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  • La ricetta del mese: La scarpaccia

    La scarpaccia nasce come piatto povero della tradizione contadina della Versilia, ideato per utilizzare le zucchine in eccesso raccolte negli orti durante l'estate, in particolare le zucchine novelle, quelle piccole e tenere, meglio ancora se colte ancora con il fiore attaccato. È una ricetta "povera" nel senso più autentico del termine: pochi ingredienti semplici (zucchine, farina, zucchero, uova, olio, a volte latte) trasformati in un dolce rustico da forno, quasi una via di mezzo tra una torta e una frittata dolce. Il nome deriva dall'aspetto della torta: bassa, sottile, con i bordi che in cottura scuriscono fino ad assumere il colore del cuoio bruciato, ricordando appunto una vecchia suola di scarpa. Esiste anche una tradizione locale secondo cui il nome risalirebbe addirittura a Castruccio Castracani, il condottiero lucchese signore di un castello vicino al borgo di Colognora, anche se l'etimologia resta incerta. La scarpaccia è diffusa in tutta la Versilia, ma è dolce solo a Viareggio. Nei comuni limitrofi, a partire da Camaiore, la stessa torta di zucchine viene preparata salata, con sale, pepe e talvolta formaggio. A Viareggio, invece, prepararla salata era considerato quasi un peccato capitale, e la questione dolce-contro-salato è diventata nel tempo un piccolo simbolo di campanilismo locale: la scelta del sale poteva persino essere usata per suggerire, scherzosamente, la rozzezza dei vicini versiliesi. È un esempio piuttosto vivido di come il cibo tradizionale toscano si frammenti e si diversifichi anche fra paesi a pochi chilometri di distanza. Culturalmente, la scarpaccia si inserisce in quella piccola famiglia di dolci italiani ed europei che usano ortaggi al posto della frutta, un po' come la torta di carote, ma molto meno comune: in Italia l'uso delle zucchine in chiave dolce resta piuttosto raro e sorprende ancora oggi chi la assaggia per la prima volta, nonostante altrove in Europa (pensiamo alla tourte aux blettes nizzarda con le bietole) non manchino paralleli simili. Oggi la scarpaccia si trova nei forni e nelle pasticcerie di Viareggio tutto l'anno, ma la sua stagione "vera" resta la tarda primavera-estate, quando le zucchine novelle con il fiore sono al loro meglio, un'eco diretta della sua origine come ricetta stagionale legata all'orto. Ingredienti (dosi per circa 5 torte) • 4 uova • 500 g di zucchero • 800 g di latte • 100 g di olio extravergine di oliva • Vaniglia, q.b. • 600 g di farina • 1,2 kg di zucchine • 1 pizzico di sale Preparazione In una ciotola, lavorate le uova con lo zucchero fino a ottenere un composto omogeneo. Aggiungete poco alla volta il latte e l’olio extravergine di oliva, continuando a mescolare. Unite quindi la vaniglia e, per ultima, la farina, incorporandola gradualmente per evitare la formazione di grumi. Dovrete ottenere una pastella fluida e piuttosto liquida, simile a quella delle crêpes. A questo punto aggiungete le zucchine, precedentemente lavate e tagliate a fettine sottili, amalgamandole delicatamente alla pastella. Completate con un pizzico di sale. Versate il composto in una teglia da forno e distribuitelo in uno strato uniforme. Cuocete in forno statico preriscaldato a 180–200 °C per circa 30–40 minuti, fino a quando la superficie sarà ben dorata e la scarpaccia avrà raggiunto una consistenza compatta ma morbida. Lasciate intiepidire prima di servire. Il consiglio: per una scarpaccia dalla consistenza tradizionale, non esagerate con lo spessore dell’impasto nella teglia: dovrà rimanere piuttosto bassa. ----- Questa ricetta ci è stata gentilmente concessa da: Forno Pistilli Via S. Martino 137 – 55049 Viareggio (LU) Tel. +39 345 2176281 fornopistilli@gmail.com

  • Qui Roma... La nevicata di agosto!

    Ormai ci aspettiamo di tutto... ma questo fenomeno in pieno caldo torrido non è dovuto al cambiamento climatico, è uno degli appuntamenti cardine dell’estate romana, in grado di generare una connessione unica tra cittadini, visitatori internazionali e l’anima più autentica di Roma. Tra fede e folklore, tra storia e leggenda Roma respira tutto e trasforma questo mix in arte e celebrazione che poi diventa tradizione, ove si perde il confine tra la realtà documentata e quella tramandata. Accade quindi così che il 5 agosto di ogni anno sul colle più alto dei sette colli di Roma, l’Esquilino, una grande nevicata artificiale rinnova il ricordo di un episodio che risale ad oltre 1600 anni fa. Gli storici citano un racconto tramandato da un manoscritto del XIII secolo secondo il quale, sotto il pontificato di Papa Liberio, un nobile e ricco patrizio romano di nome Giovanni insieme a sua moglie, non avendo figli, decise di offrire i propri beni alla Vergine Maria per la costruzione di una chiesa a lei dedicata. La Madonna accolse il loro desiderio ed apparve in sogno ai due coniugi nella notte tra il 4 e il 5 agosto del 352 d.C. indicando il luogo dove sarebbe sorta la chiesa. La mattina dopo i coniugi andarono a raccontarlo al Papa... il quale aveva fatto lo stesso sogno... e recatisi immediatamente sul colle Esquilino lo trovarono coperto di neve in piena estate! Il pontefice tracciò il perimetro dell'edificio seguendo quello della superficie innevata e su quello fu costruita la chiesa che fu detta Liberiana, mentre dal popolo fu chiamata “ad nives” (della neve). Già da questo si capisce come fede e folklore camminino paralleli e concretamente oggi si riflettono nella doppia rievocazione del "Miracolo della Neve" che avviene nello stesso giorno, dentro la Basilica e sulla piazza antistante, con modalità differenti. Sacro e profano convivono, producono arte e partecipazione, alimentando in vari modi la tradizione. Il momento liturgico centrale si svolge nella chiesa durante la messa mattutina e vespertina, quando al canto del Gloria e del Magnificat da un'apertura del soffitto a cassettoni scende una pioggia di migliaia di petali di rosa bianchi che simbolicamente richiamano la neve, ma anche la purezza della vergine Maria. Scesa la sera e quindi il buio, tutta la piazza si trasforma in un grande teatro a cielo aperto dove va in scena una intensa nevicata artificiale a più riprese (ad ognuna delle quali corrisponde un coro di ooohh!!! di meraviglia ed entusiasmo), tra spettacoli di luci, musica e poesia, finché tra i fiocchi di neve un'artista di danza acrobatica e aerea spicca il suggestivo "volo dell'angelo della pace", figura femminile che volteggia in cielo con grazia infinita (appesa ad una gru...) sospesa sulla folla... tutta con il naso all'insù. Ma prima ancora di divenire una celebrazione il miracolo della neve è un racconto affidato all'arte: i petali bianchi rievocano la leggenda davanti agli occhi dei fedeli nello stesso luogo in cui mosaici, bassorilievi e dipinti la custodiscono da secoli. Nel corso della storia diversi pontefici ne hanno arricchito l'architettura e le opere d'arte facendone uno dei simboli della cristianità e si conservano qui, infatti, diverse raffigurazioni del miracolo della neve disposte lungo un itinerario che accompagna il visitatore dalla facciata fino al cuore della basilica. Tutte queste opere in cui il soggetto rimane lo stesso ma cambia il linguaggio, testimoniano come la leggenda abbia continuato ad essere reinterpretata adattandosi al gusto e alla sensibilità delle diverse epoche. La devozione non rimase confinata all'Esquilino (solo in Italia si contano 152 edifici sacri fra chiese, santuari, basiliche minori, ecc. intitolati alla Madonna della Neve); il culto produsse una straordinaria diffusione di questa leggenda, nata a Roma e divenuta patrimonio dell’arte europea. La chiesa che vediamo oggi non è quella antica ma fu ricostruita su quella da Papa Sisto III pochi decenni dopo, utilizzandone i materiali di risulta, per farne il più importante santuario mariano a memoria del Concilio di Efeso (431 d.C.) che sancì la verginità della Madonna e quindi il concepimento divino di Cristo. Da allora, divenne Basilica di Santa Maria Maggiore proprio per indicare la sua prevalenza su tutte le altre chiese dedicate alla Madonna; è basilica giubilare per cui ha la sua Porta Santa ed è una delle quattro basiliche cattoliche maggiori del mondo (si trovano tutte a Roma), considerata la Betlemme d'Occidente per le reliquie che custodisce. È qui infatti che sono custodite alcuni assi di legno che la tradizione identifica con i resti della mangiatoia in cui fu deposto Gesù a Betlemme, da cui anche il nome di "Santa Maria ad Praesepem", divenendo uno dei simboli del Natale romano e della devozione al mistero della incarnazione. Ma non solo... i motivi della centralità di questa Chiesa nella devozione dei romani sono tanti: nella Cappella Paolina, costruita da Papa Paolo V Borghese, è custodita l'icona della Madonna "Salus Populi Romani" (salvezza del popolo romano), che la tradizione vuole sia stata dipinta dall’evangelista e artista San Luca, protettore dei pittori; anche il suo braccio, incapsulato nell’argento, è tra le reliquie custodite qui. Nel corso della storia più di un pontefice si è rivolto a lei nei momenti di pericolo per la salvezza della città o dell'umanità. Nel passato remoto e più recente, durante l'epidemia di peste del 509 d.C., Papa Gregorio Magno la portò in una storica processione attraverso la città per implorarne la fine. Altrettanto fece Papa Gregorio XVI nel 1837 durante l'epidemia di colera. Durante la Seconda guerra mondiale Papa Pio XII la invocò per la salvezza della città alla vigilia dello scontro frontale tra l’esercito tedesco e quello alleato. Tutti episodi conclusisi positivamente. Nel presente... come dimenticare il 27 marzo 2020, durante la pandemia da Covid, Papa Francesco nella piazza deserta e piovigginosa di San Pietro, da solo, che prega questa icona? Durante il suo pontificato, prima e dopo ogni viaggio apostolico Jorge Mario Bergoglio si recava sempre a Santa Maria Maggiore per meditare davanti all'icona ed è proprio qui che nel suo testamento ha disposto di essere sepolto: primo Papa fuori dalle mura papali. La sua tomba semplice, senza particolare decoro e con una semplice lastra con la sola scritta "Franciscus" è anch'essa meta di pellegrinaggio. Infine, tra le tradizioni più suggestive della Basilica c'è anche quella della campana detta "La Sperduta": ogni sera poco dopo le 21 i suoi rintocchi ricordano un'altra leggenda del XVI secolo, secondo cui una pellegrina smarrita diretta a Roma, dopo aver pregato la Madonna venne miracolosamente guidata verso la chiesa dai rintocchi e lasciò poi una rendita affinché quella campana continuasse a suonare ogni notte. Il fatto accadde alle due di notte... ma oggi la campana suona in un orario più adatto alla vita del quartiere, per una santa buonanotte. Nessuna documentazione certa; storia, leggenda, tradizione ed arte si mescolano a Roma e in particolare qui alla Betlemme d'Occidente, Santa Maria Maggiore, ad Nives... ad Praesepem... Ce n'è abbastanza per recarsi qui il 5 agosto. Ogni anno fedeli e turisti da ogni parte del mondo si radunano qui e lo suggerisco ai nati in questo giorno... per un compleanno con i fiocchi! L'edizione 2026 della nevicata è stata dedicata a Papa Leone XIV, alla memoria di Papa Francesco e alla speranza della pace nel mondo.

  • Ospiti a cena (A1)

    Hai invitato i tuoi amici a cena, ma non vuoi spendere troppo. Per fortuna al supermercato ci sono tante offerte! Osserva le offerte del supermercato, scegli cosa comprare e prepara la lista della spesa. Alla fine, presenta il tuo menù e spiega perché hai scelto questi piatti.

