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  • Anagrammi per bambini

    Posiziona le lettere nell’ordine giusto: A  L         C  A  G  A  I  C                       — —      — — — — — —         I A T A O N N I P L —      — — — — — — — — —   L I L M N O G I E A  — — — — — — — — — — L I P E L C A P L O —  —     — — — — — — — — A  L       A  R  P  S  A  I  C  —  —     — — — — — — — L  G  I       V  L  I  S  T  I  A —  —  —     — — — — — — —

  • Auditorium Parco della Musica – Roma

    Se chiedete a un romano dove si trova l’Auditorium Parco della Musica, non vi dirà soltanto una via. Vi dirà: “al Flaminio”. Per chi non conosce Roma, il Flaminio non è un luogo che rientra nei classici giri dei turisti. Non è il Colosseo, non è Piazza Navona, non è Trastevere. È un quartiere del Novecento, nato lungo l’antica via Flaminia, la strada consolare che collegava Roma al nord della penisola. Oggi è una zona residenziale, abitata da famiglie, professionisti, studenti, anziani. A ovest scorre il Tevere. A sud, attraversando il Ponte della Musica, si arriva verso il centro storico e Piazza del Popolo, la grande piazza neoclassica che segna l’ingresso monumentale alla città. A nord-est si estendono i Parioli, quartiere elegante e residenziale, e il parco di Villa Glori, uno dei polmoni verdi della zona. Poco più in là, verso il Foro Italico, si incontrano lo Stadio Olimpico e gli impianti sportivi costruiti negli anni Trenta: un complesso monumentale dedicato allo sport, ancora oggi cuore delle grandi competizioni. Mappa del quartiere Flaminio Negli ultimi vent’anni il Flaminio si è trasformato in uno dei poli culturali più vitali e riconoscibili della Roma contemporanea, ridefinendo profondamente la fisionomia dell’intera area. Questa metamorfosi è avvenuta soprattutto grazie a due grandi opere architettoniche che dialogano tra loro e con il quartiere. Da un lato il MAXXI - Museo nazionale delle arti del XXI secolo, progettato da Zaha Hadid, uno dei rarissimi musei italiani interamente dedicati alla contemporaneità, con le sue linee fluide e il cemento che sembra farsi movimento. Dall’altro l’Auditorium Parco della Musica, firmato da Renzo Piano e inaugurato nel 2002, raggiungibile con pochi minuti di camminata: un complesso che ha portato la musica e la vita culturale a scandire i ritmi quotidiani del quartiere, ben oltre l’orario dei concerti. L'Auditorium dall'alto Fino agli anni novanta, a Roma, non esisteva una grande sala sinfonica moderna. E questo nonostante la città ospitasse una delle orchestre più prestigiose d’Europa, l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, fondata nel 1585. I concerti si tenevano in spazi adattati, ma non progettati acusticamente per grandi orchestre. La città eterna, ricca di storia musicale, mancava di un’infrastruttura contemporanea per il suono. L’idea di costruire un grande centro musicale nasce da questa esigenza: dare una casa adeguata all’orchestra e, allo stesso tempo, creare un polo culturale nuovo, capace di attrarre pubblici diversi. Il progetto viene avviato a metà degli anni Novanta; i lavori iniziano nel 1995 e si concludono nel 2002. Sette anni di cantiere, complessi e rallentati anche da un elemento tipicamente italiano: durante gli scavi emergono i resti di una villa romana del II secolo a.C. Quei resti non vengono rimossi. Vengono integrati e oggi sono visibili e visitabili. A Roma nulla nasce su un terreno neutro. Il contemporaneo deve sempre negoziare con l’antico. Dal punto di vista architettonico, il progetto è interamente costruito intorno all’acustica. Le sale sono modellate come strumenti musicali. Le pareti e le superfici interne sono rivestite in legno per garantire una diffusione uniforme del suono. L’Auditorium non è un unico edificio monumentale. È composto da tre grandi sale da concerto: la Santa Cecilia, la Sinopoli e la Petrassi, che sono disposte attorno a una cavea centrale all’aperto. Renzo Piano non progetta una facciata celebrativa. Progetta un sistema. I tre volumi, rivestiti in piombo, hanno forme curve, quasi organiche. Per i romani sono presto diventati “i tre scarabei”. Quelle forme sono il risultato di un’idea precisa: ogni sala è concepita come uno strumento musicale. L’architettura nasce dall’acustica. Sala Santa Cecilia La Sala Santa Cecilia, la più grande (circa 2.800 posti), è pensata per la musica sinfonica. Le pareti e le superfici interne sono rivestite in legno; le curve, le balconate, le proporzioni sono studiate per garantire una distribuzione uniforme del suono. Non c’è eco disturbante, non c’è dispersione. L’acustica è progettata in modo scientifico, in collaborazione con esperti internazionali. Entrare in Santa Cecilia significa entrare in una cassa armonica. La Sala Sinopoli (circa 1.200 posti) è più raccolta, adatta a concerti da camera, conferenze, produzioni medie. La Sala Petrassi (circa 700 posti) è la più sperimentale: uno spazio modulabile, flessibile, pensato per musica contemporanea, teatro musicale, eventi non convenzionali. Tre sale, tre scale diverse dell’ascolto. Al centro, la cavea: un grande anfiteatro all’aperto capace di ospitare circa 3.000 persone. La cavea non è soltanto uno spazio per concerti estivi. È una piazza inclinata. Un luogo urbano. Questa è forse la scelta più importante del progetto. L’Auditorium non si chiude su sé stesso. Non è un edificio che si visita e si lascia. È uno spazio attraversabile. Cavea Un elemento spesso poco raccontato sono i giardini pensili che collegano i volumi delle sale. Renzo Piano lavora sulla topografia: l’Auditorium sembra emergere dal terreno. Le coperture non sono tetti tradizionali, ma superfici praticabili che dialogano con il verde circostante. Spazi vivi, dove trovano posto mercatini, picnic e ingressi secondari. Ogni anno l’Auditorium ospita centinaia di eventi. La stagione sinfonica dell’Accademia di Santa Cecilia è il cuore musicale. Ma accanto alla musica classica convivono jazz, musica contemporanea, festival scientifici, incontri letterari. Qui si svolge la Festa del Cinema di Roma, che ogni autunno trasforma la cavea e le sale in un grande centro cinematografico internazionale. Per dieci giorni il Flaminio diventa un crocevia globale per registi, attori, critici, pubblico e curiosi. Festa del Cinema Ma l’Auditorium non vive solo di grandi eventi. La mattina la cavea è attraversata da studenti con lo zaino, da ragazzi che provano qualche accordo con la chitarra, da bambini che corrono in bicicletta. La biblioteca-mediateca interna è frequentata da universitari che cercano un luogo silenzioso dove studiare. Il caffè, il ristorante e la grande libreria sono luoghi d’incontro anche per chi non ha un biglietto in tasca. In inverno viene allestita una pista di pattinaggio sul ghiaccio nella cavea centrale, dove in estate si ascoltano concerti all’aperto. L’Auditorium non si accende soltanto quando cala il buio. È vivo a tutte le ore. Questo lo distingue da molti teatri tradizionali. Non è un edificio che si anima solo la sera. È una porzione di città. Costruire un luogo come questo a Roma significa essersi assunti una responsabilità culturale. L’Auditorium è diventato un baricentro, un punto verso cui si converge. La sera dell’inaugurazione di stagione può sedersi accanto l’abbonato storico di Santa Cecilia e chi entra per la prima volta perché ha trovato un biglietto accessibile. In cavea si mescolano ragazzi, famiglie, pensionati. C’è chi arriva dai Parioli e chi attraversa il ponte dal centro; chi arriva dalla periferia, chi conosce la partitura e chi ascolta senza strumenti per decifrarla. Nessuno viene respinto. La cultura qui circola. Non perché venga spiegata o semplificata, ma perché viene vissuta nello stesso spazio. Si entra per un festival e si resta per un concerto inatteso. Si accompagna un figlio a pattinare e si finisce ad ascoltare una prova aperta. Si studia in biblioteca mentre accanto si monta un palco. Le cose convivono. E, stando nello stesso spazio, si contaminano. È così che la cultura passa. Senza imposizione, senza selezione. Per prossimità. In una città che spesso divide centro e quartiere, antico e nuovo, élite e periferia, l’Auditorium tiene insieme. Invece di separare le differenze, le fa coesistere. Non seleziona per ceto, per età, per competenza. Accoglie. È diventato un baricentro reale, attraversato da tutti.

