo iniziava il periodo penitenziale della Quaresima. Questa canzone risale all’edizione 1932. Carnevale di baci – (1932) Eccolo, vien, stringilo al sen, amalo ben, mia cara ________. È Carneval _________ e fatal con i suoi stral come l’amor. Mettiti un fior tra i _________ d’or, del tuo candor, mia cara piccola. Bionda Nenè, vieni con me incontro al re del buon _________. Vieni sul mar, ________ del tu, fatti baciar: ciù – ciù (due baci) Fatti baciar, mia bella ________ perché di carneval nulla si fa di mal e tutto val sotto la ________. Vieni sul mar, mio dolce amor, fatti baciar. Di carneval, ________è giovane, è bella come te; non esitar, Nenè. Vieni laggiù, vieni nel vortice. _________ amar, fatti baciar sempre così: ciù – ciù (due baci) Mettiti un fior…

The Dante Alighieri Society Sydney acknowledges and pays respect to past and present traditional custodians and elders of this nation, and to the continuation of cultural, spiritual and educational practices of Aboriginal and Torres Strait Islander peoples.

Dante Alighieri Society Sydney

enquiries@dantealighieri.com.au

41 Carranya Rd

Riverview 2066 NSW

Australia

  • alt.text.label.Facebook
  • Instagram
  • alt.text.label.Twitter
  • LinkedIn
  • alt.text.label.YouTube

About

Membership

Learn Italian

Receive our Newsletter

Contact Us

bottom of page