  • Angolo della Poesia: Francesco Guccini

    Francesco Guccini è morto il 6 agosto scorso. L’uomo aveva ottantasei anni. Il poeta, non saprei. Non saprei dare un’età a chi ha passato una vita a discutere con il tempo, a provocarlo, a inseguirlo nei suoi nascondigli; a ritrovarlo nella nebbia di una pianura, sopra il tavolo di un’osteria, dentro una fotografia, nel nome di un amico morto, in una locomotiva lanciata contro l’ingiustizia, in una ragazza incontrata molti anni prima. Dell’uomo Guccini, in questi giorni, si è detto e si dirà molto. Si ricorderanno Pàvana e Modena, Bologna, l’America immaginata da bambino, l’osteria, il fiasco di vino, la barba, la erre, le sigarette, le montagne. Si racconteranno gli aneddoti, il carattere, le amicizie. Verranno ricordati i dischi, i libri, i concerti. È giusto. Ma l’uomo e l’artista non coincidono mai del tutto. L’uomo appartiene a se stesso, a chi lo ha amato, a chi ha diviso con lui una casa, un’amicizia, una sera, una parte di strada. Su quell’uomo noi possiamo soltanto affacciarci. Il Guccini che abbiamo conosciuto noi vive altrove. Vive nelle parole. Ed è a lui che vorrei dedicare questo Angolo. A Francesco Guccini poeta. Lo scrivo senza esitazione, e senza entrare nell’antica e ormai stanca disputa se una canzone possa essere poesia. Guccini ha scritto versi che hanno abitato la lingua di generazioni. Questo mi basta. Ha dato dignità poetica alle cose che sembravano non averne. La provincia. La noia. Le domeniche. Le stazioni. Le osterie. I bar. I binari. Le fabbriche. I cortili. Le camere dove un amore è già finito e nessuno ha ancora trovato il coraggio di dirlo. I paesi da cui si parte e quelli nei quali, inspiegabilmente, si torna. Le conversazioni interminabili fra amici quando si è giovani e si crede che parlare del mondo possa ancora cambiarlo. Guccini ha scritto la poesia delle cose laterali… per questo tanti si sono riconosciuti nelle sue canzoni. Una strada poteva contenere una biografia. Una locomotiva, la rabbia di un secolo. Un’osteria, il naufragio delle illusioni. Un paese dell’Appennino, l’infanzia intera. Una ragazza americana mai conosciuta, il sogno di un bambino cresciuto durante la guerra. E poi c’era il tempo. Sempre il tempo. Pochi autori italiani lo hanno sentito con la stessa ossessione. Il tempo che cambia i luoghi. Il tempo che cambia noi. Il tempo che trasforma gli amici in ricordi e gli amori in domande. Il tempo che rende improvvisamente remoto ciò che credevamo presente. Guccini ci stava dentro fino al collo. Invecchiare, nelle sue canzoni, comincia molto prima della vecchiaia. Comincia quando ci accorgiamo che una parte della nostra vita è già diventata racconto. Quando incontriamo qualcuno che eravamo stati e non siamo più. Quando torniamo in un luogo conosciuto e scopriamo che è rimasto quasi uguale, mentre noi siamo diventati irriconoscibili a noi stessi. Guccini sapeva essere sentimentale, ma difficilmente consolatorio. La memoria non salva. La nostalgia non restituisce. Le parole non fanno tornare nessuno. Eppure scriveva. Ha scritto per decenni contro questa evidenza. Ha chiamato per nome persone morte da tempo. Ha ricostruito stanze scomparse. Ha rimesso gli amici intorno a un tavolo. Ha fatto ripartire treni. Ha interrogato fotografie. Ha ripercorso strade. Ha restituito voce perfino alle illusioni dalle quali aveva preso congedo. Qui, per me, sta la grandezza di Guccini. Nella sua fedeltà a ciò che scompare. Una fedeltà priva di innocenza. Guccini sapeva benissimo che il passato non torna. Proprio per questo continuava a chiamarlo. E la sua poetica, la sua lingua. Quella lingua enorme e terrestre, capace di contenere Dante e una bestemmia, Borges e il dialetto, l’invettiva politica e una battuta da osteria, una parola ricercatissima e subito dopo qualcosa che avrebbe potuto dire suo nonno. Non cercava di sembrare poeta. Aveva troppo da raccontare. Le sue canzoni pensano, ricordano, divagano, litigano. A volte sembrano prendere una strada secondaria e dimenticare dove stavano andando. Poi una parola, un’immagine, un verso riportano tutto improvvisamente al centro. E soprattutto fanno domande. Guccini ha disseminato la sua opera di punti interrogativi. Chi siamo? Che cosa rimane delle nostre convinzioni? Quanto di ciò che abbiamo amato era vero? Che cosa abbiamo fatto del tempo che ci è stato dato? Dove sono finiti gli amici? Che cosa resta di una generazione quando sono cadute le parole nelle quali aveva creduto? Nel 1990 Guccini aveva già attraversato molte vite. Il ragazzo, il cronista, l’insegnante, il cantautore politico, l’uomo di una generazione che aveva creduto di poter cambiare il mondo. E a un certo punto, invece di dirci finalmente chi fosse, scrisse una canzone costruita intorno a ciò che non riusciva più a definire. “Quello che non …” Oggi vorrei lasciarvela senza commento. Ascoltatela – o leggetela – pensando soltanto a quell’uomo che per tutta la vita ha nominato le cose perché sapeva che le cose finiscono. La vedi nel cielo quell'alta pressione, la senti una strana stagione? Ma a notte la nebbia ti dice d'un fiato che il dio dell'inverno è arrivato. Lo senti un aereo che porta lontano? Lo senti quel suono di un piano, di un Mozart stonato che prova e riprova, ma il senso del vero non trova? Lo senti il perché di cortili bagnati, di auto a morire nei prati, la pallida linea di vecchie ferite, di lettere ormai non spedite? Lo vedi il rumore di favole spente? Lo sai che non siamo più niente? Non siamo un aereo né un piano stonato, stagione, cortile od un prato... Conosci l'odore di strade deserte che portano a vecchie scoperte, e a nafta, telai, ciminiere corrose, a periferie misteriose, e a rotaie implacabili per nessun dove, a letti, a brandine, ad alcove? Lo sai che colore han le nuvole basse e i sedili di un'ex terza classe? L'angoscia che dà una pianura infinita? Hai voglia di me e della vita, di un giorno qualunque, di una sponda brulla? Lo sai che non siamo più nulla? Non siamo una strada né malinconia, un treno o una periferia, non siamo scoperta né sponda sfiorita, non siamo né un giorno né vita... Non siamo la polvere di un angolo tetro, né un sasso tirato in un vetro, lo schiocco del sole in un campo di grano, non siamo, non siamo, non siamo... Si fa a strisce il cielo e quell'alta pressione è un film di seconda visione, è l'urlo di sempre che dice pian piano: "Non siamo, non siamo, non siamo...". Dell’uomo resta ciò che appartiene a chi lo ha conosciuto e amato. Del poeta resta questa strana disobbedienza al tempo: essere ancora qui quando la voce che ha pronunciato le parole non c’è più. Grazie, Francesco.

  • Ci chiamavano così

    Quanto può raccontare un soprannome? Molto più di quanto immaginiamo. Può raccontare una persona, una famiglia, un paese, una lingua. Può attraversare le generazioni, sopravvivere a chi lo portava e diventare, insieme a tante altre parole, parte della memoria di una comunità. Il 19 agosto, alla University of Sydney, Francesca M. Dovetto, Professoressa Ordinaria di Glottologia e Linguistica presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, ci ha accompagnati proprio dentro questa memoria. Ci chiamavano così è cominciato dai soprannomi e dai manifesti funebri, due presenze familiari soprattutto per chi è cresciuto in un piccolo paese: persone conosciute da tutti con un nome che all’anagrafe non esiste; annunci di morte affissi sui muri, letti passando, capaci di fermare per un momento la vita del paese e chiamarlo a ricordare uno dei suoi membri. Da lì il discorso si è aperto alla lingua e alla glottologia, agli accenti e alle loro trasformazioni, alla voce e a tutto ciò che una parola porta con sé. E poi ancora più lontano, fino ai punti in cui la linguistica incontra la medicina e l’ingegneria. Ed è stato proprio seguendo questo percorso che abbiamo pensato a quanto sia miope continuare a tracciare una linea così netta tra sapere umanistico e sapere scientifico. Studiare la lingua significa entrare nella storia e nella società, e incontrare inevitabilmente altri saperi. I confini che costruiamo tra le discipline, quando si comincia davvero a guardare, reggono molto meno di quanto pensiamo. In poco più di un’ora abbiamo potuto affacciarci soltanto su alcuni dei tantissimi temi aperti dal lavoro della Prof.ssa Dovetto. Eppure siamo usciti da quella sala con la sensazione che dentro qualcosa di apparentemente semplice come un soprannome possa esserci un mondo intero. E, soprattutto, con una domanda che ci sembra valga la pena portarsi dietro: che cosa resta di una persona nelle parole con cui gli altri continuano a chiamarla? Grazie alla Prof.ssa Francesca M. Dovetto per la generosità con cui ha condiviso il suo lavoro, alla University of Sydney e a NIAWA Sydney per aver realizzato questo incontro insieme a noi della Dante Alighieri Society Sydney, e grazie a tutte le persone che hanno partecipato alla serata. Per maggiori informazioni sull'evento: https://www.dantealighieri.com.au/event-details-registration/ci-chiamavano-cosi

  • La ricetta del mese: Pizzoccheri

    I pizzoccheri sono senza dubbio il simbolo gastronomico della Valtellina, una pittoresca valle alpina situata nel nord della Lombardia. Le radici di questo piatto affondano nel paese di Teglio, dove storicamente si è diffusa la coltivazione del grano saraceno (chiamato localmente furmentun o fraina). Introdotto in Europa nel Medioevo, questo cereale resistente al freddo ha trovato un habitat ideale sulle terrazze valtellinesi, diventando la base dell'alimentazione contadina. I pizzoccheri, menzionati in documenti storici già dal Settecento, nascono proprio dall'esigenza di creare un pasto sostanzioso ed energetico per affrontare i rigidi inverni di montagna, unendo la rusticità del grano saraceno alla ricchezza del burro e dei formaggi d'alpeggio. Ingredienti (per 4 persone) 400 g di farina di grano saraceno 100 g di farina bianca (tipo 00) Acqua tiepida (circa 250 ml) 200 g di burro 250 g di formaggio Valtellina Casera DOP 150 g di formaggio Grana Padano o Parmigiano Reggiano grattugiato 200 g di verza (in alternativa, coste o fagiolini a seconda della stagione) 250 g di patate Uno spicchio d'aglio Qualche foglia di salvia Preparazione Mescola la farina di grano saraceno e la farina bianca in una ciotola o su una spianatoia. Aggiungi l'acqua tiepida a filo e inizia a impastare con le mani per circa 5 minuti, fino a ottenere un panetto compatto e omogeneo. Stendi l'impasto con un mattarello fino a raggiungere uno spessore di circa 2-3 millimetri. Ricava delle fasce larghe circa 7-8 centimetri. Sovrapponi le fasce (spolverandole con un po' di farina per non farle attaccare) e tagliale nel senso della larghezza, creando delle listarelle larghe circa 5 millimetri. Taglia la verza a pezzi e le patate a cubetti. In una pentola molto capiente, porta a ebollizione abbondante acqua salata. Tuffa prima le patate e, dopo circa 2 minuti, aggiungi la verza. Lascia cuocere le verdure per altri 4-5 minuti. Aggiungi i pizzoccheri nella stessa pentola delle verdure. La cottura della pasta richiederà circa 10 minuti. Nel frattempo, in un pentolino, fai sciogliere i 200 grammi di burro a fuoco dolce insieme allo spicchio d'aglio intero e alle foglie di salvia. Il burro deve assumere un color nocciola (burro versato), ma attenzione a non bruciarlo. Scola i pizzoccheri e le verdure con una schiumarola, trasferendone una prima parte in una teglia calda e resistente al calore. Distribuisci sopra uno strato di Casera a cubetti e di formaggio grattugiato. Ripeti l'operazione creando un secondo strato. Infine, versa il burro fuso rovente (eliminando l'aglio) direttamente sui formaggi per farli fondere. Servi immediatamente, senza mescolare. Abbinamento vino Per bilanciare la ricchezza e l'untuosità del burro e dei formaggi fusi, l'abbinamento perfetto richiede un vino rosso strutturato, con una buona acidità e un tannino elegante che "pulisca" il palato. La scelta d'elezione ricade sui vini della stessa valle, a base di uva Nebbiolo (che in Valtellina viene chiamata Chiavennasca). Un Valtellina Superiore DOCG, in particolare nelle sottozone Sassella o Inferno, è l'ideale. Buon appetito!