  • Il Teatro Antico di Taormina

    Nei giorni italiani ho avuto la sensazione di essere attraversata da stimoli continui. A Roma ho visitato la Casa Museo di Pasolini, aperta proprio in occasione dei cinquant’anni dalla sua morte: un appartamento semplice, nella periferia vera, dove lui e sua madre vissero nei primi anni romani. Un luogo evocativo, poco incline a celebrare il mito, ma votato a conservarne l’origine. Un luogo che rimette davanti alla cosa più pasoliniana di tutte: l’idea che la cultura non sia un privilegio estetico, ma un corpo a corpo con la realtà. Sempre a Roma la riapertura del MACRO, che dall’11 dicembre scorso ha inaugurato la nuova direzione artistica di Cristiana Perrella con una stagione dichiaratamente dedicata alla città: quattro mostre, una nuova sala cinema e un palinsesto di incontri, proiezioni e performance. A Reggio Calabria, al Museo Archeologico Nazionale è in corso una mostra dedicata al reggino Gianni Versace, Terra Mater - Magna Graecia Roots Tribute , che mette in dialogo moda, archeologia e radici mediterranee. E poi la Sicilia. Siracusa con il suo teatro greco, suggestivo e magnetico. L’Orecchio di Dioniso dentro le Latomie del Paradiso: una cavità che amplifica la voce e che la leggenda lega al tiranno Dionisio, che ascoltava i prigionieri come se il potere, da sempre, avesse bisogno di rubare suoni e confessioni. E Catania, con il Teatro Massimo Bellini, inaugurato con la Norma nel 1890: un tempio civile, fatto di musica e orgoglio, che racconta una Sicilia che pretende forma, rigore, altezza. Potrei parlare di tutto questo. Potrei fare una cartolina colta, un itinerario di bellezza. Ma oggi, a voi, lettori della Dante, voglio raccontare un luogo che non ho soltanto “visitato”, ma che mi ha toccata in un modo spiazzante. Il Teatro Antico di Taormina Taormina è diventata una parola internazionale. È una calamita per l’occhio contemporaneo, quello che cerca l’immagine perfetta, l’inquadratura irripetibile. Eppure, quando si arriva al teatro, succede qualcosa che non ha a che fare con il turismo. Il teatro è costruito in un punto quasi impensabile: incastonato nella montagna, aperto verso il mare, con l’Etna che domina la scena come una divinità non addomesticabile. Non è un fondale. È un’energia. E lì, davanti a quella composizione assoluta di pietra, acqua, fuoco, mi sono messa a piangere. Non un pianto sentimentale, né nostalgico. Direi piuttosto un pianto da “sovraccarico”. Quello che arriva quando il bello non è gentile, ma vasto. Quando non ti coccola, ma ti supera. E ho pensato una cosa semplice: noi italiani siamo abituati all’impossibile. Lo diamo per scontato. Lo consumiamo. Ma ogni tanto un luogo riesce ancora a spezzare l’assuefazione. Il Teatro di Taormina nasce in epoca greca, probabilmente tra il III e il II secolo a.C., e viene poi ampliato in età romana, assumendo la forma monumentale che vediamo oggi. Questa doppia origine è fondamentale, perché Taormina porta addosso una verità italiana: la continuità non è mai pura, è sempre un innesto. I Greci non sono “prima” e i Romani “dopo”: sono due modi diversi di intendere lo spazio e il potere. Il teatro greco era un luogo di comunità e parola: non soltanto spettacolo, ma pensiero pubblico. Il teatro romano diventa più imponente, più tecnico, più orientato alla macchina scenica e a un’idea di massa. E noi oggi, seduti su quelle gradinate, siamo il terzo strato: i posteri. I custodi. Gli eredi. Quelli che hanno ricevuto tutto senza averlo costruito, e che proprio per questo dovrebbero tremare un po’ di più. In Sicilia la mitologia non è un repertorio da citare. È una lingua antica che continua a parlare.Taormina non racconta solo la storia degli uomini, ma anche quella degli dèi,  nel senso più profondo: racconta ciò che negli esseri umani non è governabile. Il fuoco dell’Etna non è un dettaglio paesaggistico: è il promemoria che la terra non ci appartiene. Che sotto l’ordine c’è il caos. Che la bellezza convive con l’eruzione. E poi il mare. Il mare che per i Greci non era vacanza, ma destino: arrivo, partenza, naufragio, commercio, conquista, esilio. Non è difficile immaginare, in questo scenario, la mitologia come spiegazione emotiva del mondo. Persefone che scende e risale, Ade sotto i piedi, Demetra che non accetta la perdita, Ulisse che non torna mai davvero uguale. Anche quando il mito non è scritto sulle pietre, è scritto nell’aria. Il teatro, in fondo, è nato per questo: dare una forma guardabile a ciò che fa paura. C’è un’idea greca che mi ossessiona: il teatro come allenamento dello sguardo. La modernità ci ha convinti che siamo liberi perché scegliamo. Ma il teatro greco ti ricorda qualcosa di diverso: non siamo liberi perché scegliamo, siamo liberi perché sappiamo sostare davanti alla complessità. Oggi siamo inondati di narrazioni velocissime, moralistiche, binarie. Buono/cattivo. Giusto/sbagliato. Noi/loro. La tragedia greca invece ti costringe a vedere che quasi nulla è puro, che anche chi ha ragione può distruggere, che anche chi ama può ferire, che anche la giustizia può essere violenta. Sedere nel teatro di Taormina, con il vulcano lì davanti e il mare sotto, mi ha fatto ricrodare che serve rallentare lo sguardo. Tornare ad educare, non a consumare. Il teatro è ancora necessario perché è un rito senza dogma: un modo di tornare umani senza diventare cinici. Perché ci ricorda che la vita non è una timeline, non è un elenco di risultati, non è performance. La vita è contraddizione, relazione, ferita, desiderio, perdita, e ogni tanto anche grazia. Seduta lì, a Taormina, ho capito che quelle gradinate non sono soltanto un reperto. Ti insegnano, senza parole, che la bellezza non è intrattenimento, che il pensiero può avere una casa fatta di pietra. E allora io mi chiedo: riusciremo a difendere il senso profondo del nostro patrimonio, o ci accontenteremo di venderne l’immagine? Perché il patrimonio italiano non è solo “la cosa bella”. È l’idea che la bellezza sia un bene pubblico. Che non appartenga al mercato, ma alla collettività. Che sia un diritto e una responsabilità. Ecco perché ho pianto, credo. Perché in quel teatro la bellezza non era gentile: era una promessa severa. Ti diceva: questo è ciò che sei. Non ridurti. Se andate a Taormina, entrate nel teatro e non correte subito all’inquadratura perfetta.Sedetevi. Restate in silenzio. Lasciate che il luogo vi parli prima che voi lo raccontiate. Perché quel teatro è un testimone di quanto lontano può arrivare una civiltà quando decide che la forma non è un lusso, ma un modo di stare al mondo. E in tempi confusi come questi, io credo che non ci serva soltanto più cultura. Ci serve cultura che pesi. Che non sia arredamento. Che non sia consumo. Che non sia rumore. A Taormina, per un attimo, l’ho sentito chiaramente: il passato non è alle nostre spalle. È sotto i nostri piedi. E dipende da noi se sarà fondamento o rovina.

  • Pin nel mondo dei grandi. Lettura guidata (A1)

    Text inpired by a chapter from the novel Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino Testo Pin è un bambino. Vive in un vicolo stretto della città. Il vicolo è lungo e un po’ scuro. Il sole entra poco tra le case alte. Sui muri ci sono finestre, piante e corde con i vestiti stesi. Nel vicolo Pin passa molto tempo. Pin sta spesso fuori. Cammina avanti e indietro. A volte grida, a volte canta. Le persone parlano con lui dalle finestre. Alcune persone ridono, altre gridano. Tutti conoscono Pin nel vicolo. Vicino al vicolo c’è una bottega. Nella bottega lavora Pietromagro, il calzolaio. Pietromagro ripara le scarpe. A volte è gentile, ma spesso si arrabbia con Pin. Quando Pin fa troppo rumore, Pietromagro grida. Pin ascolta, poi va via. Quando è stanco di gridare e camminare, Pin entra in osteria. L’osteria è un posto chiuso. Dentro ci sono molti uomini, tavoli e sedie. Gli uomini bevono, parlano e ridono. L’osteria è rumorosa. Pin entra spesso nell’osteria. Non beve molto. Si siede in un angolo e ascolta. Gli uomini parlano della loro vita e cantano. A volte Pin canta con loro. Gli uomini lo ascoltano. A casa Pin non sta molto. La casa è piccola e silenziosa. Pin si sente solo. L’osteria non è una casa, ma Pin ci va ogni giorno. Nell’osteria non è solo. La sera Pin esce dall’osteria. Nel vicolo è quasi buio. Le luci si accendono alle finestre. Pin cammina piano e torna a casa. Pin è un bambino, ma vive nel mondo dei grandi. Exercise 1 – Answer the questions (Answer using one word or a short sentence) • Chi è Pin? • Dove vive Pin? • Com’è il vicolo dove vive Pin? • Cosa fa Pin nel vicolo? • Chi è Pietromagro? • Dove lavora Pietromagro? • Dove va Pin quando è stanco? • Com’è l’osteria? • Perché Pin va spesso in osteria? • Cosa fa Pin la sera? Exercise 2 – Choose the correct answer (Select the correct answer) • Nel vicolo il sole entra: a) molto  b) poco • Nell’osteria ci sono: a) bambini  b) uomini • L’osteria è: a) silenziosa  b) rumorosa • A casa Pin si sente: a) solo  b) felice • La sera nel vicolo è: a) chiaro  b) quasi buio Exercise 3 – True or False (Assign V – vero or F – falso) • Pin vive in una casa grande. □ • Le persone parlano con Pin dalle finestre. □ • Pietromagro è un calzolaio. □ • Pin beve molto in osteria. □ • La sera Pin torna a casa. Exercise 4 – Put the story in order (Number the sentences from 1 to 4) □ Pin entra nell’osteria. □ Pin vive in un vicolo stretto. □ La sera Pin torna a casa. □ Pin canta e parla con le persone. VOCABULARY EXERCISES Exercise 5 – Find the words in the text (Find one word in the text for each definition) • Una strada stretta → __________ • Un posto dove si riparano le scarpe → __________ • Un luogo dove le persone bevono e parlano → __________ • Un uomo che ripara le scarpe → __________ • Un posto dove si vive → __________ Exercise 6 – Match the words Match each word with the correct definition. 1. vicolo A. persona che ripara le scarpe 2. bottega B. strada stretta 3. calzolaio C. posto con tavoli e sedie 4. osteria D. piccolo negozio 5. casa E. luogo dove abitiamo Exercise 7 – Complete the sentences (Complete the sentences using words from the text) • Il vicolo è lungo e un po’ __________. • Pietromagro __________ le scarpe. • Nell’osteria ci sono tavoli e __________. • La casa di Pin è piccola e __________. • La sera nel vicolo è quasi __________. • (parole utili: scuro – ripara – sedie – silenziosa – buio) Exercise 8 – House or osteria? (Choose CASA or OSTERIA) • È un posto rumoroso. → __________ • Pin non è solo. → __________ • È piccola e silenziosa. → __________ • Ci sono uomini che bevono e parlano. → __________ • Pin ci va ogni giorno. → __________ Exercise 9 – Circle only the places (Select only the words that are places) vicolo – tavolo – osteria – sedia – casa – bottega   Exercise 10 – Guided production (Complete the sentences using words from the text) • Io vivo in una __________. • La mia strada è __________. • Un posto con tavoli e sedie è un’ __________. • La sera le __________ si accendono.

  • I Giganti di Mont’e Prama: una storia che emerge dalla terra

    Ci sono luoghi in cui la terra non conserva solo resti, ma attese. Mont'e Prama è uno di questi. Un campo agricolo nell’oristanese, apparentemente anonimo, che per secoli ha custodito sotto la superficie una delle storie più complesse e affascinanti del Mediterraneo antico. Non in forma di rovine monumentali, ma frammentata: occhi, busti, scudi, mani spezzate. Come se il passato avesse scelto di tornare solo a pezzi, costringendoci a un lavoro lento, paziente, interpretativo. I Giganti di Mont’e Prama non si offrono mai in modo semplice. Non lo hanno fatto quando furono scoperti, non lo fanno oggi. E forse è proprio questo il motivo per cui continuano a interrogare archeologi, storici, visitatori e – inevitabilmente – chi, come me, è cresciuto in Sardegna con un rapporto quotidiano e spesso inconsapevole con le sue stratificazioni. Una scoperta che rompe la linearità della storia La scoperta avviene nel 1974, nei pressi di Cabras . Durante lavori agricoli emergono frammenti litici che non somigliano a nulla di noto. Volti scolpiti, parti anatomiche, decorazioni. È subito chiaro che non si tratta di statue comuni, ma ci vorranno anni prima che il loro significato inizi a prendere forma. Ciò che colpisce fin dall’inizio è la condizione dei reperti: nessuna statua è integra . Tutto è spezzato, deliberatamente. I corpi sono stati frantumati e deposti sotto terra in modo non casuale. Questa distruzione intenzionale apre interrogativi ancora oggi irrisolti: atto rituale? Violenza simbolica? Conflitto culturale? L’archeologia, qui, non offre risposte definitive. Offre piuttosto scenari possibili, ipotesi stratificate. Ed è proprio questa incertezza a rendere Mont’e Prama un sito così contemporaneo nel suo modo di parlarci. Statue che cambiano le cronologie Quando i frammenti vengono studiati e restaurati, la portata della scoperta diventa evidente. Le statue raffigurano figure maschili armate – arcieri, guerrieri, pugilatori – alte fino a due metri e mezzo. La postura è frontale, lo sguardo fisso, gli occhi resi attraverso cerchi concentrici che non cercano realismo ma presenza. La datazione, collocata tra il IX e l’VIII secolo a.C., è uno degli aspetti più destabilizzanti: queste statue sono precedenti alla grande statuaria greca arcaica . In altre parole, nel Mediterraneo occidentale esisteva già una tradizione scultorea monumentale autonoma, complessa, formalmente codificata. Questo dato, da solo, è sufficiente a rimettere in discussione narrazioni consolidate. Non per sostituirle con altre più enfatiche, ma per renderle più articolate. La storia non procede per centri unici e periferie silenziose: procede per connessioni, sovrapposizioni, sperimentazioni parallele . Il mondo nuragico oltre gli stereotipi Le statue di Mont’e Prama appartengono al mondo nuragico, una civiltà spesso ridotta – nell’immaginario collettivo – ai soli nuraghi. Torri enigmatiche, sì, ma troppo spesso isolate dal contesto culturale che le ha prodotte. Qui, invece, il contesto emerge con chiarezza: accanto ai Giganti compaiono modelli di nuraghe, betili, strutture funerarie , segni di una cultura simbolica complessa, capace di integrare architettura, scultura e ritualità. Non siamo di fronte a un’espressione artistica improvvisata, ma a un progetto coerente. Le statue sembrano presidiare uno spazio, forse una necropoli, forse un luogo cerimoniale. Non celebrano individui riconoscibili, ma un’idea di comunità armata, ordinata, vigile. Ed è interessante notare come questa rappresentazione non sia eroica nel senso classico. Non c’è dinamismo, non c’è pathos. C’è immobilità. Una presenza che non ha bisogno di muoversi per affermarsi. La distruzione come messaggio Uno degli aspetti più affascinanti – e inquietanti – di Mont’e Prama resta la distruzione sistematica delle statue. Qualcuno, a un certo punto, ha deciso che quelle figure andavano annientate. Non spostate, non riutilizzate, ma rese irriconoscibili . Nell’archeologia mediterranea, la distruzione delle immagini è spesso legata a cambiamenti di potere, a trasformazioni religiose o culturali. Eliminare le statue significa interrompere una continuità simbolica. Significa dichiarare che ciò che rappresentavano non aveva più diritto di esistere. Eppure, paradossalmente, è proprio questa distruzione a permetterne la conservazione. Se le statue non fossero state sepolte, probabilmente sarebbero andate perdute del tutto. La terra, ancora una volta, ha funzionato come archivio. Il tempo lungo del recupero Per decenni, i frammenti di Mont’e Prama restano in deposito. Il loro studio procede lentamente, tra difficoltà tecniche, limiti di risorse, dibattiti accesi. Il restauro – complesso e minuzioso – diventa esso stesso un processo di interpretazione: ogni frammento deve trovare il suo posto, senza la certezza di un modello di riferimento. Oggi, molte statue sono visibili al Museo Civico Giovanni Marongiu , altre in esposizione a Cagliari. Il pubblico può finalmente incontrarle, ma l’impressione è che il loro racconto non sia ancora concluso. Ogni nuova campagna di scavo, ogni nuova tecnologia di analisi, aggiunge un dettaglio e allo stesso tempo apre nuove domande. Mont’e Prama non è un sito “chiuso”. È un luogo che continua a produrre senso. L’incontro diretto Vedere i Giganti dal vivo è un’esperienza che difficilmente si esaurisce in una spiegazione. La loro scala altera la percezione dello spazio. La ripetizione delle forme crea un ritmo quasi ipnotico. Non comunicano aggressività, ma controllo. Da appassionata di archeologia, ciò che mi colpisce di più è la loro ambiguità temporale . Sono antichissimi, eppure non appaiono lontani. Non cercano empatia, ma nemmeno distanza. Stanno lì, come se il tempo non fosse del tutto passato. Forse è questo il loro valore più profondo: ricordarci che la storia non è una sequenza lineare di “prima” e “dopo”, ma un insieme di strati che continuano a dialogare. Mont’e Prama oggi Parlare oggi dei Giganti di Mont’e Prama significa anche interrogarsi sul rapporto tra patrimonio, territorio e responsabilità. Come si racconta un sito così complesso senza semplificarlo? Come si protegge senza isolarlo? Come lo si rende accessibile senza trasformarlo in un’immagine decorativa? Sono domande aperte, che non riguardano solo la Sardegna ma il modo stesso in cui, come società, gestiamo il passato. Mont’e Prama ci ricorda che il patrimonio non è mai neutro: chiede cura, tempo, competenza. E soprattutto ascolto. Una storia ancora in corso I Giganti di Mont’e Prama non sono un punto fermo, ma una frase ancora in costruzione . Ogni frammento ricomposto non chiude il discorso: lo rende più articolato. Ed è forse questa la loro lezione più interessante. Non offrono certezze assolute. Offrono complessità. E in un’epoca che tende a semplificare tutto, non è poco. ------------- Bibliografia essenziale sui Giganti di Mont’e Prama 1. Monografie e volumi scientifici Faedda, Barbara; Bernardini, Paolo; D’Oriano, Rubens (a cura di) The Giants of Mont’e Prama. Context, Sculpture, Restoration Roma, Gangemi Editore, 2014. Volume fondamentale che raccoglie contributi di archeologi, storici dell’arte e restauratori coinvolti direttamente nel progetto Mont’e Prama. Link editore: https://www.gangemi.com/prodotto/the-giants-of-monte-prama/ Faedda, Barbara; Carta, Paolo A Lost Mediterranean Culture: The Giant Statues of Sardinia’s Mont’e Prama New York, Columbia University Press, 2023. Testo accademico in lingua inglese che colloca Mont’e Prama nel contesto del Mediterraneo dell’età del Ferro, con attenzione alla statuaria e alla sua portata storica. Link Columbia University Press: https://cup.columbia.edu/book/a-lost-mediterranean-culture/9780231212106 Casula, Francesco Cesare I Giganti di Mont’e Prama nella storia Sassari, Carlo Delfino Editore, 2018. Analisi storica e interpretativa del complesso scultoreo nel quadro più ampio della Sardegna protostorica. Link editore: https://www.carlodelfinoeditore.it/i-giganti-di-monte-prama-nella-storia.html 2. Atti di scavo e studi archeologici Bernardini, Paolo “Mont’e Prama: le sculture e il contesto”in Bollettino di Archeologia , Ministero per i Beni Culturali, vari numeri. Articoli fondamentali per comprendere il contesto stratigrafico, la cronologia e le problematiche interpretative del sito.Accesso tramite MiC: https://www.bollettinodiarcheologiaonline.beniculturali.it Usai, Emanuele “Il complesso monumentale di Mont’e Prama e la società nuragica”in Quaderni della Soprintendenza Archeologica per le Province di Cagliari e Oristano . Studio centrato sulla relazione tra statuaria, necropoli e assetto sociale nuragico.Link Soprintendenza: https://sabap-ca-or.beniculturali.it 3. Cataloghi museali e fonti istituzionali Museo Civico Giovanni Marongiu – Cabras Catalogo permanente della collezione dei Giganti di Mont’e Prama. Schede ufficiali delle statue, con dati tecnici, tipologie e stato di conservazione. Sito ufficiale: https://www.museocabras.it Museo Archeologico Nazionale di Cagliari Sezione Mont’e Prama. Informazioni istituzionali, inquadramento cronologico e storico delle statue esposte. Sito ufficiale: https://museinazionalicagliari.cultura.gov.it Ministero della Cultura (MiC) Dossier Mont’e Prama.Aggiornamenti su campagne di scavo, restauri e progetti di valorizzazione. https://cultura.gov.it 4. Articoli scientifici e risorse accademiche online Metropolitan Museum of Art – Heilbrunn Timeline of Art History “Sardinian Sculpture: The Giants of Mont’e Prama”Scheda di inquadramento storico-artistico in lingua inglese, utile per il confronto mediterraneo. https://www.metmuseum.org/toah/hd/sard/hd_sard.htm JSTOR / Google Scholar Parole chiave consigliate: – “Mont’e Prama”– “Nuragic sculpture”– “Nuragic civilization Iron Age Sardinia” Link diretti: https://www.jstor.orghttps://scholar.google.com 5. Contesto storico-culturale (civiltà nuragica) Lilliu, Giovanni La civiltà dei Sardi dal Neolitico all’età dei nuraghi Torino, ERI, 1988. Testo classico imprescindibile per comprendere il contesto culturale in cui si inserisce Mont’e Prama.