  • Angolo della Poesia: Fausto Paolo Filograna

    Care amiche e cari amici, bentrovati all'Angolo della Poesia. Entrare in un libro di poesie è uno dei pochi gesti che ancora ci domandano presenza e tempo. Il tempo necessario perché una lingua sconosciuta trovi il proprio ritmo dentro di noi. Io procedo sempre senza cartina, accettando che alcune immagini rimangano aperte, che un verso continui a lavorare anche quando il libro è già stato richiuso. La poesia contemporanea italiana, in questo senso, è un territorio sorprendentemente vivo. Accanto a voci ormai riconosciute ne emergono altre che sembrano scegliere un sentiero meno battuto e provano a spostare leggermente l'asse del mondo. Fausto Paolo Filograna appartiene a questa generazione. Nato nel 1992, formatosi negli studi classici, ha esordito con Persona (Giuliano Ladolfi Editore, 2017), un libro che già nel titolo suggerisce un movimento. La "persona" non è un'identità stabile: è un corpo in movimento, una voce, una maschera, forse il tentativo di avvicinarsi a qualcosa che continuamente sfugge. La poesia ha un modo tutto suo di sorprenderci. A volte basta una parola per cambiare il paesaggio. Una spiaggia diventa un luogo della memoria, una città smette di appartenere alla geografia e comincia ad abitare il pensiero, una notte contiene più domande di quante ne riesca a formulare il giorno. Ogni incontro con una nuova voce poetica porta con sé la possibilità di uscire per qualche minuto dalle abitudini del linguaggio. Le parole continuano a essere le stesse che usiamo ogni giorno, eppure sembrano aver trovato un'altra disposizione, una diversa gravità. Ci invitano a rallentare, a osservare, a lasciare che un'immagine resti sospesa senza la fretta di tradurla in un significato definitivo. Persona, è un viaggio dentro un Mediterraneo che conserva la luce e insieme le sue ombre, dove il mare, il corpo, i riti, le città e il sacro ritornano continuamente, assumendo ogni volta una forma diversa. È una poesia che ama le immagini prima delle spiegazioni e che sembra affidare al lettore la libertà rara di costruire il proprio percorso. Da Persona: Eravamo a Gallipoli notte piena eravamo pochi e bianchi faceva freddo non ho voglia di mangiare questa notte eravamo suicidi e battezzandi attraverso la strada principale si arriva presto fiammelle sopra la spiaggia fino a chilometri dal mare la bionda seduta è vestita uguale all'altra e ha gli occhi di un uomo morto fermate la bionda non sopravvivrà ha gli occhi di chi se lo prende il mare un tizio con una torcia è messo a scacciarci siamo troppi e puri come bestemmie siamo santi e tutti troppo prossimi alla morte un'estrema pulizia regna incontrastata tra gli ombrelloni e il mare. Gallipoli esiste, naturalmente. Eppure, dopo pochi versi, il nome della città smette di indicare un punto sulla mappa. Diventa uno spazio mentale, un confine attraversato da figure che sembrano appartenere contemporaneamente alla vita e a qualcosa che la supera. I "suicidi e battezzandi", la donna con "gli occhi di chi se lo prende il mare", i santi, le bestemmie: immagini che convivono in modo meravigliosamente disordinato. È una scrittura che lascia circolare l'aria. Ogni verso apre una possibilità invece di restringerla. La notte non è soltanto una notte, il mare non resta soltanto mare. Le parole continuano a espandersi anche dopo la lettura, come accade con certi sogni che ritornano durante la giornata. Mi colpisce soprattutto il modo in cui Filograna avvicina gli elementi. Il sacro sfiora il quotidiano, la spiaggia dialoga con la morte, la purezza incontra la bestemmia. Nessuno di questi accostamenti appare provocatorio. Sembrano nascere dalla convinzione che la realtà sia molto più vasta delle categorie con cui proviamo a raccontarla. Leggendolo mi ricordo che il mondo possiede ancora territori inesplorati e mi concedo questa esplorazione, con la curiosità di chi accetta che alcune domande rimangano aperte. È una forma di libertà che la poesia continua a custodire con ostinazione, e che libri come Persona riescono ancora a offrirci.

  • Rimettere in viaggio Omero. Christopher Nolan e il più grande equivoco sui classici

    Ogni volta che un grande classico torna in scena accade la stessa cosa. Prima ancora di vedere l'opera, si apre il processo. Si discute se il regista sia stato fedele, se abbia tradito l'autore, se abbia osato troppo oppure troppo poco. È successo con Shakespeare, con Dante, con Manzoni. Oggi accade con Christopher Nolan e la sua The Odyssey. La domanda sulla fedeltà, tuttavia, per quanto comprensibile, rischia di essere la meno interessante. Noi occidentali abbiamo sviluppato una concezione dei classici che i Greci probabilmente non avrebbero riconosciuto. Li immaginiamo come monumenti da preservare, testi cristallizzati, opere da proteggere da qualsiasi contaminazione. Li osserviamo come si osservano gli oggetti dietro una teca di museo: con attenzione, ma anche con una certa distanza. La filologia moderna ci ha insegnato a rispettare il testo, a ricostruirne la storia, a distinguere le stratificazioni, a leggere ogni variante come una traccia preziosa. È un lavoro straordinario, senza il quale non potremmo comprendere davvero il mondo antico. Ma se la filologia ha l’obiettivo di avvicinarci a un testo, l'arte prova a farlo rivivere. Confondere questi due piani significa chiedere a un regista di comportarsi come un editore critico. Christopher Nolan ha tutto il diritto di reinterpretare Omero. Quel diritto gli è riconosciuto da quasi tremila anni di storia culturale. Virgilio non avrebbe potuto scrivere l’Eneide se avesse pensato che Omero fosse intoccabile. Dante non avrebbe potuto fare di Ulisse il protagonista di uno dei canti più celebri della Commedia, trasformandolo in un uomo divorato dalla conoscenza anziché dalla nostalgia del ritorno. James Joyce non avrebbe ambientato l’Ulysses in una Dublino attraversata da un rappresentante pubblicitario di nome Leopold Bloom. Derek Walcott non avrebbe trasferito il respiro epico di Omero nei Caraibi. Margaret Atwood non avrebbe restituito la parola a Penelope. E perfino davanti agli uomini trasformati in maiali nella Città incantata di Hayao Miyazaki è difficile non riconoscere l’ombra di Circe: la prova che una figura omerica può riemergere altrove, in un’altra lingua, dentro un altro sistema simbolico, senza perdere la propria forza. Ogni epoca ha costruito il proprio Omero. E poi, a ben vedere, noi stessi non leggiamo mai davvero Omero. Leggiamo Monti, Pindemonte, Rosa Calzecchi Onesti, Maria Grazia Ciani, Franco Ferrari. Ognuno di loro ci consegna un'Odissea leggermente diversa. Cambia il ritmo, cambia il lessico, cambia persino il carattere dei personaggi. Nessuno si scandalizza per questo. Sappiamo che una traduzione non è una fotocopia. È un'interpretazione. Perché allora pretendiamo dal cinema qualcosa che non chiediamo nemmeno alla traduzione? Esistono adattamenti pigri, superficiali, puramente decorativi. Esistono artisti che usano i classici come un marchio di prestigio senza instaurare con loro alcun dialogo. Ma esistono anche opere che riescono a dimostrare che quei testi non hanno finito di produrre significato. Negli ultimi anni il teatro sembra aver riscoperto questa possibilità con una forza particolare. A Londra, quest’anno, Cate Blanchett torna sulla scena con Elektra Persona, un progetto che intreccia Sofocle, la riflessione sull'identità e il linguaggio performativo contemporaneo. Da poco ho letto un libro, Elettra dei bassifondi, che trasporta la tragedia in un paesaggio sociale completamente diverso. Qualche giorno fa, a Sydney, ho visto l'Orestea, completamente riadattata. Nessuna di queste opere cerca di ricostruire il V secolo avanti Cristo. Nessuna pretende di dirci "com'era davvero". Tutte, invece, sembrano animate dalla stessa domanda: che cosa resta vivo di questi personaggi, oggi? È una differenza sostanziale e, secondo me, il modo migliore di rispettare i classici è metterli in difficoltà. Costringerli a parlare una lingua nuova. Esporli a nuove domande. Io ho deciso di prendere un aereo per vedere un film. Mi sono spostata da Sydney a Melbourne e l’ho fatto perché Christopher Nolan ha scelto di girare The Odyssey interamente in IMAX 70 mm, un formato che oggi pochissime sale al mondo sono in grado di proiettare. Nell'emisfero australe ce n'è una sola. È a Melbourne. Sono entrata in sala cercando il film, non il poema. E, d’altro canto, bastano pochi minuti per capire che a Nolan non interessa illustrare Omero. Gli interessa capire che cosa significhi oggi raccontare un'epopea. Diverse cose mi hanno conquistata di questo enorme lavoro cinematografico. Il mare. Al mare viene affidato un ruolo preciso e poderoso: è ciò che decide come le cose accadono. Ogni volta che le navi sembrano conquistare lo spazio, basta un cambio di luce, un'onda, un vento improvviso per ricordare che la misura del mondo non è quella degli uomini. È una sensazione molto omerica. Noi siamo abituati a leggere l'Odissea come la storia di un uomo straordinario. In realtà è anche la storia di un uomo continuamente ridimensionato. Odisseo è intelligente, coraggioso, tenace. Ma non controlla quasi nulla. Sopravvive perché osserva, aspetta, cambia strategia. Più che un conquistatore, è un interprete del mondo e il film conserva questa fragilità. Il personaggio non diventa più importante del viaggio stesso e, pur restando il centro morale del racconto, non divora mai il film. Penelope, Telemaco, Circe, Calipso, Elena, Menelao e tutti gli altri esistono, hanno un peso specifico, e questo restituisce all’epica la sua coralità. Gli dèi, curiosamente, sembrano scegliere un'altra posizione. Entrano meno, arretrano, si fanno forza della natura. Il divino resta una presenza, ma smette di essere una figura. Diventa qualcosa che si avverte nel caso, nella natura, nella capacità di guardare in faccia i propri demoni. L'unico volto immortale che Nolan decide di incarnare è quello di Atena: una presenza discreta, un filo che accompagna Odisseo attraverso il caos. Tutto il resto sembra dissolversi nel mare, nel vento, nella sproporzione continua tra l'uomo e il mondo. Nolan fa anche un'altra scelta e decide che il modo in cui vedremo questo film è parte del film stesso. Da anni difende la pellicola come altri difendono una lingua o uno strumento musicale. Non perché "si stava meglio prima", ma perché ogni tecnica produce un modo diverso di guardare. Il film, lo accennavo all’inizio, è stato girato interamente con cineprese IMAX a pellicola da 70 millimetri. Dettaglio per appassionati di tecnologia? Io direi scelta estetica. Significa lavorare con un'immagine che contiene una quantità di informazioni, di profondità e di luce difficilmente riproducibile in altri formati. Significa, soprattutto, costruire un'opera sapendo che potrà essere vista pienamente soltanto in un numero minuscolo di sale. Qualcuno potrebbe trovarlo elitario. Io, uscendo dal cinema, ho pensato il contrario. Ho pensato ai rapsodi che recitavano l'Odissea davanti a un pubblico riunito nello stesso luogo e nello stesso momento. Ho pensato al teatro greco, che esisteva soltanto nell'incontro tra attori e spettatori. Ho pensato a quanto sia recente l'idea che un'opera possa essere identica ovunque e su qualsiasi schermo. Forse Nolan sta difendendo il fatto che alcune esperienze artistiche non siano completamente separabili dal modo in cui avvengono. Naturalmente The Odyssey continuerà a vivere anche in altri formati. Lo vedremo nei cinema tradizionali, sulle piattaforme, sui televisori di casa. Sarà sempre lo stesso film, proprio come l'Odissea continua a essere l'Odissea nelle tante traduzioni che l'hanno attraversata. Ma ogni supporto mette in risalto qualcosa e lascia inevitabilmente qualcos'altro in ombra. L'IMAX 70 mm non è l'unico modo possibile di incontrare il film; è il modo in cui Nolan lo ha immaginato. Tutte le altre visioni saranno, in un certo senso, un'altra interpretazione. In tutte però Odisseo non sarà l'uomo più grande del mondo, ma l’uomo che attraversa un mondo infinitamente più grande di lui.