  • La donna nella civiltà etrusca

    Nella società etrusca, diversamente da quella latina e greca, la donna occupava una posizione di maggiore prestigio e godeva di una libertà più ampia. Per i Latini la donna doveva passare la vita seduta in casa a filare la lana e su di lei, nelle età più antiche, il pater familias (head of the family ) aveva il diritto di vita e di morte. Similmente, per i Greci le donne dovevano vivere sottomesse (submissive ) al marito e passare la maggior parte della loro vita chiuse in casa. La donna etrusca, invece, era istruita (educated),  poteva vestire in modo spregiudicato (daring/bold), poteva partecipare ai banchetti conviviali (banquets),  sdraiata sulla stessa kline (couch/banquet bed ) del suo uomo o assistere ai giochi sportivi ed agli spettacoli (performances). Secondo lo storico greco Teopompo, le donne etrusche non solo condividevano la mensa (table/meal)  con i propri mariti ma anche con altri uomini presenti al banchetto, arrivando perfino ad ubriacarsi (to get drunk)  e a rivolgere le proprie attenzioni (show attentions)  nei confronti degli ospiti molto oltre il lecito (beyond what was acceptable ). Altri autori, come Aristotele, le accusavano di banchettare con gli uomini, coricate sotto lo stesso mantello (cloak ). Plauto insinuava (suggested/insinuated ) che si procurassero la dote (dowry)  vendendo i propri favori. È indubbio, come si evince (as it appears)  da queste affermazioni, che la donna etrusca non godesse di buona reputazione presso i Greci e i Romani, e ciò era "normale" visto il modo diverso di comportarsi (to behave)  con le donne. La donna etrusca viveva pienamente, usciva spesso, “ senza arrossire” (without blushing ), come ci riferisce Tito Livio, “per essere esposta agli sguardi (gazes)  degli uomini”, partecipava alle cerimonie pubbliche, assisteva alle danze, ai concerti, ai giochi, talvolta presiedendo (presiding over)  da un palco apposito (special platform ), come rivelano le pitture (paintings ) di Orvieto. Questo era scandaloso per i Romani che non esitarono a bollare (to brand/label) questa eguaglianza come indice di licenziosità (immorality/dissoluteness ) e scarsa moralità (low morality)  da parte delle donne etrusche; addirittura dire “etrusca” era sinonimo (synonym ) di “prostituta”. Ma la condizione sociale della donna nella civiltà etrusca era veramente unica nel panorama (landscape/context)  del mondo mediterraneo. La donna poteva anche trasmettere il proprio cognome (surname)  ai figli, essere titolare di attività produttive (productive activities/businesses ), poteva avere schiavi (slaves ) ed aveva diritto ad un nome completo. Aveva diritto ad una propria tomba ed era titolare di atti di compravendita (contracts of sale/purchase ) e di successione ereditaria (inheritance ). Nella vita quotidiana il lavoro compiuto (carried out)  dalla donna aveva grande importanza ed essa si poteva senz’altro considerare la “ regina della casa” (queen of the household ). Che la donna fosse la regina della casa ce lo dice la notevole quantità di utensili (utensils/tools) da cucina, di stoviglierie (tableware ), di vasi (vases ), di mestoli (ladles ), di piatti e recipienti (containers ) vari per conservare cibi e bevande, rinvenuti (found/discovered ) in scavi (excavations ) compiuti nei villaggi e nelle necropoli (cemeteries/tombs). Le donne etrusche non si accontentavano (were not satisfied ) dei lavori di cucina, di vasellame (pottery/tableware ), di secchi (buckets ) e di pentole (pots ) rozzi e malfatti (crude/poorly made ), ma tenevano molto ad avere materiale di prim’ordine (first-rate ), assai spesso acquistato (purchased ) dai migliori mercanti d’Etruria, o da commercianti italici o greci che frequentavano i grandi empori (emporiums/markets ), dove esistevano veri e propri fondaci (warehouses ) e magazzini (storerooms ). Le donne etrusche tenevano molto alla loro bellezza e ce lo dimostra la tomba di Larthia Seianti raffigurata (depicted ) nell’atto di ammirarsi in uno specchio (mirror). All'interno della sua tomba sono stati ritrovati: un pettine doppio (double comb ), una bulla (amulet/locket ), un cucchiaino da cosmesi ( cosmetic spoon ), spilloni (hairpins ) per l’acconciatura (hairstyle ), pinzette depilatorie (tweezers for hair removal ), il tutto in argento o argento dorato (gilded silver ). Vi erano poi numerose ampolle (flasks/vials ) in alabastro per le essenze (perfumes ) e gli unguenti (ointments ), di preziosa fattura (precious workmanship). Nelle epigrafi (epigraphs/inscriptions ) talvolta il nome (oggi diremmo il cognome = surname) della donna appare preceduto da un prenome (personal name ) segno del desiderio di mostrarne l’individualità all’interno del gruppo familiare, a differenza dei Romani che ne ricordavano solo il nome della gens (family/clan ). Questi appaiono incisi (engraved)  sul vasellame (tableware ) migliore di casa od accanto alle pitture funerarie (funerary paintings ). La donna etrusca sapeva conciliare (to balance ) lavoro, sport, cura della propria immagine e famiglia. Sapeva tessere (to weave ) e filare (to spin ). Era molto stimata (respected ) e apprezzata dall'uomo. Non è noto se i diritti sociali e i doveri (duties ) degli uomini fossero gli stessi per le loro compagne; pur tuttavia, dai documenti rimasti risulta evidente (it is evident ) che la posizione della donna doveva essere molto importante e che essa non fosse di molto inferiore (not much lower ) a quella del marito e dei fratelli.   In diversi casi, le statue-ritratto delle mogli nei monumenti funebri si trovano accanto a quelle dei mariti ed anche le iscrizioni funebri hanno lo stesso tono di elogio (tone of praise ) sia per l’uomo che per la donna. Mancando pressoché totalmente (almost completely lacking ) di testi letterari etruschi, non sappiamo quale fosse la portata (extent ) e il contributo che la donna poteva dare nell’ allevamento (raising) e nell’educazione dei figli; vediamo, però, che le ragazze vivevano in particolari posizioni di privilegio, come è evidente dal ritratto della fanciulla (young girl ) della famiglia Velcha a Tarquinia. Molto probabilmente le donne etrusche ricoprivano anche cariche (positions/offices ) sociali e religiose, come sembra apparire (seems to appear)  da una pittura della Tomba degli Hescana di Orvieto.   ------- Domande a risposta aperta Come differiva la condizione della donna etrusca rispetto a quella delle donne nel mondo greco e latino? Quali erano le principali attività svolte dalle donne etrusche nella vita quotidiana? Come veniva percepita la libertà delle donne etrusche dai Greci e dai Romani? Quali prove archeologiche dimostrano l'importanza della cura della bellezza per le donne etrusche? Quali elementi indicano che le donne etrusche potevano avere un ruolo sociale rilevante? Domande a risposta multipla Secondo Tito Livio, cosa era considerato scandaloso nel comportamento delle donne etrusche? a) Partecipavano ai giochi pubblici. b) Lavoravano fuori casa. c) Erano viste senza arrossire in pubblico. d) Tenevano banchetti con i mariti. Cosa rappresenta la tomba di Larthia Seianti? a) La cura della bellezza. b) La pratica della tessitura. c) Il ruolo religioso delle donne. d) La posizione sociale della donna nella famiglia. Quali oggetti furono ritrovati nella tomba di Larthia Seianti? a) Utensili da cucina e stoviglie. b) Gioielli, specchio e ampolle per essenze. c) Statue e sarcofagi. d) Attrezzi per la lavorazione della lana. Come definivano i Romani la libertà delle donne etrusche? a) Un simbolo di progresso. b) Un segno di emancipazione. c) Un indice di licenziosità. d) Una prova di uguaglianza sociale. Qual era un diritto esclusivo delle donne etrusche? a) Governare città-stato. b) Trasmettere il proprio cognome ai figli. c) Presiedere giochi sportivi. d) Votare in assemblee pubbliche. Frasi da completare La donna etrusca, a differenza delle donne greche e latine, godeva di una maggiore __________ e libertà. Secondo Tito Livio, le donne etrusche potevano partecipare alle cerimonie pubbliche, ai concerti e ai __________. La tomba di Larthia Seianti ha rivelato oggetti come un pettine, ampolle in alabastro e un __________ da cosmesi. Le donne etrusche tenevano molto alla loro immagine e si dedicavano alla cura della loro __________. Le statue-ritratto delle donne etrusche si trovano spesso accanto a quelle dei loro __________ nei monumenti funebri.   SOLUZIONI Domande a risposta aperta (molte risposte possibili ) La donna etrusca godeva di maggiore libertà, istruzione e considerazione, a differenza delle donne greche e latine che vivevano sottomesse e confinate in casa. Tessitura, filatura, cura della casa, gestione della famiglia, cura della bellezza, partecipazione alla vita sociale e pubblica. Veniva percepita come scandalosa, indice di licenziosità e immoralità. La tomba di Larthia Seianti con specchio, gioielli, oggetti da cosmesi e ampolle per essenze. Il diritto di trasmettere il cognome ai figli, possedere attività e schiavi, avere un proprio nome e una propria tomba, comparire accanto agli uomini nelle statue-ritratto. Domande a risposta multipla c) Erano viste senza arrossire in pubblico. a) La cura della bellezza. b) Gioielli, specchio e ampolle per essenze. c) Un indice di licenziosità. b) Trasmettere il proprio cognome ai figli. Frasi da completare considerazione giochi cucchiaino bellezza mariti

  • Qui Roma… Cosa bolle in pentola?