  • Il Ferragosto in Italia (A1-A2)

    Il 15 agosto in Italia si celebra Ferragosto, una delle feste estive più importanti e attese, che coinvolge grandi e piccoli. Questa ricorrenza ha origini molto antiche, infatti l’imperatore Augusto ha istituito nel 18 a.C. una giornata di riposo chiamata Feriae Augusti per festeggiare la fine dei lavori agricoli e permettere ai contadini di rilassarsi dopo mesi di fatica sotto il sole, mentre curavano le coltivazioni. Con il passare dei secoli, la festa è cambiata: durante il Medioevo i lavoratori facevano gli auguri ai padroni in cambio di una piccola mancia, un gesto simbolico di cortesia e riconoscenza, e più tardi, con lo sviluppo del turismo nel Novecento, Ferragosto è diventato sinonimo di vacanze, gite fuori porta e spostamenti verso località di mare o di montagna, dove le famiglie trascorrono giornate di relax e divertimento. Oggi Ferragosto è una festa tipicamente estiva, quindi molti italiani approfittano del ponte di metà agosto per viaggiare, le città si svuotano quasi completamente e spesso molti negozi rimangono chiusi, mentre chi rimane in città cerca comunque di trascorrere la giornata all’aperto, passeggiando nei parchi, frequentando piscine o partecipando a piccole feste di quartiere. La tradizione più diffusa è il pranzo di Ferragosto con la famiglia o gli amici più cari: spesso si organizza un picnic o una grande grigliata all’aperto, in campagna o sulla spiaggia, dove non mancano piatti freschi tipici dell’estate come pasta fredda, insalate e anguria. Inoltre, in molte località turistiche vengono organizzati eventi, concerti e spettacolari fuochi d’artificio che illuminano il cielo e creano un’atmosfera gioiosa per tutti i partecipanti. Ferragosto è quindi un momento speciale per stare insieme, rilassarsi, divertirsi e godere appieno delle lunghe giornate estive, celebrando così una tradizione antica che unisce storia, cultura e momenti di svago. Domande di comprensione 1 Quando si festeggia il Ferragosto in Italia? 2 Chi ha istituito questa festa e con quale scopo? 3 Qual era la tradizione nel Medioevo per i lavoratori? 4 Dove vanno oggi molti italiani durante il Ferragosto? 5 Cosa succede nelle città italiane il 15 agosto? 6 Quali piatti si mangiano di solito durante il pranzo di Ferragosto? 7 Quali eventi vengono organizzati in alcune località la sera di Ferragosto? Attività di vocabolario – Abbina 1. Grigliata 2. Anguria 3. Fuochi d’artificio 4. Picnic 5. Ponte (di Ferragosto) 6. Gita fuori porta a. Frutta estiva grande e dolce, di colore rosso. b. Breve vacanza che unisce un giorno festivo al weekend. c. Pranzo all’aperto, spesso con cibi freddi. d. Carne cotta sul fuoco o sulla brace. e. Spettacolo luminoso nel cielo durante le feste. f. Breve viaggio di un giorno in un luogo vicino, fuori città. ------------------------- SOLUZIONI – COMPRENSIONE 1) 15 agosto. 2) L’imperatore Augusto; per celebrare la fine dei lavori agricoli e dare riposo ai contadini. 3) Facevano gli auguri ai padroni in cambio di una piccola mancia. 4) Vanno in vacanza al mare o in montagna; fanno gite fuori porta. 5) Le città si svuotano e molti negozi sono chiusi. 6) Piatti estivi come pasta fredda, insalate e anguria. 7) Eventi, concerti e fuochi d’artificio. SOLUZIONI – VOCABOLARIO Abbinamenti: 1–d, 2–a, 3–e, 4–c, 5–b, 6–f

  • Vocabolario: La casa (A1)

    Completa con la parola corretta Scegli tra: letto, doccia, quadri, tavolo, frigorifero, divano, lavatrice, vasca da bagno 1. In cucina c’è il __________. 2. In corridoio ci sono i _________. 3. La _______ e la ________ sono in bagno. 4. In camera da letto c’è il __________. 5. Mangiamo al __________ in cucina. 6. In lavanderia c’è la __________. 7. In soggiorno c’è il __________. Completa con l’articolo determinativo 1. ___ cucina 2. ___ bagno 3. ___ finestre 4. ___ armadio 5. ___ sedie 6. ___ letto Maschile o femminile? Sottolinea le parole maschili cucina, bagno, tavolo, porta, finestra, divano, lampada, comodino, armadio, sedia, lavastoviglie Vero o falso? 1. Il letto è in bagno. 2. In cucina c’è il frigorifero. 3. Dormiamo nella camera da letto. 4. Nel garage c’è la macchina. 5. Sul balcone c’è la doccia. 6. Il divano è in soggiorno. 7. La lavastoviglie è in lavanderia. Riordina le parole per creare le frasi 1. grande / la / cucina / è 2. è / soggiorno / il / divano / nel 3. camera / letto / la / piccola / da / è 4. bagno / nel / doccia / la / c’è 7. Completa con “c’è” o “ci sono” 1. In cucina ________ un tavolo. 2. In soggiorno ________ due divani. 3. In bagno ________ la doccia. 4. In camera ________ tre sedie. 5. Sul balcone ________ molte piante. ---------------------------- Soluzioni: Completa con la parola corretta 1. In cucina c’è il frigorifero. 2. In corridoio ci sono i quadri. 3. La doccia e la vasca da bagno sono in bagno. 4. In camera da letto c’è il letto. 5. Mangiamo al tavolo in cucina. 6. In lavanderia c’è la lavatrice. 7. In soggiorno c’è il divano. Completa con l’articolo determinativo 1. La cucina 2. Il bagno 3. Le finestre 4. L’armadio 5. Le sedie 6. Il letto Maschile o femminile? Sottolinea le parole maschili cucina, bagno, tavolo, porta, finestra, divano, lampada, comodino, armadio, sedia, lavastoviglie Vero o falso? 1. Il letto è in bagno. Falso 2. In cucina c’è il frigorifero. Vero 3. Dormiamo nella camera da letto. Vero 4. Nel garage c’è la macchina. Vero 5. Sul balcone c’è la doccia. Falso 6. Il divano è in soggiorno.Vero 7. La lavastoviglie è in lavanderia. Vero Riordina le parole per creare le frasi 1. grande / la / cucina / è -> La cucina è grande. 2. è / soggiorno / il / divano / nel -> Il divano è in soggiorno. 3. camera / letto / la / piccola / da / è -> La camera da letto è piccola. 4. bagno / nel / doccia / la / c’è -> Nel bagno c’è la doccia. 7. Completa con “c’è” o “ci sono” 1. In cucina c’è un tavolo. 2. In soggiorno ci sono due divani. 3. In bagno c’è la doccia. 4. In camera ci sono tre sedie. 5. Sul balcone ci sono molte piante.

  • Qui Roma... La fabbrica del falso

    Abbiamo già parlato, in un editoriale precedente, del nucleo dei “Carabinieri dell’Arte” (Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale – TPC) e della collaborazione con le istituzioni culturali per l’identificazione e il recupero di beni italiani trafugati e rivenduti all’estero. Una vera emorragia. L’inaugurazione di questa mostra, dal titolo particolare “La fabbrica del falso”, mi ha dato lo spunto per mostrare un’altra faccia dell’aggressione al nostro patrimonio culturale: rimanendo nella metafora del sangue, in cui è contenuta la nostra identità storico-artistica, possiamo dire che la falsificazione di opere d’arte è un veleno sottile. Infatti, il danno che produce non è una mancanza del bene ma un inquinamento, un’alterazione della conoscenza della storia e della percezione di un’opera. Oltre naturalmente al consistente danno economico di una truffa. A differenza delle esposizioni dedicate ad opere originali, normalmente incentrate sulle loro qualità estetiche, sulla ricostruzione storica e l’analisi critica di personalità e correnti artistiche, questa mostra vuole essere una chiara denuncia visiva dei danni che la falsificazione insinua nella fruizione culturale e nel mercato dell’arte. Il termine “fabbrica” indica la struttura organizzata del fenomeno. Che siano capannoni industriali, garage condominiali o appartamenti di insospettabili cittadini, si tratta di vere e proprie fabbriche organizzate per produrre falsi in maniera seriale, intercettando fenomeni e artisti particolarmente graditi al mercato. La tipologia delle opere sequestrate indica la varietà che c’è dietro questo mondo che dal falsario isolato vede anche organizzazioni criminali che strutturano questo reato in modo sistematico e particolarmente invasivo, agendo sia a livello nazionale che internazionale. Significa spargere un veleno, quale la contraffazione ad ampio raggio, ad un pubblico che non può sospettare la natura fraudolenta delle opere che acquista. La portata del fenomeno fa leva essenzialmente sui bisogni del mercato che induce a produrre appositamente beni appetibili, tipicamente come investimento o come status symbol. In entrambi i casi è difficile che il compratore abbia la competenza, per cui si fida delle certificazioni, ma se sono false anche quelle?... Il termine “falso” contiene differenze tecniche e legali tra falso, copia e falso d'autore con diverse responsabilità connesse. Per fare un esempio, la copia d’autore viene dichiarata con la firma dell’artista che l’ha prodotta, quindi è legittima, ma il meccanismo della truffa arriva a cancellare quella firma e a sovrapporre quella falsa del vero autore dell’opera originale! Una rete di contraffazione e vendita, che coinvolge compratori ignari e artisti ignari. La truffa, infatti, non si limita a mettere in circolazione opere che fingono di avere un valore ben diverso da quello che effettivamente hanno, ma si estende anche a costruire false documentazioni su una loro presunta storia e false certificazioni di autenticità delle opere d’arte. Certificati di provenienza e di autenticità, etichettature e marcature sono normalmente considerati garanzie del valore effettivo dell’oggetto d’arte: perciò per ogni opera contraffatta si costruiscono anche le false prove della sua “autenticità. Come contrastare questa attività illegale e dannosa? La repressione non basta, occorre sviluppare una maggior consapevolezza, quindi non solo smascherare il crimine ma anche mettere i cittadini in condizione di sviluppare un’osservazione critica e quindi fare acquisti più consapevoli delle insidie nascoste in questo particolare mercato. Svelare questi segreti significa fornire ai cittadini e ai futuri professionisti dell’arte gli strumenti per difendere la genuinità del mercato e per preservare l’idea di vero, di cultura, di arte, di storia. Una mostra quindi non solo espositiva, ma momento di riflessione e formazione di studenti, professionisti e cittadini, promovendo la cultura della legalità quale pilastro imprescindibile della fruizione collettiva della bellezza. A questo riguardo, l’Università Roma Tre è polo di eccellenza, offrendo un percorso formativo interdisciplinare e interdipartimentale (13 dipartimenti!) volto a formare custodi consapevoli della legalità per il patrimonio ambientale, sociale, culturale ed economico. Ormai la lotta al falso è una sfida globale che richiede una sinergia tra forze dell’ordine e mondo accademico; questa mostra, appunto, è il frutto di una sinergia virtuosa tra il Dipartimento Studi Umanistici e il nucleo TPC di varie sedi, integrando la prospettiva scientifica e didattica con quella investigativa e operativa, con un approccio multidisciplinare che favorisce la comprensione e prevenzione dei reati. L’iniziativa fa parte del Progetto PRIN-FATA (PRIN = progetti di rilevante interesse nazionale, FATA = From Authenticity to Art) finanziato dal Ministero dell'Università e della Ricerca italiano (MUR) con l’obiettivo di rafforzare le basi scientifiche del Paese attraverso il sostegno a progetti di alto profilo; questo in particolare mirato a mappare, catalogare e contrastare la falsificazione di opere d'arte e reperti archeologici attraverso strategie innovative. Nel percorso espositivo, accanto alle opere grafiche vengono mostrati gli strumenti dell’inganno: dalle bombolette spray e mascherine stencil ai supporti cartacei ingialliti artificialmente, al recupero di materiali ormai in disuso come la carta carbone e alle macchine da scrivere d’epoca utilizzate per confezionare false expertise retrodatate di decenni. I falsari si sono attrezzati anche con la produzione fraudolenta di timbri a inchiostro o a secco, perché le loro impronte sono elemento fondamentale per reperire informazioni sulla provenienza e sulla vita di un’opera. Normalmente è l’errore tecnico dovuto a distrazione che rivela il falso, per quanto ben fatto. È così che erano in circolazione 35 stampe false (strapagate!) di donne nude di Picasso, di cui la prima a sinistra senza ombelico... ma chi ci fa caso ad un ombelico in una stanza piena di donne nude?!... Nella mostra vengono documentate tre grandi operazioni, importanti indagini svolte dai Carabinieri TPC: Half Dollar, Quadro Sicuro e Olga. In particolare, l’operazione “Quadro sicuro” ha portato alla luce un vasto sistema di quadri falsi spacciati per veri. Dipinti di Guttuso, De Chirico, Fontana venivano messi in vendita a prezzi imbattibili con tanto di certificazione di autenticità contraffatta. Questo dà la misura di quanto sia varia la tipologia di opere che i falsari possono riprodurre per assecondare le richieste del mercato che di epoca in epoca si manifestano e promettono guadagni cospicui. L’inchiesta, condotta dalla Procura della Repubblica di Prato sulla base delle indagini svolte dai Carabinieri del Nucleo TPC di Firenze, ha individuato un consolidato sodalizio criminoso con sede a Firenze e ramificato nel Centro-nord Italia, che si avvaleva di emittenti televisive terrestri e satellitari per immettere sul mercato opere falsificate. Nel percorso sono esposti i materiali sequestrati e confiscati dall'autorità giudiziaria, consentendo a studenti, ricercatori e al pubblico di comprendere le tecniche, gli strumenti e i documenti utilizzati dai falsari. Terminata la mostra, gli oggetti del reato non vengono distrutti ma utilizzati per l’attività di ricerca che viene svolta nel Laboratorio sul Falso, centro di eccellenza nato nel 2017 all’interno dell’Università, che funge da centro di ricerca e studio permanente per sviluppare una conoscenza delle tecniche di contraffazione attraverso lo studio dei reperti che vengono schedati, catalogati e digitalizzati al fine di fornire una banca dati e un museo virtuale per la diffusione della cultura della legalità nello specifico ambito dei beni culturali. Nel momento in cui le opere falsificate varcano la soglia del laboratorio, cambiano definitivamente di status: da oggetti di truffa e speculazioni commerciali diventano materiale didattico di grande valore e spesso si rivelano preziosi casi di studio contribuendo alla formazione di professionisti in grado di riconoscere il modus operandi dei falsari, che con i loro espedienti tecnici e narrativi, nel loro insieme, compongono un’industria tanto pericolosa quanto dilagante. Alla luce di queste considerazioni, per quanto possa sembrare strano, nel passaggio da crimine a risorsa si delinea l’esigenza di intervento conservativo anche per i falsi, che nella loro attuale funzione di strumenti didattici e scientifici richiedono come gli originali di essere preservati. A valle di tutto questo mi è venuta una riflessione personale sul mercato dell’arte: mettendo da parte la motivazione all’acquisto per investimento, che ha un senso, invece la ricerca dello status symbol produce fenomeni commerciali strani che hanno comunque a che fare con l’idea di falso. L’ho scoperto, meravigliandomene moltissimo, per una esperienza personale. Volevo far valutare il ritratto del mio bisnonno a firma di Vittorio Corcos, di Livorno, uno dei maggiori pittori italiani della Belle Époque a Parigi e amato ritrattista della bella società livornese. Gli esperti mi dissero che se fosse stato il ritratto di una bella donna con uno sfondo, avrebbe avuto una quotazione alta, ma un uomo anziano e austero, per quanto elegante, ma che non sorride e senza nemmeno mostrare la sua scrivania poteva essere apprezzato solo nel “mercato degli avi”... Come sarebbe??? Chiesi stupita. Ebbene, ci sono persone che pur di costruirsi una storia familiare di prestigio comperano ed espongono i nonni degli altri! La falsità può essere nell’oggetto (esempio: un Rolex falso) oppure la falsità è in ciò che si vuole rappresentare attraverso l’oggetto. Forse non c’entra molto, ma nella mia mente l’idea di falsità si estende anche all’intenzione, ad una falsità consapevole, ad un inquinamento della realtà... e questo trova sempre il suo mercato. Forse ho divagato un po'...

  • Ottant’anni di Repubblica italiana: una promessa di libertà

    Ottant’anni fa, il 2 giugno 1946, l’Italia si scopriva Repubblica. Fu una scelta fondativa, ma anche un atto di consapevolezza collettiva: dopo la guerra, le rovine, la dittatura e le ferite morali del Paese, gli italiani e le italiane furono chiamati a immaginare insieme un nuovo inizio. In quella giornata memorabile si affermò non soltanto una nuova forma di Stato, ma un’idea più alta di cittadinanza, di partecipazione e di dignità condivisa. Tra i significati più profondi di quella svolta vi è l’estensione del voto alle donne, passaggio che aprì simbolicamente e concretamente la strada al suffragio universale. Non possiamo pertanto non rivolgere un pensiero di gratitudine alle ventuno donne dell’Assemblea Costituente, protagoniste di una presenza discreta ma decisiva nella nascita della Repubblica. Con sensibilità, rigore e coraggio, portarono in Parlamento l’esperienza concreta della vita, della famiglia, del lavoro, della guerra e della ricostruzione, contribuendo a orientare i principi costituzionali verso una più piena idea di uguaglianza e di dignità. La loro voce, spesso minoritaria nei numeri ma fortissima nel valore civile, ha lasciato un segno duraturo nella storia italiana. La Repubblica nacque così sotto il segno della speranza e della responsabilità. Due anni più tardi, la Costituzione ne avrebbe fissato i principi, offrendo all’Italia una trama comune di valori: il lavoro, l’uguaglianza, la libertà, la solidarietà, il ripudio della guerra. Ancora oggi la Carta costituzionale appare come una pagina viva, non come un reperto del passato, perché continua a custodire l’orizzonte morale della convivenza democratica. Ma la storia repubblicana non è stata lineare né pacifica. In questi ottant’anni la democrazia italiana ha attraversato stagioni difficili, talvolta dolorose: le tensioni del dopoguerra, le contrapposizioni ideologiche della Guerra fredda, il terrorismo, le stragi, la violenza mafiosa, le crisi istituzionali, la sfiducia diffusa verso la politica. Più volte la tenuta democratica è apparsa fragile, esposta alla prova dei conflitti interni e delle ferite collettive. Eppure, proprio nelle fasi più buie, la Repubblica ha saputo trovare in sé le energie per resistere, ricomporsi e rinnovarsi. Dentro questo lungo cammino civile si colloca la figura di Sergio Mattarella, Presidente della Repubblica e testimone autorevole della continuità istituzionale italiana. La sua storia personale porta il segno di una delle ferite più profonde del Paese: l’uccisione del fratello Piersanti Mattarella, Presidente della Regione Siciliana, assassinato dalla mafia nel 1980 per il suo impegno rigoroso e innovatore. Quel lutto, che appartiene alla storia privata e insieme alla memoria pubblica dell’Italia, ha dato alla sua presenza istituzionale un valore ancora più forte: quello di una fedeltà sobria e tenace ai principi della legalità, della misura e del servizio. Celebrarne gli ottant’anni significa dunque rendere omaggio non soltanto a una data, ma a un percorso umano e civile che ha trasformato profondamente il Paese. La Repubblica italiana è stata, ed è ancora, una costruzione paziente: fatta di conquiste, di memorie, di lutti, di cadute e di rinascite, di diritti affermati e di libertà difese. È una storia che appartiene a tutti, ma che domanda a ciascuno di essere custodita con consapevolezza. E forse è proprio qui il senso più autentico di questo anniversario: ricordare che la democrazia non è mai un’acquisizione definitiva, ma una realtà viva, da proteggere e alimentare ogni giorno. Ottant’anni dopo, la Repubblica continua a dirci che il futuro non nasce dal caso, bensì dalla responsabilità condivisa di una comunità che ha scelto, e deve continuare a scegliere, la libertà. Concetta Cirigliano Perna AM ------------- Eighty Years of the Italian Republic: A Promise of Freedom Eighty years ago, on 2 June 1946, Italy discovered itself to be a Republic. It was a foundational choice, but also an act of collective awareness: after the war, the devastation, the dictatorship and the country’s moral wounds, Italians were called upon to imagine a new beginning together. On that memorable day, not only was a new form of State affirmed, but also a higher idea of citizenship, participation and shared dignity. Among the deepest meanings of that turning point was the extension of voting rights to women – a step that symbolically and concretely opened the way to universal suffrage. We cannot therefore fail to express our gratitude to the twenty-one women of the Constituent Assembly, whose discreet yet decisive presence shaped the birth of the Republic. With sensitivity, rigour and courage, they brought into Parliament the concrete experience of life, family, work, war and reconstruction, helping to guide constitutional principles towards a fuller idea of equality and dignity. Their voices, often a minority in number but extraordinarily powerful in civic value, left a lasting mark on Italian history. The Republic was thus born under the sign of hope and responsibility. Two years later, the Constitution would enshrine its principles, offering Italy a shared framework of values: work, equality, freedom, solidarity and the rejection of war. Even today, the Constitution appears as a living document rather than a relic of the past, because it continues to safeguard the moral horizon of democratic coexistence. Yet the history of the Republic has not been linear or peaceful. Over these eighty years, Italian democracy has passed through difficult and at times painful periods: the tensions of the post-war years, the ideological divisions of the Cold War, terrorism, massacres, mafia violence, institutional crises and widespread distrust towards politics. More than once, democratic stability appeared fragile, exposed to the strain of internal conflict and collective wounds. And yet, precisely in its darkest moments, the Republic found within itself the strength to resist, recover and renew itself. Within this long civic journey stands the figure of Sergio Mattarella, President of the Republic and an authoritative witness to the continuity of Italian institutions. His personal story bears the mark of one of the country’s deepest wounds: the murder of his brother Piersanti Mattarella, President of the Sicilian Region, assassinated by the mafia in 1980 because of his rigorous and reform-minded commitment. That loss, belonging both to private history and to Italy’s public memory, has given his institutional role an even greater significance – that of a sober and steadfast fidelity to the principles of legality, restraint and service. To celebrate these eighty years therefore means paying tribute not merely to a date, but to a human and civic journey that has profoundly transformed the country. The Italian Republic has been, and still is, a patient construction: shaped by achievements, memories, mourning, setbacks and rebirths, by rights affirmed and freedoms defended. It is a history that belongs to everyone, yet one that asks each of us to safeguard it with awareness. And perhaps this is the truest meaning of this anniversary: to remember that democracy is never a definitive achievement, but a living reality to be protected and nourished every day. Eighty years on, the Republic still reminds us that the future is not born by chance, but through the shared responsibility of a community that chose, and must continue to choose, freedom. Concetta Cirigliano Perna AM

  • Qui Roma... effetto Strega! “Se la strega ha una scopa, la letteratura deve avere uno scopo”