    In questo caso meglio dire in padella. Una parola che si presta bene a spiegare perché l’italiano è una lingua che piace, perché “padella” è più musicale di pan e il pensiero va già a cosa c’è dentro ed ecco che non è più un utensile… in una mente affamata accade questo. Potremmo dire che per imparare una lingua bisogna anche mangiarla… e perché no… anche berla! Maneggiata da mano sapiente e decisa vediamo saltare in questa padella ingredienti insoliti ma iconici, Colosseo e opere d’arte insieme a maccheroni e pizza. Potenza della grafica… in una parola “cultura e identità italiana, in tavola”. Questo è il logo ufficiale ideato dagli studenti dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato per sostenere la candidatura della Cucina Italiana a Patrimonio Immateriale dell’Umanità. Ecco, l’ho detto tutto d’un fiato… ma ci sono voluti anni per costruire il dossier da porre sul tavolo dell’UNESCO: “La cucina italiana tra sostenibilità e diversità bioculturale”; questo l’inizio del percorso promosso dal Ministero della Cultura e dal Ministero dell’Agricoltura. Il dossier, coordinato dal Prof. Pier Luigi Petrillo (Università Luiss Guido Carli di Roma), doveva rispettare una serie di criteri funzionali al conseguimento del titolo ed è proprio di questi giorni la notizia che l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura ha espresso la sua valutazione tecnica positiva, confermandone quindi l’idoneità alla candidatura. Si tratta di un passaggio decisivo verso il riconoscimento ufficiale: la decisione finale sarà presa dal Comitato intergovernativo dell’UNESCO, che si riunirà a New Delhi, in India, dall’8 al 13 dicembre prossimo. Per comprendere appieno il valore di questo riconoscimento occorre spiegarne i contenuti e il contesto in cui si pone. L'Italia detiene oggi il primato per numero di patrimoni culturali iscritti all’UNESCO: 59 siti tra i patrimoni materiali e 19 patrimoni immateriali, in pratica in questo ambito è una superpotenza mondiale! Riguardo in particolare ai patrimoni immateriali già iscritti, nostri o di altre nazioni, tutti si riferiscono a tradizioni culinarie specifiche o riti alimentari regionali (Michoacán messicano, Washoku giapponese, il Kimjang coreano, l'arte dei pizzaioli napoletani, la dieta mediterranea condivisa con altre nazioni, ecc.), ma non all’intera cucina nazionale. Quella Made in Italy sarebbe quindi la prima cucina al mondo ad ottenere, nel suo complesso, il prestigioso riconoscimento. Attenzione però, la cucina italiana non è solo un insieme di piatti iconici, non si tratta di certificare quanto è buona la mozzarella né l’unicità della carbonara, ma è una vera e propria espressione culturale, sociale e storica, radicata in tradizioni che si tramandano da generazioni. Concetto spiegato al meglio dalle parole dei Ministri. Alessandro Giuli, Ministro della Cultura: “Dall’alta cucina a quella popolare, l’Italia, per le sue variegate caratteristiche geografiche e per le sue stratificazioni storiche multiformi, è impreziosita da una straordinaria pluralità di ingredienti, di piatti, di occasioni, di rituali legati al mangiare. La storia del cibo è storia della civiltà e della cultura. La cucina italiana rispecchia la società, la storia e il nostro rapporto con il territorio, oltre a essere una peculiarità tutta italiana”. Francesco Lollobrigida, Ministro dell’Agricoltura: “Noi non candidiamo un modo di cucinare, anche se tutte le cucine regionali italiane avrebbero i titoli per ottenere il riconoscimento a patrimonio immateriale dell’UNESCO, noi candidiamo un rito; un rito che appartiene a tutti noi, che parte dalla scelta dei cibi, passa per la cucina per approdare sulle nostre tavole dove ancora si parlerà di quello che si sta mangiando. La cucina italiana è questo, sono antichi saperi tramandati, è la gioia di stare insieme, di incontrarsi e di mantenere vivi i rapporti familiari e di amicizia”. In sintesi, il cibo è un pilastro della nostra identità e un potente collante sociale. A differenza di altre cucine, ad esempio quella francese che ha una matrice più “tecnica” perché inventata dai ristoratori, la nostra cucina nasce al mercato ed è stata inventata dalle nostre nonne e bisnonne. Nasce come atto di amore, dal prendersi cura delle persone. Questa caratteristica strutturale ne comprende altre due, ben evidenziate nel dossier: a) è un mosaico di diversità territoriali che riflette la diversità bioculturale del Paese, frutto di influenze culturali che si sono succedute nel corso dei secoli e quindi di tradizioni, spesso legata al ritmo delle stagioni. b) è estremamente dinamica , cioè in continuo cambiamento ma senza conflitto tra tradizione e innovazione, né tra un luogo e l’altro, senza campanilismo quindi ma quasi da campanello a campanello, quello di casa, dove ognuno crea la sua variante della stessa ricetta. È la condivisione di un alfabeto fatto di tante ricette che si possono scrivere in base al gusto personale. La cucina italiana si caratterizza quindi per un forte legame con i territori e la capacità di innovare senza perdere autenticità. Un patrimonio che unisce tradizione e futuro. Così l’UNESCO, nel confermarne i requisiti per aspirare al titolo, ne ha sottolineato l’approccio olistico che collega gastronomia, sostenibilità ambientale e identità culturale. “La cucina italiana è una tradizione vivente trasmessa all’interno delle famiglie e delle comunità” […] “promuove pratiche sostenibili come la riduzione degli sprechi alimentari e la conservazione degli ingredienti locali” […] “affonda le proprie radici nel contesto rurale ma è capace di includere interpretazioni moderne che continuano a rispettare i metodi tradizionali” […] “ I rituali legati alla tavola rafforzano i legami sociali e il dialogo intergenerazionale, offrendo al contempo creatività e ospitalità come tratti distintivi”. La convivialità è proprio il punto centrale del dossier e il comune denominatore ove si coagula questa estrema diversità: concepire il momento della preparazione e del consumo dei pasti come un’occasione di condivisione e confronto; cucinare e mangiare è un unico momento conviviale, siamo gli unici che mentre mangiamo parliamo di cibo. Non ci sediamo a tavola solo per nutrirci in un rapporto equilibrato di proteine, carboidrati e vitamine, è qualcosa di più… è cultura del vivere bene, stando insieme; motivo per cui l’Italia è universalmente riconosciuta e amata come la Nazione della grande bellezza, del gusto e del buonumore. Il pranzo della domenica è la massima espressione di questo tratto culturale ed è stato proprio questo l’evento organizzato per sostenere la candidatura nell’ambito della settimana della cucina italiana nel mondo 2025: domenica 21 settembre dal nord al sud d’Italia ogni città ha offerto la sua interpretazione del rito, trasformando piazze e cortili in un’unica scenografia nazionale (clicca QUI ). Persino le Ambasciate di Londra, Parigi e New York hanno imbandito tavolate, mostrando che la cucina italiana non appartiene a un confine ma a una comunità diffusa nel mondo. Tante sono state le iniziative per accendere i riflettori lungo il percorso su questo importante riconoscimento, per richiamare l’attenzione e fare il tifo, ma soprattutto per instillare la consapevolezza di ciò che siamo in modo che possiamo consegnarlo alle nuove generazioni affinché portino avanti il patrimonio che gli appartiene, della cultura nazionale a cui appartengono. La Federazione Italiana Cuochi, ad esempio, ha celebrato la candidatura in uno dei palazzi storici romani più sontuosi, Palazzo Brancaccio, con un evento in cui la fantasia enogastronomica tricolore l’abbiamo ascoltata dalle parole dei due Ministri, ma anche assaggiata e bevuta 😊 Qualcuno potrà domandarsi: “OK, tutto questo è motivo di grande orgoglio… ma quali sono i benefici?”. Innanzitutto, sulla scena internazionale rafforzerebbe la leadership dell’Italia e ci darebbe il diritto a pieno titolo di proteggere legalmente i nostri prodotti e servizi contrastando il fenomeno commerciale dell’ Italian sounding , perché non può e non deve bastare un tricolore su qualsiasi confezione o pubblicità del mercato estero per vendere qualcosa che non è italiano e gli somiglia pure poco. Significa difendere un volume economico di 250 miliardi di euro/anno nel mondo! Concretamente, valorizzare e tutelare questo nostro patrimonio significa rafforzare un settore strategico per l’Italia, che crea lavoro, ricchezza e contribuisce in modo determinante all’attrattività turistica del Paese: filiere produttive di qualità, imprese capillari e profondamente legate ai propri territori, giri d’affari miliardari. Infine, sul piano sociale, oltre ad essere un riconoscimento del lavoro di agricoltori, produttori, chef, ristoratori, famiglie e comunità che ogni giorno tramandano il sapere del cibo “fatto con amore”, diviene argomento per introdurre l’educazione alimentare nelle scuole, per contrastare il ricorso al fast food, street food, ready to eat, ecc., per non essere travolti dalla globalizzazione. Nelle grandi città si sta perdendo la cucina casalinga, il pasto a casa diventa “spilluzzicare qui e là” in momenti diversi e individuali, si sta perdendo lo stare insieme a tavola come momento educativo di dialogo. L’atteso riconoscimento non sarebbe quindi un attestato da incorniciare ma aprirebbe per l’Italia molteplici prospettive su vari piani. Per accompagnare l’Italia alla candidatura persino un brano musicale, un inno alla bellezza, è stato composto da Mogol e interpretato da Al Bano: “Vai Italia!” Incrociamo le dita e attendiamo, manca poco… Concludo rivolgendo un pensiero a quanti in questo momento, a Gaza, in Ucraina e altrove, non hanno tavola da apparecchiare, non solo la domenica, non hanno cibo e non hanno pace. Il più grande patrimonio immateriale dell’umanità da tutelare dovrebbe essere questo, la possibilità di sedersi a tavola insieme, in pace. Se prima di sedersi al tavolo di qualsiasi trattativa ci si sedesse a tavola… probabilmente molte questioni si risolverebbero meglio. La cucina italiana così come la lingua italiana, da sempre disponibili alla contaminazione con tutti i popoli che abbiamo incontrato nei secoli, sono strumenti di dialogo mai chiusi in sé stessi, ed è solo con il dialogo che si costruisce la pace. Per approfondire: https://www.sovraintendenzaroma.it/i_luoghi/sito_unesco/unesco_united_nations_educational_scientific_and_cultural_organization https://www.unesco.it/it/news/comunicato-stampa--consiglio-direttivo-della-commissione-nazionale-italiana-per-lunesco-23-marzo-2023/ https://www.lacucinaitaliana.it/article/cucina-italiana-patrimonio-umanita-unesco-perche-importante-petrillo/ https://www.ancicomunicare.it/il-pranzo-della-domenica-anci-masaf/

  • Le origini della pasta

    Comprensione del testo (B2) Le origini della pasta, vera e propria specialità del nostro Paese, si legano indissolubilmente alla tradizione della coltivazione del grano, già praticata all'epoca dell'Impero Romano. In particolare, sono state le colonie e il Sud Italia i luoghi dove si diffuse con maggiore rapidità. Normalmente, si attribuisce la nascita della pasta al ritorno di Marco Polo dalla Cina, avvenuto nel 1295. In realtà questa miscela a base di cereali ed acqua rappresenta un elemento imprescindibile della gastronomia mediterranea da diversi millenni. Nel tempo, le tecniche per lavorare il grano sono migliorate, dalla macinazione alla cottura. La pasta nella storia: le tappe più significative Le prime tracce di un alimento simile alla pasta risalgono al 1.000 a.C., quando l’uomo iniziò a coltivare il grano. Greci ed Etruschi crearono i primi tipi di pasta, come il “laganon”, un foglio di pasta tagliato a strisce. Un secolo prima di Cristo, Cicerone e Orazio apprezzavano la “lagana”, farina cotta in acqua senza lievito. Sovrapponendo le strisce si otteneva una sorta di lasagna. Il primo documento scritto sulla pasta è nel libro di Apicio “De re coquinaria”, dove si parla di “lagana” ripiena. Tra il 200 d.C. e l’anno Mille non ci sono molte informazioni, ma probabilmente in Sicilia nacquero i maccheroni chiamati “itriyah”, nome di origine araba. La diffusione della pasta in Italia Alcuni secoli dopo, i produttori di pasta iniziarono a diffondersi in diverse zone d'Italia, partendo da Campania, Puglia, Toscana e Liguria. A Gragnano, ad esempio, nel '500 fu assegnato il riconoscimento di "patria" della pasta di grano duro. Addirittura, due secoli dopo, l'assetto urbanistico della città subì delle modifiche volte a favorire l'essiccazione di quelli che venivano indicati come "maccheroni". Fu Napoli, nel '600, a dare il via alla diffusione della pasta come pietanza "di massa". In seguito ad una carestia diminuì il consumo di carne e pane, sostituiti proprio dalla pasta. L'invenzione della gramola, del torchio e della trafila favorì l'abbassamento di prezzo, rendendo la pasta ancora più popolare . Sempre in quegli anni nacque la salsa di pomodoro, da allora uno dei condimenti preferiti dagli amanti della pasta. La pasta fresca La pasta fresca rappresenta sicuramente uno dei fiori all'occhiello della gastronomia italiana. Non sono solamente i formati (dalle orecchiette ai maccheroni al ferretto, dai pici agli gnocchetti, fino ai cavatelli) a variare di Regione in Regione. Anche la "composizione", infatti, può essere differente portando alla produzione di pasta da tagliare, oppure da farcire con golosi ripieni. Due sono i procedimenti che consentono di ottenere l'impasto; se il primo prevede l'utilizzo delle uova, il secondo si caratterizza per la presenza di semola e acqua. ------- 1. Perché la pasta si diffuse inizialmente più rapidamente nelle colonie e nel Sud Italia? A) Perché il clima favoriva la coltivazione del grano B) Perché Marco Polo aveva portato la ricetta in quelle zone C) Perché lì non si consumava pane D) Perché la pasta fresca era più semplice da preparare 2. Perché la pasta divenne una pietanza “di massa” a Napoli nel ‘600? A) Per la scoperta della salsa di pomodoro B) Per una carestia che ridusse carne e pane C) Per l’invenzione della gramola D) Per l’arrivo dei maccheroni dalla Sicilia 3. In che modo le tecniche di lavorazione del grano influirono sulla popolarità della pasta? A) Consentirono di produrre più formati regionali B) Permisero di ottenere una pasta più gustosa C) Favorirono l’abbassamento del prezzo D) Rendevano la pasta fresca più digeribile 4. Quale collegamento si può fare tra le strisce di “lagana” e la lasagna moderna? A) Entrambe sono preparate con pasta ripiena B) La lasagna deriva dalla sovrapposizione delle strisce di lagana C) La lagana era condita con pomodoro come la lasagna D) Nessun collegamento, la lasagna è nata molto dopo 5. Perché Gragnano modificò il proprio assetto urbanistico nel ‘700? A) Per migliorare la coltivazione del grano B) Per favorire l’essiccazione dei maccheroni C) Per accogliere più mercanti di pasta D) Per costruire più mulini e torchietti 6. Qual è la differenza principale tra pasta da tagliare e pasta da farcire nella tradizione italiana? A) La pasta da tagliare usa solo acqua, quella da farcire solo uova B) Differisce nella composizione e nell’uso finale, cioè forma e ripieno C) La pasta da tagliare è più antica D) La pasta da farcire si prepara solo in Sicilia 7. Come si può descrivere l’evoluzione della pasta nel corso dei millenni secondo il testo? A) Da alimento povero a piatto gourmet B) Da semplice miscela di cereali e acqua a specialità regionale e nazionale C) Da pasta fresca a pasta secca industriale D) Da prodotto importato dalla Cina a prodotto esclusivamente italiano

  • Qui Roma… Gettando una monetina nella Fontana di Trevi

    Diciamo la verità… questo gesto venendo a Roma è una tappa obbligata, dopo il Colosseo; la monetina va lanciata di spalle nella fontana ad occhi chiusi esprimendo un desiderio, quello di tornare un giorno a Roma. Che ci si creda o no, ci si accalca comunque intorno alla vasca avvicendandosi a turno per farlo e fare la foto; la folla riempie la piazza ormai senza ore morte, anche la notte. Unico intervallo quando la fontana viene svuotata per la raccolta delle monetine (un aspetto da approfondire) e per la manutenzione. Del resto, lo scenario è di una bellezza imponente e ormai associato per sempre alla scena entrata nel mito degli anni d’oro del cinema italiano, in cui nel cuore della notte Lei, bellissima e sensuale, entra nella fontana in abito da sera e chiama Lui a raggiungerla: “Marcello… come here…”. Lui e Lei sono Anita Ekberg e Marcello Mastroianni nel film La dolce vita  di Federico Fellini. Se non l'avete ancora guardata, fatelo adesso (cliccate QUI ): è indispensabile per vedere la fontana in tutta la sua magia, come non l’avete mai vista. Ne abbiamo un vago ricordo noi romani nati in quegli anni, in cui si andava lì di notte, a concludere una serata davanti alla bellezza assoluta. Capolavoro settecentesco dell’Architetto Nicola Salvi, vincitore del concorso, secondo l’impostazione magistrale della piazza ideata da Gian Lorenzo Bernini… ecc… ecc... (trovate tutto su Internet), ma qualcuno si domanda mai “tutta quell’acqua da dove arriva?…”. Ecco la notizia di oggi: la fontana forse più famosa del mondo è il terminale dell’acquedotto più antico del mondo, l’unico ancora funzionante dopo 21 secoli, dal 19 a.C.: l’Acquedotto dell’Acqua Vergine. La parola terminale è efficace, ma tecnicamente si chiama “mostra” la fontana monumentale che segna la fine del percorso di un acquedotto, distribuendo acqua alla città e mostrando a tutti la grandezza dell’opera e del suo committente. Questa notizia ci dà lo spunto per parlare della grandezza di quello che non si vede e a cui non si pensa a Roma, che era conosciuta come “regina aquarum” per la rete di ben 11 acquedotti ad alimentare la più grande città del mondo antico (un milione e mezzo di abitanti) in continua espansione. Queste infrastrutture costituirono il più complesso e vasto sistema idrico che mai città all’epoca avesse conosciuto e divennero uno dei simboli della grandezza e della capacità tecnica che elevarono la città eterna a Caput Mundi. Si cercavano le sorgenti d’acqua nel territorio circostante e da lì la conducevano alla città con un ingegnoso sistema di condotti (da cui il nome di Via dei Condotti, oggi la strada delle grandi firme) che si snodavano per chilometri, sostenuti da archi a cielo aperto di varie altezze per creare le pendenze giuste e poi proseguire interrati nel sottosuolo della città e distribuire l’acqua alle esigenze principali: innanzitutto le terme (non c’era il bagno in casa, quindi era una pratica quotidiana per tutti oltre che luogo sociale), le residenze imperiali e dei patrizi, le fontane pubbliche (una ogni 80 mt.), botteghe, abitazioni e fontane… più di mille fontane e più di duemila fontanelle da cui abbeverarsi. Infine, condotte sotterranee raccoglievano quella usata e la riunivano alla piovana convogliando il tutto nella cloaca maxima. Furono le invasioni barbariche a distruggere tutto questo per assetare la città durante gli assedi e per un bel po’ si dovette tornare ad attingere l’acqua al Tevere e ai pozzi. In quel periodo tornò in auge l’antico mestiere dell’acquaiolo che portava l’acqua potabile a domicilio (ricordate il Facchino con la sua botticella… una delle statue parlanti?). Solo nel Rinascimento, con la Roma Papale, ripresero le grandi opere urbanistiche, tra cui il ripristino per quanto possibile dei vecchi acquedotti e la costruzione di nuovi; la città ebbe di nuovo acqua in abbondanza e prese così a dotarsi di fontane, vasche, mostre, fontanili, fontanelle, abbeveratoi in una sorta di gara tra pontefici, ordini religiosi e nobili casate romane a chi commissionava ai cosiddetti “fontanieri” l’opera più mirabile. L’acqua fu elemento ideale per la fantasia di scultori ed architetti e le nuove fontane divennero una delle più suggestive celebrazioni del potere. Fu quindi nel 1732 che Papa Clemente XII dispose la ricostruzione del tratto distrutto dell’Acquedotto dell’Acqua Vergine e bandì il concorso per la progettazione della sua mostra: Fontana di Trevi (da Trivium, trivio di strade, luogo della fonte). Sul fatto che si chiamasse “Vergine” come al solito a Roma realtà e leggenda si intrecciano e neanche vale la pena distinguerle perché in fondo fanno parte entrambe della cultura collettiva. Che sia stata una “virgo” (fanciulla), o una ninfa protettrice delle acque, ad indicare la fonte ai soldati romani o che il nome indichi la purezza dell’acqua non vi sono fonti certe ma poco importa. “Come è… come non è…” (modo di dire nel parlato italiano) l’acqua era effettivamente pura, leggera e priva di calcare (è proprio questo che ha preservato l’acquedotto così a lungo dal deterioramento) e “fatto sta” (altro modo di dire) che la scena della “Virgo/Ninfa” che mostra la fonte ai soldati è scolpita sopra la fontana. Ecco realtà e leggenda che convivono. Scommetto che sono pochi quelli che trovandosi a bocca aperta in contemplazione di tale capolavoro si soffermano a leggerne i dettagli, quel che conta è l’emozione che provoca. In fondo è questo che fanno le opere d’arte. Ma ogni opera contiene un messaggio e in queste opere monumentali è quello di un committente che vuole mostrare e scolpire nella storia la grandezza del suo operato e assegna all’artista prescelto il compito della narrazione. In questo caso bisogna riconoscere che il messaggio di magnificenza è arrivato forte. Leggiamo quindi cosa ci mostra questa scultura immensa: protagonista è il mare, l’immensa vasca che occupa tutta la piazza e finisce contro la scogliera resa viva da animali e piante. Al di sopra la divinità Oceano (dio del mare, dei terremoti, delle fontane e dei cavalli) alla guida del cocchio a forma di conchiglia trainato da due cavalli, uno calmo e uno agitato, proprio come è il mare, governati da due tritoni. Accanto a lui due figure femminili allegoriche, abbondanza e salubrità, riferite agli effetti benefici dell’acqua; al livello superiore due bassorilievi rievocano la storia dell’acquedotto: la fanciulla che mostra la fonte ai soldati e nell’altro Agrippa (genero di Augusto, il primo imperatore romano) che decide la costruzione di questo acquedotto più di 2000 anni fa… Storia arte e natura si fondono. Ma, tornando al percorso dell’acqua, per vedere l’acquedotto oggi occorre prima salire al Pincio (il punto più alto della zona e anche il più panoramico) dove l’acquedotto giungeva in città, per poi scendere a circa 27 metri nel sottosuolo partendo dal pozzo di accesso che ancora oggi si trova lì. La scala a chiocciola è ancora quella antica romana e il percorso sotterraneo conduce fino alla Fontana di Trevi dove si conclude. Non è un’esperienza accessibile a tutti, solo agli addetti ai lavori, c’è però un famoso documentario in cui il noto divulgatore Alberto Angela, con tanto di stivaloni fino alla coscia (immagine rimasta iconica per milioni di telespettatori), percorre l’acquedotto fino alla fontana… fino ad affacciarsi scenograficamente da una finestrella della cabina tecnica che si apre accanto al cocchio di Oceano direttamente nella fontana! Con lui potete farlo anche voi (cliccate QUI ). È invece visitabile, a pochi passi, l’area archeologica sotterranea del Vicus Caprarius che ha portato in luce casualmente durante il cantiere di ristrutturazione di uno storico cinema (ex Cinema Trevi) un serbatoio di distribuzione dell’acqua, ancora oggi alimentato dall’acquedotto, che ancora oggi alimenta altri capolavori nel cuore del centro: la Fontana dei Quattro Fiumi (simbolo dei continenti allora conosciuti) a Piazza Navona e la Barcaccia ai piedi della mitica scalinata di Piazza di Spagna. Va reso merito all’ente proprietario del cinema che a fronte di un progetto imprenditoriale di trasformazione in multisala ha dato priorità ai resti archeologici optando per altra soluzione che comprende la sistemazione degli scavi, rendendoli fruibili con un sistema di passerelle e un piccolo antiquarium dei ritrovamenti (anfore, monete, sculture, vasi). Attraverso questi reperti e tutta la stratigrafia delle differenti epoche del tessuto urbano venuto in luce gli archeologi possono aggiungere tasselli alla comprensione del passato, che noi ora possiamo immaginare. Ecco quello che non si vede, a Roma si cammina sull’ultimo strato di una “millefoglie”; questa definizione non è mia ma di Alberto Angela, talmente calzante da essere imperdibile nel caso non guardaste il documentario. Come in questo famoso dolce, come si fa a mangiarlo tenendo gli strati separati…? bisogna morderlo tutto, è così che a Roma passato e presente convivono e si mescolano allegramente! Un esempio? Se avete già gettato la monetina e quindi state tornando a Roma, questa volta fate cosi: dopo aver osservato Oceano sul suo cocchio con altri occhi, andate in Vicolo del Puttarello e scendete a visitare l’area sotterranea per ascoltare il suono antico e attualissimo dell’acqua Virgo che scorre, poi fate una salto al palazzo della nuova Rinascente di via del Tritone, tempio dello shopping di lusso, e scendete al piano -1 dove tra le avanguardie del design e della profumeria troverete anche gli antichi archi dell’acquedotto distrutto, in una zona di osservazione allestita con una proiezione descrittiva. Poi però risalite fino all’ultimo piano dove vi aspetta una vista mozzafiato sui tetti di Roma, per un brunch o un caffè. P.S. Dimenticavo… e le monetine? La raccolta ammonta a circa 3.000 euro al giorno, chevengono distribuiti ai più bisognosi attraverso la Caritas in accordo con il Comune di Roma (ma in passato non era raro vedere pescatori amatoriali all’alba…). Per saperne di più: https://www.sovraintendenzaroma.it/i_luoghi/roma_medioevale_e_moderna/fontane/fontana_di_trevi_mostra_dell_acqua_vergine https://www.vicuscaprarius.com/area-archeologica/ https://www.romasegreta.it/rubriche/acquedotti.html#acqua6