    È domenica mattina, dopo aver attraversato la città mi trovo in un appartamento di Roma nord, quartiere Parioli, Via Fratelli Ruspoli 2, ultimo piano. Salgo insieme a un gruppo di giovani e in ascensore apprendo che sono della Scuola del Libro. Entro con loro e mi sento a casa, perché è una casa piena di libri... circa 25.000! Più che una biblioteca è un museo del libro in una casa, una casa museo. In soggiorno trenta sedie, ad accoglierci il presidente della Fondazione Bellonci che ci racconterà dove siamo e come tutto è cominciato. È la casa di Goffredo e Maria Bellonci, lui giornalista, vent’anni più di Maria, fondatore della terza pagina letteraria, una formula tipica della cronaca letteraria italiana poi adottata da tutti gli altri giornali; lei scrittrice, esordisce con il suo primo romanzo vincendo il premio Viareggio. Non so quanti sappiano che il premio letterario più prestigioso d’Italia e tra i premi più importanti al mondo di fatto nasce a casa loro; da riunioni domenicali tra amici, che iniziano l’11 giugno del 1944; non una domenica qualunque, ma quella successiva all’ingresso delle truppe alleate a Roma, che il 4 giugno del 1944 viene così liberata dall’occupazione nazifascista. All’inizio le riunioni hanno lo scopo di riabbracciare gli amici che si erano dovuti rifugiare fuori Roma perché ebrei o perseguitati politici: De Benedetti, Moravia, Morante, e altri. Dal diario di Maria: “Ora era arrivato il giugno 1944 e l’11 di quel mese avevamo cominciato a ritrovarci senza più nasconderci e dandoci appuntamento da una domenica all’altra” [...] “finito l’incubo gli amici continuarono a venire nel tentativo di ritrovarsi uniti per far fronte alla disperazione e alla dispersione. Prendiamo tutti coraggio da questo sentirci insieme”. È questa la prima riunione di quelli che da allora in poi si definiranno “Amici della domenica”. Un gruppo di persone, di lettori e letterati, non solo scrittori ma anche artisti e umanisti, accomunati dal desiderio di rifondare la cultura letteraria italiana che era andata perduta negli anni della guerra. Queste riunioni e lo spirito che le animava sono uno dei primi segnali della rinascita di Roma e del Paese e del desiderio diffuso nel ceto intellettuale di connotare la nuova Italia anche attraverso una ripresa della vita culturale. Di salotti letterari ce ne sono vari a Roma in quegli anni e diventano presto delle istituzioni culturali dove si elabora la cultura dell’Italia post-fascismo. Un’Istituzione quindi tipicamente romana che tiene insieme un tessuto di scrittori e artisti importanti. Roma all’epoca non era una capitale dell’editoria, i centri editoriali erano a Firenze, Milano e Torino, ma dal '45 diventa centro di elaborazione culturale, letteraria, pittorica, teatrale. A Roma non esisteva neanche un premio letterario mentre ne erano già nati vari in tutta Italia, i più famosi Bagutta e Viareggio. Pochi mesi dopo il referendum del 2 giugno 1946, quando gli italiani scelsero tra monarchia e repubblica ed anche il primo in cui il voto è stato esteso alle donne, tra questi amici maturò l’idea di dare vita ad un premio letterario di tipo nuovo, capace di riflettere il desiderio di rinascita di un’intera società attraverso una giuria “vasta e democratica”. Diversamente, quindi, da tutti gli altri premi letterari anche esteri (es. Goncourt in Francia, Pulitzer in America) in cui era una giuria ristretta a scegliere. Chi organizza la struttura del premio è Maria e lo fa proprio attenendosi alle norme del referendum. Si era unito al gruppo anche un "giovane industriale attento e interessato alla cultura", Guido Alberti, titolare di un’azienda di Benevento, abile a coltivare relazioni con il mondo dello spettacolo. A Benevento preferisce Roma ove frequenta i caffè di Via Veneto e dove incontra Cardarelli e Flaiano che lo convincono a unirsi a loro. Quando nasce l’idea di un Premio viene naturale chiedere a lui di mettere il capitale come espressione di alleanza tra cultura e impresa; lui accetta e chiede che il premio si chiami come il prodotto premium dell’azienda di famiglia, il “Liquore Strega”, nato nel 1860 evocando un’antica leggenda che narra la città di Benevento quale ritrovo di tutte le streghe del mondo. Questa è la storia; se volete riviverla con loro, Maria le ha dedicato un libro: “Il Premio Strega”. È il racconto di una sfida nata tra le mura di casa: ricostruire il Paese appena uscito dalla guerra, un libro alla volta. Il motto è: “Se la strega ha una scopa, la letteratura deve avere uno scopo”. Quando nasce il Premio Strega l’Italia è un Paese analfabeta, solo il 15% della popolazione ha un’istruzione superiore alla quinta elementare e gran parte degli italiani in casa utilizza solo il dialetto per comunicare. Quando nel 1959 vince “Il gattopardo” sarà il primo best seller, arrivando a 600.000 copie nel primo anno, quando i lettori sono il 20% della popolazione. Dal 1946 ad oggi, in questi ottant’anni, la storia del Premio ha accompagnato la Repubblica sin dalla sua nascita, e nelle opere che hanno partecipato ritroviamo i sentimenti e le tematiche che hanno attraversato nello stesso periodo la società italiana. Nel 2026 le due storie parallele si incontrano: mentre l’Italia celebra gli ottant’anni della Repubblica, il mondo letterario celebra l’ottantesima edizione del Premio Strega. Maria e Goffredo non abitano più qui... ma tutto di loro è custodito: i libri, le foto, il pensiero e soprattutto le conseguenze, perché non finisce qui. Maria è stata l’anima visionaria del Premio, nel 1986 la convincono a partecipare con il suo “Rinascimento privato” e muore vincitrice postuma a 83 anni. Nello stesso anno per iniziativa dell’amica rimasta a fianco di Maria fino all’ultimo, Anna Maria Rimoaldi, segretaria, collaboratrice nonché esecutrice testamentaria, nasce la Fondazione Bellonci. Dapprima proseguirà in affitto, fin quando negli anni Novanta la casa viene acquistata dal Comune di Roma che la dona alla fondazione, vincolata dal Ministero dei Beni Culturali come di eccezionale valore culturale sia per il contenuto di libri e quadri sia per la sua funzione. La fondazione organizza annualmente il Premio Strega e svolge un’intensa attività di diffusione della letteratura italiana contemporanea, specialmente nelle scuole, è promotrice di numerose iniziative culturali in Italia e all’estero con l’obiettivo di valorizzare il patrimonio storico, artistico e letterario del nostro Paese. L’intera biblioteca è visitata da studiosi ed è consultabile in modalità OPAC (Online Public Access Catalogue). In seguito, al premio di narrativa italiana si sono aggiunti il Premio Europeo, il Premio Ragazze e Ragazzi, il Premio Poesia e infine il Premio Saggistica. La casa è stata restaurata, ma la posizione dei libri è quella originaria di come li hanno disposti Maria e Goffredo. Ci sono i loro oggetti, la poltrona, la scrivania, la macchina da scrivere, i quadri e quelli più che mai pubblici: la leggendaria lavagna su cui veniva registrato con il gesso il punteggio dei cinque finalisti e la storica urna di votazione, in cartone, decorata dall’illustratore Mino Maccari con l’immagine di una strega e il motto. L’urna di cartone verrà utilizzata per più di trenta anni, fino al 1980, poi subentrerà la votazione telematica. Nel 2016, nasce il progetto “Streghe d’artista” per la realizzazione di un nuovo manifesto del premio ogni anno, con i migliori illustratori italiani che si ispirano liberamente al disegno di Mino Maccari sulla prima urna. Il rito prevedeva che il vincitore firmasse l’urna e ricevesse insieme al premio in denaro una bottiglia di Liquore Strega da cui bere direttamente un sorso. Il prestigio dello Strega non si spiega solo con i dati di vendita dei suoi vincitori, ma anche con la forza identitaria di un rito collettivo inalterato nel tempo. La procedura è sempre la stessa: ogni amico della domenica può proporre un libro, non c’è limite al numero di amici. Il comitato direttivo fa la prima cernita di dodici, poi a giugno tutti votano per selezionare i cinque finalisti. La proclamazione della cinquina si tiene sempre al Teatro Romano di Benevento, città dell’industria Alberti. La votazione finale e lo spoglio delle schede inizialmente avvenivano all’Hotel de la Ville, in Via Sistina, dove venivano trasportate l’urna e la lavagna per il conteggio, e avveniva lì la proclamazione del vincitore. Da quando “Il Gattopardo” vinse il premio, la Rai iniziò a seguirlo in diretta, arrivò anche la stampa, alla lavagna a scrivere i voti c’erano sempre personaggi dello spettacolo (teatro, cinema, TV). Con la notorietà l’hotel non fu più sufficiente, all’inizio i votanti erano circa 150 ma già nei primi anni Sessanta sono 400 e la votazione si sposta al ninfeo di Villa Giulia. Quest’anno la serata finale si terrà eccezionalmente in Campidoglio per sottolineare il rapporto speciale che lo Strega ha con Roma, città che ha visto nascere e crescere il Premio, riaffermando così il legame profondo con la sua storia culturale e civile. Oggi i votanti sono 800 comprese le istituzioni culturali all’estero (ognuna conta come 1 voto, attribuito con votazione interna). Tra questi anche la nostra Dante Alighieri Society di Sydney è chiamata a votare in quanto Presidio Letterario e anche quest’anno organizza un evento dedicato alla cinquina finalista presso l’Istituto Italiano di Cultura di Sydney. Non perdetevi quello per l’ottantesimo anniversario che avverrà l’11 giugno prossimo, potrete seguirne la diretta ovunque vi troviate, anche a cavallo di fuso! E poi magari iscrivervi al nostro circolo di lettura “LibrInsieme” per appassionati di letteratura contemporanea in lingua italiana, che si riunisce online ogni 15 giorni per discutere dei libri emergenti. https://www.dantealighieri.com.au/event-details-registration/book-club-night-premio-strega-2026 Lascio a malincuore questo luogo leggendario, questo spazio capace al contempo di una dimensione pubblica e privata; da architetto apprezzo che un ambiente progettato si lasci trasformare dalla presenza delle persone. Maria e Goffredo hanno scelto questa casa perché aveva lunghe pareti per accogliere i libri e ampie terrazze per accogliere gli amici della domenica. Fuori c’è il sole e ci disperdiamo tutti, ognuno nella propria domenica. Ma ci sarà un’altra domenica in cui torneremo qui per ascoltare come il Premio si interseca con i meccanismi editoriali contemporanei, risultando anche indicatore degli umori dell’ambiente culturale e dei gusti letterari degli italiani, come per i lettori stessi può diventare una guida nella narrativa contemporanea di cui è un vero e proprio serbatoio. Interessante vedere come il mondo dell’editoria dentro cui si muove il Premio al contempo lo muova, in una danza a due in cui l’”effetto Strega” opera la seduzione... e il lettore leggerà ad occhi chiusi. È un modo di dire che sembra un paradosso, ma è così, perché molti comperano il libro premiato senza neanche sapere cosa e chi stanno per leggere: se ha vinto il premio Strega... va fatto! Il premio della Prima edizione, vinta da Flaiano (“Tempo di uccidere”), ammontò a 200.000 lire, che in quel momento di povertà collettiva significava un concreto sostegno allo scrittore; oggi è di 5.000 euro, ma il vero premio è “l’effetto Strega” che aumenta finanche del 1.000% in più le vendite. Vincerlo è una svolta. Per gli autori genera un meccanismo inarrestabile, portandoli sulla scena internazionale con traduzione in più lingue e sullo schermo con trasposizioni cinematografiche. Un’altra domenica ancora attraverso Roma, di nuovo, e di nuovo quella dimensione ambivalente tra pubblico e privato mi si ripresenta, questa volta capovolta: una casa in un museo. Sono al MACRO (Museo d’Arte Contemporanea di Roma), dove è stata dedicata una mostra all’anniversario del Premio Strega: lungo il perimetro della sala si snoda sulle pareti una pellicola ininterrotta di fotogrammi dal 1944 al 2025 che riavvolge il nastro di tutta la storia. Al centro della sala un box che ricostruisce gli ambienti domestici in cui è nato il Premio, quasi un diorama di casa Bellonci... e qui ritrovo tutto quello che ho visto in Via Fratelli Ruspoli 2: la poltrona, la macchina da scrivere, i quadri, l’urna e la lavagna; solo adesso comprendo appieno l’esclusività di quella domenica mattina nel poterli guardare al loro posto. Sulle pareti esterne del box rivedo parte di quei libri in una ideale biblioteca dei 79 libri premiati fino ad oggi, c’è anche il 2026... ma è uno spazio sospeso: l’appuntamento è l’8 luglio in Campidoglio per conoscere l’ottantesimo vincitore! Ottocento votanti, una dozzina, una cinquina, un vincitore e tantissimi lettori. Ottanta anni e non finisce qui. Per saperne di più: https://www.premiostrega.it/ https://www.fondazionebellonci.it/la-casa-museo/ https://www.museomacro.it/mostra/uno-cinque-dodici-ottantanni-del-premio-strega

  • Questa casa non è un albergo (All levels)