  • Giochi di Grammatica e Vocabolario (Livello A1/A2)

    Cruciverba: Passato prossimo e Imperfetto Istruzioni: Compila il cruciverba con la forma corretta del verbo (passato prossimo o imperfetto). Parole nascoste: Vocabolario della salute Istruzioni: Trova il numero più grande possibile di parole legate alla salute nella griglia. Le parole possono essere in orizzontale, verticale o diagonale e possono essere scritte in avanti o all’indietro. Soluzioni ORIZZONTALI 1. sono andato 3. studiava 5. eravamo 7. leggeva 9. vivevamo 11. mangiava 13. abbiamo fatto VERTICALI 2. giocavo 4. abbiamo visitato 6. non sono usciti 8. mi sono alzato 10. avete comprato 12. prendevo 14. sono partiti 15. guardavate PAROLE NASCOSTE FARMACO OSPEDALE MEDICO INFERMIERE FEBBRE TOSSE VACCINO TERMOMETRO MALATO DOLORE AMBULANZA PILLOLA

  • Qui Roma...

    Città eterna ed eternamente sottosopra. Eh sì, perché l’eternità di Roma è soprattutto "sotto”, ma è “sopra” che si vive. Quel magnifico “sopra” che rimanda continuamente al “sotto”. Impossibile dimenticarlo, perché sulla storia ci camminiamo e inciampiamo ad ogni passo. In tutto il centro storico si cammina sui “sanpietrini”, che per rimetterli a posto è un bel problema, non basta come sulle altre strade una stesa di asfalto, ma va smontato tutto e rifatto con una tecnica antica di secoli. Saecula et saeculorum ... amen. Ci teniamo le buche. Camminando per Roma dovremmo guardare dove mettiamo i piedi, ma come si fa a non alzare lo sguardo... Madonne ad ogni angolo di palazzo e cupole ovunque! Viviamo immersi nella storia e nell’arte, continuamente indietro con il presente ed anche con il futuro, rispetto alle altre capitali, perché si sa che da quelle buche possono uscire tesori, quindi si scava; e scaviamo... scaviamo... per poi fermarci e richiudere tutto (riportare alla luce ha dei costi, a volte insostenibili), oppure cambiare direzione perché di lì proprio non si può passare senza distruggere storia e arte di secoli. Viviamo in una terra di mezzo, in una condizione temporale che deve dialogare tra passato, presente e futuro conciliando tre esigenze diverse: il rispetto per un patrimonio che non è solo nostro ma mondiale, la velocità dei tempi attuali, le nuove direzioni da prendere tenendo conto del futuro. Questo è il delicato e complicato compito del Ministero della Cultura, che accettando la sfida di conciliare queste tre dimensioni sta procedendo con approccio innovativo a realizzare un nuovo modo di vivere la Capitale e di raccontare la sua storia. I principi informatori dell’operazione: a) conoscenza b) valorizzazione c) fruizione pubblica del patrimonio storico, soprattutto questo. È così che sono state restituite al pubblico aree fino ad oggi chiuse, rimaste incolte o utilizzate come depositi; è così che sono state aperte casse di reperti che giacevano nei magazzini dei vari istituti culturali, catalogati e infine esposti. La più recente inaugurazione del “Parco Archeologico del Celio” è emblematica di questa nuova direzione e fa parte di un vasto progetto di valorizzazione dell’intera area, uno dei sette colli del nucleo storico di Roma, appunto Il Celio. Qui sono stati trasportati e riorganizzati molti reperti archeologici, una sorprendente collezione di materiali epigrafici e architettonici provenienti dagli scavi di Roma di fine Ottocento, effettuati per le nuove costruzioni seguite alla proclamazione di Roma Capitale d’Italia. Sono frammenti che attraverso il marmo ci raccontano molto di quelle che erano le tecniche, gli stili e con loro le mode, le usanze e l’organizzazione della società romana. Il tutto esposto in uno scenario mozzafiato, con il Colosseo sullo sfondo. Ma non solo, all’interno del Parco è allestito il museo che custodisce i frammenti rimasti della celebre Forma Urbis Romae , la gigantesca pianta marmorea della Roma antica incisa tra il 203 e il 211 d.C. sotto l’imperatore Settimio Severo. Gigantesca perché occupava uno spazio di circa 18 metri per 13, su 150 lastre di marmo applicate a parete, di un edificio pubblico, con perni di ferro. Si tratta di una delle più rare e importanti testimonianze della città antica. Questa nostra prima “passeggiata romana” è l’inizio di un percorso di scoperta nella Roma di oggi tra vita di superficie e storia nel sottosuolo, e quale punto di partenza è migliore di una mappa? Non è certo di facile consultazione una mappa marmorea, soprattutto se ridotta in frammenti di marmo ritrovati qui e là nel tempo (dai frati scavando un orto o lungo le sponde del Tevere costruendo i nuovi argini o nel giardino di una villa nobiliare); un documento quindi che, per ingombro e condizioni frammentarie, si presta poco a una comprensione immediata. In pratica un grande puzzle, incompleto e ridotto in pezzi ancora più piccoli, di cui non si ha il foglio di istruzioni; si è quindi fatto ricorso ad un altro importante documento successivo sovrapponendoli, come base planimetrica, alla Pianta Grande di Giovanni Battista Nolli (il “celebre geometra”) del 1748. Le due mappe quindi, i due grandi momenti della cartografia romana, marmorea e cartacea, riportate alla stessa scala e sovrapposte sono infine esposte nel museo in modo inedito, cioè calpestabile! Nel corso degli ultimi 250 anni il centro storico di Roma è cambiato ben poco nei suoi siti essenziali, perciò la pianta del Nolli rimane ancora una delle migliori fonti per comprendere anche la città contemporanea e, camminando sul pavimento in vetro della sala principale del museo (150 lastre come quelle di cui era composta la mappa), possiamo quindi riconoscere il Colosseo e tanti altri “landmark” dell’antica capitale così come dell’attuale, come appunto in una passeggiata romana! Per saperne di più: Cenni storici Forma Urbis Cenni storici Parco Archeologico del Celio

  • Qui Roma… "Uomini siate, e non pecore matte” (Paradiso, Canto V)