    Comprensione: Chi dice cosa? M (la madre), F (il figlio) • Stasera mangio fuori non vengo a cena • Non mi prendere per il culo, io ho fatto bollito, tutto il giorno che cucino • Lo mangio domani • Domani c’è altro • Ho fatto 100 euro di spesa, porco giuda tu mangi qua, e non rompere i voglioni • Ve bene basta! • Zucchine, carote, salmone, butto tutto vero, non mi avvisi mica sono un mago, tu mangi qui io la roba non la butto • Va bene basta! • Mangia fuori va bene, mai più, che entri a casa, mi sono stufata! Basta! • Sto arrivando • Non venire, non c’è niente, mangia fuori, qui non entri • Molto bene quindi cosa faccio? • Non venire qui • Va bene • Comunque cucini tu, io sono stufa di queste cose, da oggi non cucino più • Come cucino se non entro in casa • Non mi prendere per il culo, vieni, cucini e basta! E mi dai i soldi della spesa • Va bene scusa Abbina l'espressione colorita al suo significato corretto: Questa casa non è un albergo! | A. Mi sono stancata / Non ne posso più. Non prendermi per il culo. | B. Devi rispettare le regole e gli orari di casa. Mi sono stufata! | C. Non dirmi bugie / Non prenderti gioco di me. Non rompere i coglioni (voglioni). | D. Non infastidirmi / Non darmi fastidio. Inserisci le parole della spesa nella categoria corretta e aggiungi un'altra parola per sezione: Zucchine – Salmone – Bollito – Carote Verdura: ________________________ Pesce: ________________________ Carne: ________________________ A coppie, completate questo mini-dialogo usando le parole della lista: (stufa - albergo - cena - scusa) Studente A: Ciao! Stasera non vengo a _________. Studente B: Cosa? Ho cucinato per tre ore! Questa casa non è un _________! Studente A: Hai ragione, ho sbagliato. Chiedo _________. Studente B: Basta, sono _________ di questo comportamento! "Porco Giuda": È un'esclamazione di rabbia o sorpresa, simile a "maledizione!". "Mica": Una parola molto usata dagli italiani per rafforzare la negazione (es: Non sono mica un mago! = Non sono affatto un mago!). Ora tocca a voi! A coppie, recitate o cantate, la canzone Stasera non vengo a cena...

  • Reading Comprehension Practice (B1-B2)

    La sfilata dei “giganti” di Viareggio, presentata da Antonella Beconi Carro allegorico Colori sgargianti, figure allegoriche, maschere fantastiche, coriandoli e stelle filanti che colorano l’aria già carica di note musicali. É lo spettacolo del martedì grasso di Viareggio andato in onda su Rai 3 questo pomeriggio. È stato il momento clou del Carnevale viareggino i cui festeggiamenti sono iniziati lo scorso 16 febbraio e si concluderanno domenica 9 marzo con la quattrocentesima sfilata mascherata della storia del carnevale. La sfilata sul lungomare “La crisi economica e la voglia di dimenticarla. I sogni, i desideri della gente e la paura di vederli volare via. La rete (Internet) e i pericoli che si nascondono dietro di essa. E ancora la magia e i riti voodoo. Ma anche satira politica e altro ancora. Sono questi – spiega Stefano Pasquinucci, presidente della Fondazione Carnevale http://viareggio.ilcarnevale.com/ – i temi scelti dai Maestri costruttori per i carri e le mascherate di questo Carnevale 2014. Temi che raccontano la società contemporanea, ma che parlano anche di persone eccezionali che hanno costruito con passione e dedizione 141 anni di storia del Carnevale. Per questo lo slogan scelto per questa edizione è: Io sono il Carnevale”. Alti oltre 20 metri, larghi 12 i carri allegorici sono creati dagli oltre mille lavoratori di 25 ditte artigiane che per un intero anno lavorano con l’unico obiettivo di stupire il pubblico. “In molti casi si tratta di figli d’arte – si legge nel sito della Fondazione – che hanno ereditato dai padri e dai nonni le abilità e i segreti di un mestiere unico al mondo”. Utilizzando dei modelli in creta, dei calchi in gesso, della carta di giornale e della colla (fatta di acqua e farina) questi artigiani riescono a realizzare uno spettacolo scintillante e fantasmagorico che negli anni ha consacrato il Carnevale di Viareggio il primo d’Italia. Un carro allegorico Nato nel 1873 con la prima sfilata di carrozze addobbate nella storica via Regia, la manifestazione fu trasferita agli inizi del ‘900 sul Lungomare e da allora è cresciuta in dimensioni e popolarità. Nel 1921 fu creato l’inno, nel ’25 venne dato alle stampe il primo manifesto ufficiale e nel 1930 il pittore e grafico viareggino Uberto Bonetti, ideó la maschera del Carnevale, Burlamacco, i cui colori bianco e rosso ricordano i colori degli ombrelloni sulle spiagge di Viareggio negli anni ’30. Quest’anno ricorre inoltre un altro anniversario importante, il sessantesimo della prima diretta televisiva. Nel 1954, l’allora nascente televisione italiana decise, infatti, di trasmettere in diretta da Viareggio le sfilata dei carri allegorici. Una prima importante sia per la Rai, che dopo due mesi dall’inizio delle trasmissioni sperimentava una diretta televisiva lontana dagli studi romani, sia per il Carnevale di Burlamacco che poteva mostrare i suoi carri allegorici per la prima volta a tutt’Italia. Un evento che la Rai da nove anni ha voluto riprendere portando il culmine del Carnevale nelle case di tutti gli italiani. La sfilata nel 1921 La magia del Carnevale non finisce, tuttavia, con l’ultima sfilata e i fuochi d’artificio. Domenica 9 marzo il sipario calerà sull’edizione 2014 , ma la magia carnevalesca si trasferisce nella cittadella del carnevale, un complesso architettonico che oltre ad ospitare gli hangar dove i maestri artigiani progettano e realizzano le loro creazioni, ospita due musei il primo dedicato alla storia dei carri e il secondo dedicato al “Premio carnevalotto” che raccoglie le preziose opere ispirate al carnevale viareggino di grandi firme dell’arte contemporanea tra cui Pomodoro, Cascella, Mitoraj e Matta. Assieme al centro studi sul carnevale che archivia tutti i progetti e le realizzazioni degli ultimi 50 anni e ad una biblioteca specializzata dove è possibile sfogliare riviste e libri inerenti al Carnevale. Insomma finita le festa, mentre i colori della primavera profumano e colorano le vie di Viareggio la storia del Carnevale continua a vivere e a regalare stupore ai suoi spettatori. (da: “ItalyAmo) LESSICO: sgargianti (bright), coriandoli (confettis), stelle filanti (streamers) carica (full) sarà in onda (it was on air) momento clou (high point) quattrocentesima (four-hundredth) voglia (desire) pericoli (dangers) dietro di essa (behind it)altro ancora (more) carri (floats) eccezionali (great) stupire (to astonish) si tratta (we are talking about)mestiere (craft) creta (clay) calchi di gesso (plaster casts) colla (glue) fantasmagorico (phantasmagorical) negli anni (over the yars) sfilata (parade) lungomare (seaside promenade) manifesto (poster) maschera (mask) ombrelloni (beacumbrelas) ricorre (falls) trasmissioni (broadcast) fuochi d’artificio (fireworks) sipario (curtain) si trasferisce (move to) cittadella (citadel) opere ispirate a (works inspired by) sfogliare (browse) Grammatica: i numeri ordinali In italiano, i numeri ordinali indicano l’ordine di successione e sono variabili nel genere (maschile e femminile) e nel numero (plurale e singolare). Es: primo, prima, primi, prime, secondo, seconda… I primi dieci hanno una forma particolare: primo, secondo, terzo, quarto, quinto, sesto, settimo, ottavo, nono, decimo I successivi si formano aggiungendo il suffisso –esimo al numero cardinale, che di solito perde la vocale finale: undici= undicesimo, quindici= quindicesimo, cento= centesimo, ma, quando la vocale finale é accentata allora non cade: ventitré=ventitreesimo, trentatré = trentatreesimo. 100° centesimo, 200° duecentesimo, 462° quattrocentosessataduesimo, 3000° tremillesimo, 10.000° diecimillesimo, 1.000.000° milionesimo In italiano i numeri ordinali vengono abbreviati: – con i numeri romani I, II, III, IV … – con una piccola “o” “a” per il femminile posta in alto a destra del numero cardinale: 1o= primo, 1a = prima Nota bene: Per i giorni del mese, in Italiano, usiamo i numeri cardinali, con l’eccezione del primo giorno che è sempre ordinale (primo). Esempio: 2 maggio (due maggio); primo febbraio (1 febbraio) DOMANDE: 1) Che cos’è un carro allegorico? 2) Quando dura il Carnevale di Viareggio? 3) Quanto sono grandi i carri? 4) Quando è iniziato il Carnevale a Viareggio? 5) Come si costruiscono i carri? 6) Il Carnevale di Viareggio viene trasmesso in TV? 7) Chi è Burlamacco? 8) Che cos’è la Cittadella del Carnevale? 9) Scegli un carro che ti piace particolarmente e spiega perché. (Adattato da ItalyAmo di P. Gagliano) Una canzone carnevalesca Il Martedì Grasso era l’ultimo giorno di Carnevale e l’ultima possibilità per far baldoria perché il giorno dopo iniziava il periodo penitenziale della Quaresima. Questa canzone risale all’edizione 1932. Carnevale di baci – (1932) Eccolo, vien, stringilo al sen, amalo ben, mia cara ________. È Carneval _________ e fatal con i suoi stral come l’amor. Mettiti un fior tra i _________ d’or, del tuo candor, mia cara piccola. Bionda Nenè, vieni con me incontro al re del buon _________. Vieni sul mar, ________ del tu, fatti baciar: ciù – ciù (due baci) Fatti baciar, mia bella ________ perché di carneval nulla si fa di mal e tutto val sotto la ________. Vieni sul mar, mio dolce amor, fatti baciar. Di carneval, ________è giovane, è bella come te; non esitar, Nenè. Vieni laggiù, vieni nel vortice. _________ amar, fatti baciar sempre così: ciù – ciù (due baci) Mettiti un fior…

  • Listening Comprehension Practice (A1)

    1) Guarda e ascolta la canzone: abbina le parole alle immagini a) POMODORI - b) PASTA - c) PESTO - d) PURÈ e) INSALATA - f) OLIVE - g) CIPOLLA - h) CARNE i) SEDANO - l) BASILICO - m) PATATE n) MELANZANE 0) FIORI 2) Ascolta e completa il testo: Quando vedo maturare i ____________ Dico pensa tu cosa sarebbe fare Un piatto di ___________senza i _________ È come un giardino senza ______________ Che sarebbe il mondo senza americani Io non so se poi sarebbe un gran vantaggio So che se Colombo non faceva il viaggio Ci sarebbe il mondo senza pomodori Senza di te non c'è più gusto La vita ha il sapore giusto Solo se posso assaggiarti Solo se posso mangiarti Solo se posso sentirti, solo se Pensa un po' alla norma senza _____________ Il purè di ___________senza cicorione Se non c'è il ___________non c'è più il pest oLe ____________ lesse senza olio d'________ Senza di te non c'è più gusto La vita ha il sapore giusto Solo se posso assaggiarti Solo se posso mangiarti Solo se posso sentirti, solo se Quando vedo che si colgono le ___________ Dico pensa tu come verrebbe male Senza l'olio buono la nostra ___________ Come stare insieme senza una risata Senza di te non c'è più gusto La vita ha il sapore giusto Solo se posso assaggiarti Solo se posso mangiarti Solo se posso sentirti, solo se Meno male che ci sono i _______________ Dico pensa tu cosa sarebbe fare Un piatto di ____________senza i ___________ È come un giardino senza___________ È come la vita senza te 3) SECONDO TE DI COSA PARLA LA CANZONE? DI POMODORI D’AMORE DI FIORI 4) Conosci questi piatti? Abbina il titolo del piatto agli ingredienti: a) PURÈ CON CICORIA b) PASTA ALLA NORMA sedano....; ricotta.....; fave.....; melanzane....; pomodori.....; basilico.....; cicoria..... 5) Entrambe le ricette contengono un ingrediente che non e’ presente nella canzone: L’ AGLIO! (non va bene per i baci) (Liberamente adattato da Loescher)

  • Raffaella Carrà: esercizi di italiano

    Esercizio 1: Unisci le frasi sulla vita e la carriera di Raffaella Carrà: 1. ___ 2. ___ 3. ___ 4. ___ 5. ___ 6. ___ 7. ___ Esercizio 2: leggi il testo e scegli l’opzione corretta. Raffaella Carrà, pseudonimo di Raffaella Maria Roberta Pelloni, è (nata; cresciuta; emigrata) a Bologna il 18 giugno 1943. La sua infanzia è segnata dal (trasferimento; viaggio; periodo) da Emilia-Romagna a Roma all'età di otto anni, dopo la separazione dei suoi genitori (due anni dopo; immediatamente; molto prima) il loro matrimonio. A Roma, Raffaella inizia il suo percorso artistico, (studiando; visitando; lavorando) all'Accademia nazionale di danza e (diplomandosi; passando; esercitandosi) al Centro sperimentale di cinematografia. Già da bambina, a soli 5 anni, aveva iniziato a danzare e recitare, facendo il suo (esordio; ritiro; cambiamento) nel mondo del cinema a 8 anni. Nella prima metà degli anni sessanta, adotta lo pseudonimo Carrà, un (omaggio; sfida; opposizione) ai pittori Raffaello Sanzio e Carlo Carrà, che unisce al suo (primo nome; indirizzo; hobby), Raffaella. All'inizio degli anni Settanta, Raffaella (lascia; continua; riprende) la recitazione per dedicarsi alla carriera di showgirl, facendo scalpore in 'Canzonissima' per l'ombelico (scoperto; coperto; tatuato) nella sigla 'Ma che musica maestro!'. Nel 2017 Raffaella Carrà diventa un'icona anche per la comunità LGBTQ+, un (riconoscimento; errore; problema) di cui è sempre stata (orgogliosa; indifferente; ignara). La sua luminosa carriera si (conclude; espande; avvia) il 5 luglio 2021, quando si (spegne; illumina; trasferisce) all'età di 78 anni, lasciando un'eredità indimenticabile nel mondo dello (spettacolo; sport; turismo). Esercizio 3: Ascolta la canzone Tanti Auguri (Disco d’oro) e completa le frasi. Se avete bisogno di un aiuto trovate il testo della canzone. Se avete bisogno di un aiuto trovate il testo della canzone qui. https://www.youtube.com/watch?v=b6ugLwR-CpA 1. Com’è bello far l’amore da Trieste __ 2. non c’è _____ non c’è ______ quando a letto l’amore c’è. 3. l'importante farlo sempre con chi ______ ___________ ______ 4. E se ti lascia, lo sai che si fa, trovi un altro più bello che problemi ___ ___ 5. tanti auguri, a chi tanti_____________ ha 6. Tanti auguri in campagna e ___ Ed ecco una breve biografia Di Raffaella. Raffaella Carrà, pseudonimo di Raffaella Maria Roberta Pelloni, è nata a Bologna il 18 giugno 1943. La sua infanzia è segnata dal trasferimento da Emilia-Romagna a Roma all'età di otto anni, dopo la separazione dei suoi genitori due anni dopo il loro matrimonio. A Roma, Raffaella inizia il suo percorso artistico, studiando all'Accademia nazionale di danza e diplomandosi al Centro sperimentale di cinematografia. Già da bambina, a soli 5 anni, aveva iniziato a danzare e recitare, facendo il suo esordio nel mondo del cinema a 8 anni. Nella prima metà degli anni sessanta, adotta lo pseudonimo Carrà, un omaggio al pittore e Carlo Carrà, mentre ilsuo primo nome, Raffaella rihiama alla mente il pittore Raffaello Sanzio. La svolta nella sua carriera avviene con l'approdo in televisione. Diventa rapidamente un simbolo di sensualità e libertà, emergendo sia nel campo musicale con hit come "Chissà se va" e "Tuca tuca", sia come volto televisivo amato dal pubblico. All'inizio degli anni Settanta, Raffaella lascia la recitazione per dedicarsi alla carriera di showgirl, facendo scalpore in "Canzonissima" per l'ombelico scoperto nella sigla "Ma che musica maestro!". Nel 1971, il "Tuca tuca" ballato in tv con Alberto Sordi diventa un fenomeno popolare. Le sue canzoni, come "Borriquito" e "A far l’amore comincia tu", conquistano l'Europa e l'America Latina, ottenendo dischi d'oro e platino in tutto il mondo. Quest'ultimo brano viene remixato nel 2011 dal DJ francese Bob Sinclar e incluso nella colonna sonora del film "La grande bellezza" di Paolo Sorrentino. Nel 2017 Raffaella Carrà diventa un'icona anche per la comunità LGBTQ+, un riconoscimento di cui è sempre stata orgogliosa. Nel 2020 il quotidiano britannico The Guardian la definisce sex symbol europeo e icona culturale. Definita la regina della televisione italiana, Raffaella Carrà vende oltre 60 milioni di dischi nel corso della sua carriera, conquistando 23 dischi tra platino e oro. La sua luminosa carriera si conclude il 5 luglio 2021, quando si spegne all'età di 78 anni, lasciando un'eredità indimenticabile nel mondo dello spettacolo. Riceve un disco d'oro postumo per il brano "Tanti Auguri", sigillando il suo status di leggenda della musica e della televisione italiana.

  • Ascolto e lettura A2-B1 Bella Ciao

    Bella Ciao è storicamente associata al movimento della Resistenza italiana, simboleggiando la lotta per la libertà e l'opposizione alle tirannie. Le sue parole richiamano uno spirito di ribellione contro le dittature e per questa ragione Bella ciao diventa l'inno distintivo di tutte le Resistenze. Per esempio divenne l’inno del movimento di protesta in Turchia. Conosciuta come inno antifascista dei partigiani italiani nella Seconda guerra mondiale, ha raggiunto una fama globale, figurando persino nella colonna sonora della famosa serie televisiva "La casa di carta", una delle serie più popolari di Netflix. Il successo internazionale di "Bella Ciao" è confermato dalla sua traduzione in oltre quaranta lingue e dalla registrazione fatta da Yves Montand nel suo album “Souvenirs d’Italie” nel 1963. Il brano è diventato un simbolo universale di protesta e di lotta per la libertà contro l'oppressione. Per chi non lo sapesse Yves Montand era di origine toscane, al secolo Ivo Livi, nato in provincia di Pistoia. Oggi, "Bella Ciao" è cantata in tutto il mondo, ovunque si combatta per la libertà individuale e nazionale. Qui una ragazza iraniana intona «Bella ciao» in lingua persiana per Mahsa, la ragazza uccisa dalla polizia morale perché non indossava il velo in modo appropiato. La canzone è stata usata anche come espressione di sostegno e solidarietà, come dimostrato nel 2020, quando è stata cantata per mostrare vicinanza all'Italia e ad altri paesi colpiti duramente dal coronavirus. O come resistenza alle avversita’ la ginnasta italiana Vanessa Ferrari, dopo un periodo di assenza di quattro anni, ha fatto il suo ritorno alle competizioni scegliendo "Bella Ciao" come inno personale di resistenza, sottolineando la sua determinazione e resilienza di fronte a sfide e infortuni. Potete ascoltare la canzone nella forma originale o moderna cantata dai Modena City Rambles Bella Ciao, cantiamo insieme (non dimenticate di battere le mani quando cantateil ritornello “o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!” 😊) Esercizio 1. Inserisci le seguenti parole (alcune 2 volte) nel testo della canzone. Poi ascolta e controlla: fiore, portami, trovato montagna, alzato, passeranno, muoio, svegliato, sento, devi, bel Una mattina mi son __________ ,o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!Una mattina mi son __________ed ho _________ l’invasor. O partigiano, __________ via,o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!Bel partigiano, __________ via,ché mi _______di morir. E se io __________ da partigiano,o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!E se io __________ da partigiano,tu mi ______seppellir. E seppellire lassù in __________ ,o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!E seppellire lassù in __________sotto l’ombra di un _____ fior. E le genti che ___________o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!E le genti che passerannoMi diranno «Che bel fior!» È questo il __________ del partigiano,o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!È questo il __________ del partigianomorto per la libertà! Ecco le parole con la traduzione: Una mattina mi son svegliatoO bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciaoUna mattina mi son svegliatoEo ho trovato l'invasor One morning I woke upO bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciaoOne morning I woke upAnd I found the invader O partigiano porta mi viaO bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciaoO partigiano porta mi viaChe mi sento di morir Oh partisan, carry me away, O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao oh partisan, carry me away, For I feel I'm dying E se io muoio da partigianoO bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciaoE se io muoio da partigianoTu mi devi seppellir And if I die as a partisanO bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciaoAnd if I die as a partisanYou have to bury me Mi seppellire lassù in montagnaO bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciaoMi seppellire lassù in montagnaSotto l'ombra di un bel fiore But bury me up in the mountains bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao, But bury me up in the mountain under the shadow of a beautiful flower E le genti che passerannoO bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciaoE le genti che passerannoMi diranno: "Che bel fior" And the people who will pass by bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao, And the people who will pass by will say to me: "What a beautiful flower" È questo il fiore del partigianoO bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciaoÈ questo il fiore del partigianoMorto per la libertà This is the flower of the partisan O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao this is the flower of the partisan who died for freedom

  • La maschera - Reading Comprehension Exercise (B2)

    Leggi questo testo tratto da Wikipedia e coniuga i verbi tra parentesi al passato remoto. Poi abbina i termini evidenziati alle immagini degli accessori teatrali corrispondenti, che trovi a seguire. L'uso della maschera (essere) ………… inizialmente zoomorfo, e si fa risalire alla preistoria. Sulle pareti della grotta dei deux frères, sui Pirenei francesi, un dipinto rappresenta un cacciatore mascherato da capra, durante la caccia. La tradizione di travestirsi con pelli e maschere di animali e di imitarne le movenze è presente in tutte le culture umane. Nel teatro greco, che le (usare) ………. sistematicamente sin dalle origini, le maschere avevano la doppia funzione di caratterizzare il personaggio e renderlo visibile anche a grande distanza (date le dimensioni dei teatri greci). Le maschere, almeno dal IV secolo a.C. in poi, avevano caratteri fissi (il giovane, il vecchio, il satiro, ecc..) e accessori diversi (parrucche, vesti, bastoni, copricapi, scarpe con zeppe sopraelevate, ecc.) che servivano per attribuire con sicurezza il ceto di appartenenza, lo stato d'animo, l'età e il carattere del personaggio che andava in scena. Tra le più antiche maschere italiane vi sono i mamuthones sardi, con pelli di capra e campanacci che risuonano ad ogni suo movimento. Ancora oggi queste maschere sono utilizzate durante feste rituali nel centro-nord della Sardegna, accompagnata da altre maschere raffiguranti animali. Maschere simili (a forma di bestie, diavoli, demoni) si ritrovano nelle tradizioni natalizie e carnevalesche delle Dolomiti, come nel corteo di San Nicola in val Pusteria e nel carnevale di Sappada. In Europa l'uso della maschera (essere) ………… un grande successo con la commedia dell'arte italiana del Cinquecento, che (elaborare) ..………….. le caratteristiche maschere dei personaggi a partire da maschere precedenti e da animali. Per esempio il personaggio di Arlecchino è stata spesso modellata sul muso di una scimmia o nella versione più conosciuta di gatto, con la quale l'attore che la calza assume anche le movenze feline, a scatti e salti. Il Capitan Spaventa deriva da una maschera canina, Pantalone da un volatile (un uccellaccio), Brighella è mezzo cane e mezzo gatto, il Dottore si ispira al maiale o al toro. L'uso della maschera nella commedia dell'arte (proseguire)………………. fino all'incirca al XVIII secolo, quando Carlo Goldoni, allo scopo di riformare il teatro, obbligò gradualmente gli attori a riferirsi a un testo scritto, invece che a un canovaccio improvvisato, eliminando parallelamente le maschere e conferendo ai personaggi un'individualità sempre più marcata, che portò alla trasformazione della commedia dell'arte in commedia scritta. L'artigianato della maschera da commedia (riprendere)………….. vita nel '900 a ridosso dell'esperienza strehleriana. Amleto Sartori, scultore, (reinventare) ………… la tecnica di costruzione della maschera in cuoio su stampo di legno. Ad oggi le maschere vengono realizzate con i più moderni materiali a disposizione, tra i quali silicone, gomme poliuretaniche, vetroresina e gomma lattice. Ne viene creato un modello in creta, da lì il calco in gesso (negativo) e infine il prodotto finito (positivo).

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