    Mala tempora currunt … guerre, speculazioni incontrollate, genocidi… C’è bisogno di un nuovo umanesimo, c’è bisogno di una umanità nuova. È l’allarme che risuona ovunque e forse da sempre, perché proprio quando l’uomo sembra in gran corsa per il progresso… perde la consapevolezza di se stesso finché arriva a perdersi. Giubileo, tempo di quaresima, Porta Santa da attraversare, San Pietro centro della Cristianità, Roma brulica di turisti e di pellegrini… tra questi c’è anche Dante con una platea di giovani che cercano di capire meglio il suo messaggio, invece che subirlo come materia scolastica che può sembrare obsoleta e invece è quanto mai attuale. La quaresima richiama il combattimento spirituale ed è proprio nella Settimana Santa che precede la Pasqua del 1300, durante il primo giubileo della storia dell’umanità, che Dante scrisse del suo turbamento. Dante ci insegna quindi come far morire l’uomo vecchio e far rinascere l’uomo nuovo, che è poi il vero significato del Giubileo al di là di tutti i riti di purificazione e buoni propositi. Dante parla di speranza e conclude ciascuna delle tre cantiche con la parola “stelle”. Non c’è inferno e non c’è selva dai quali non si possa uscire “a riveder le stelle”. Questo è il messaggio della sua “commedia” molto umana, resa “divina” da cento canti di poesia sublime: un personale pellegrinaggio condotto tra la fede (Beatrice) e la ragione (Virgilio), un cammino interiore che ha vissuto lui stesso e che propone all’uomo di ogni generazione per aiutarlo a passare dallo stato di miseria interiore allo stato di felicità. Perché l’uomo è sempre lo stesso; non importa quanti master abbia fatto, di fronte alla vita non ne sa mai abbastanza. La speranza è il tema del Giubileo 2025, se ne sente il bisogno in questo momento storico, in modo particolare ragazzi giovani che lamentano proprio una fatica a sperare mentre è nelle loro mani il futuro. In quel primo Giubileo istituito da Papa Bonifacio VIII, sappiamo che Dante era a Roma e da qui Papa Francesco nel 2021, settecentesimo anniversario della sua morte, lo ha richiamato a noi quale sommo “Pellegrino di Speranza”, sollecitando a rendere Dante accessibile e attraente non solo a studenti e studiosi ma anche a tutti coloro che volendo realizzare in pienezza la propria esistenza sono ansiosi di rispondere alle domande interiori per vivere il proprio itinerario personale in maniera consapevole. Raccogliendo questa indicazione del Papa, in questa quaresima giubilare il Dicastero per l’Evangelizzazione ha voluto organizzare una particolare mostra che la Società Dante Alighieri ha patrocinato, dal titolo graffiante: “Uomini siate, e non pecore matte”; un percorso espositivo che accostando testi poetici, commento e illustrazioni, propone un itinerario antologico dal punto di vista del tema della speranza, attraverso una selezione di sette episodi fra i più significativi dell'inferno, sette del Purgatorio, sette del Paradiso. Ma la particolarità di questa mostra, oltre che nella qualità dei contenuti, sta nel fatto che pone al centro i giovani; le guide che accompagnano i visitatori in questo percorso sono, infatti, studenti universitari provenienti dalla straordinaria realtà dell’associazione giovanile Cento Canti (cento studenti, ognuno conosce a memoria un canto,   l’intera associazione come una sorta di  Divina Commedia  vivente!) che ha preso vita da un educatore di eccellenza, studioso e divulgatore di Dante, il Prof. Franco Nembrini, curatore della mostra e autore dei contenuti educazionali. La mostra è allestita nel chiostro di San Salvatore in Lauro, Chiesa Giubilare, a due passi da una delle piazze più iconiche di Roma, Piazza Navona colma di turisti. Vi si accede da un antico portone in legno oltre il quale c’è fresco e ombra in questa inaspettata giornata di sole pieno e caldo cui non siamo preparati dopo tanta pioggia. Ad accoglierci troviamo subito Dante e Beatrice… lei che emerge dal bassorilievo a tutta parete e lui che si preme la mano sul cuore che batte forte, tra l’emozione dell’incontro con l’amata che ha perso e la paura della selva in cui si è perso. Lui con i piedi per terra, lei che indica la via per il paradiso. Gruppo scultoreo “El Dante” dello scultore Adelfo Galli, qui in mostra per concessione di Papa Francesco cui è stato donato. Entrati nel chiostro il cammino è scandito dagli antichi archi e non potevano che essere archi virtuali a scandire con i loro colori simbolici il passaggio tra le cantiche, ogni passo è scandito dai versi di Dante e dalle immagini dell’artista Gabriele Dell’Otto, noto nel mondo e calato nell’universo dei giovani in quanto fumettista e illustratore delle celebri copertine dei supereroi Marvel.  Tutte e tre le cantiche quindi in una sola mostra, scaturita da un sistema di mostre ove dal 2021 ad oggi cento studenti dopo aver studiato il testo e partecipato alla formazione con il Prof. Nembrini accompagnano i visitatori in questo pellegrinaggio interiore sulle orme di Dante, attraverso inferno purgatorio e paradiso, fino a riveder le stelle. Come Nembrini stesso spiega in un breve video: “i giovani se sfidati ad una proposta alta e coinvolgente rispondono con l’entusiasmo e la baldanza che li caratterizza”. L’intento di questo nuovo sistema di mostre è quello di rivoluzionare il rapporto con la cultura, di rivisitarlo non più come oggetto storico in un museo, perché non è semplicemente interessante capire l’autore, ma come dice il termine “interesse” ( inter = dentro, esse = essere) è importante perché ci siamo dentro noi… il punto non è che noi capiamo Dante, ma capiamo che Dante capisce noi. Mantenere vivo questo nuovo tipo di rapporto con Dante significa accostarsi all'arte non solo in una dimensione percettiva, attraverso i sensi, ma riuscire a farla vivere in maniera più profonda, come questi studenti e in un modo che possa essere vissuto anche da altra gente e anche da altre prospettive, anche più tecniche, anche più scientifiche, che però si dovrebbero riunire una volta di più con l'umano, non separarsi. Questo miracolo di umanizzazione è quello che con la passione negli occhi mi ha trasmesso Manuel Quell'Oller, la mia guida, giovane universitario di Verona che ringrazio di cuore perché per la prima volta nella vita, nonostante la mia formazione sia avvenuta negli studi classici, mi ha fatto emozionare nel riconoscermi in Dante. Rifletto che forse proprio il fatto che lui è della facoltà di Lettere antiche incarna questa funzione di collegamento tra passato e presente e mi fa sentire che tutto quello che è passato è anche attuale. Ascoltare tutto questo dalle parole di un giovane me lo fa sentire vero, se le stesse cose che ha detto lui le avesse dette un cattedratico o una guida turistica diciamo che sarebbe stata “conoscenza”, lui le ha dette proprio perché le ha “sentite”… e le ha fatte sentire anche a me. Esco sulla piazza inondata dal sole ed è come se tornassi alla luce da lontano, da un cammino breve ma intenso nel chiostro torno alla vita normale, quella dei bimbi che giocano, delle mamme con i passeggini, dei cani a passeggio, degli anziani che discutono di questa epoca matta, tutto quello che accade in una piazza di quartiere. Camminando per Roma l’esperienza migliore è sempre quella di uscire dai percorsi scontati, dai fiumi di persone che vanno tutte nella stessa direzione verso i luoghi iconici, perché ogni piccola piazza può offrire sorprese. La mia sorpresa oggi è stata questa, sono entrata pensando di contemplare arte visiva e poesia e invece sono scesa in me stessa. Grazie Dante, buona Pasqua di speranza a tutti voi! Per saperne di più Video introduttivo alla mostra del Prof. Nembrini, in italiano e in inglese: https://www.youtube.com/watch?v=QmwLazmVtUw&ab_channel=InTerrisQuotidianodigitale    https://www.franconembrini.it/centocanti/     Progetto scultoreo “El Dante” di Adelfo Galli: https://dantegiubileo2025.com/wp-content/uploads/2025/02/el-dante-web.pdf   Gabriele Dell’Otto spiega la sua creatività grafica:         https://www.gabrieledellotto.it/video-gallery/   Programma televisivo in 34 puntate, la Divina Commedia commentata dal Prof. Nembrini: https://www.tv2000.it/blog/programma/nel-mezzo-del-cammin/

  • Qui Roma... Se le pietre potessero parlare...!

    È un modo di dire, ma a Roma succede davvero. Come...? Quando...? Cosa...? Chi...? È una storia curiosa questa, una storia romana, un lato insolito della Capitale. Roma è un luogo dove la storia ufficiale si intreccia alla vita delle persone ed è difficile individuare i confini e scinderle; questa storia ne è la dimostrazione.   Partiamo da loro, dalle pietre, o meglio da alcuni marmi scolpiti, statue di epoche diverse ritrovate in circostanze diverse, in quel secolo d’oro di riscoperta del mondo antico e di grandi scavi archeologici che fu il Rinascimento; alcune di queste statue divennero e sono tuttora “le statue parlanti di Roma”. Personaggi che sono tornati a vivere, a prescindere dalla loro vera storia, ribattezzati con il soprannome che gli ha dato il popolo, del quale sono divenuti portavoce quando in quello stesso periodo storico il potere era particolarmente opprimente (era la Roma del “Papa-Re” che deteneva sia il potere spirituale sia quello temporale), non esisteva la libertà di espressione e dissentire significava rischiare la vita... Loro furono la vera Vox Populi!   Come? Nottetempo i più arditi gli appendevano al collo o poggiavano ai piedi foglietti anonimi contenenti satire in versi per farsi beffe dei personaggi pubblici più importanti, appartenenti alla nobiltà romana o addirittura alla corte papale, o contro chiunque meritasse il biasimo per il cattivo operato o azioni immorali.   Attraverso le statue parlanti la critica politica anonima si diffuse per la prima volta su larga scala. Quando la città si svegliava gli abitanti del quartiere leggevano, la voce correva subito di bocca in bocca e presto tutta la città sapeva cosa ne pensava il popolo di ciò che stava accadendo; si esprimeva così, con tono di sfida e di provocazione, il malcontento popolare nei confronti del potere e l’avversione verso la corruzione e l’arroganza dei suoi rappresentanti.   Queste nostre statue sono sei, ognuna conosciuta con il suo soprannome la cui provenienza resta incerta : Madama Lucrezia ,   unica rappresentante femminile, Marforio ,  il Babuino, il Facchino, l’Abate Luigi e... Pasquino ,   il capobanda!   Ognuno di loro diceva la sua e questa banda di sei liberi pensatori di pietra dalla lingua lunga è conosciuta come il Congresso degli Arguti.     Fin qui potrebbe considerarsi “folklore”, perché ancora non abbiamo parlato dello stile di questi messaggi, che ci racconta molto del carattere dei romani; da un lato indomito nei confronti del potere dall’altro ironico e scanzonato. Hanno sempre dimostrato la loro insofferenza verso i soprusi con un umorismo mordace e sferzante. La satira è da sempre un tratto tipico dei romani; come disse Giovenale, il più prolifico in questo genere: “satira tota nostra es” , nel senso “siamo noi romani ad averla inventata” e di fatto i Greci non ce l’hanno. Fu così che, mentre i Greci divennero famosi per orazioni e tragedie, quindi per una forma letteraria colta, a Roma ebbe un certo successo una letteratura più caustica, dissacrante e impertinente che in questo caso, con le statue parlanti, diede vita ad un vero e proprio genere letterario. Poiché tutto partì da Pasquino queste uscite on air presero il nome di “Pasquinate”.  L’origine del suo soprannome è ricondubile forse a un barbiere o sarto della zona che serviva nobili e prelati, ascoltava i pettegolezzi e li faceva circolare con battute pungenti, o forse al periodo pasquale in cui comparvero le prime affissioni. Tutto iniziò nel 1501, nei pressi di Piazza Navona, nella zona più popolosa della città dove passavano le processioni e le sfilate di ricchi e potenti, ad un passo dall’Archiginnasio della Sapienza (la prima Università di Roma), sull’angolo del palazzo nobiliare ex Orsini appena acquistato dal Cardinale Oliviero Carafa, frontale alla piazza; quella piazza frequentata da librai, scrittori e artisti, che allora si chiamava Piazza di Parione (il nome del rione) e oggi si chiama invece Piazza di Pasquino. Questo dice tutto... Queste tre condizioni geografico-temporali, che apparentemente sarebbe superfluo raccontare, furono la miscela esplosiva che diede fuoco alla miccia. Il Cardinale fece risistemare la piazza su cui affacciava il palazzo e fece collocare su quell’angolo bene in vista una statua ritrovata nei pressi (che prima di allora era stata utilizzata come marmo da pavimentazione stradale, voltata a faccia in giù, di schiena!) restituendola alla visione pubblica come gesto di magnanimità e di prestigio. Contemporaneamente la vicina Università organizzava certami, gare poetiche, tra gli studenti di letteratura e di retorica, arti che comportavano un uso letterario importante della parola, i quali prevedevano l’affissione pubblica dei componimenti in giorni particolari e luoghi deputati a questa funzione. Uno di questi era proprio il basamento di palazzo Carafa, cinto di sedili marmorei che per l’occasione venivano ricoperti in velluto e con l‘arrivo della statua si cominciò a vestirla con abiti togati o come un personaggio del mondo antico pertinente al tema assegnato cui si dovevano ispirare.   Fu quello il momento in cui i due livelli della storia si intrecciarono per sempre, fino ai giorni nostri. Il popolo del quartiere non si fece sfuggire l’occasione... Colse al volo l’ispirazione e prese ad esprimersi “poeticamente” affiggendo i propri versi alla statua che divenne il luogo dove il gusto della satira trovò la sua bacheca ideale; del resto, si trovava proprio sulla via papale!   Il tono provocatorio e di sfida irritava non poco i destinatari e nel tentativo di fermare questa pratica furono emesse leggi severe, la statua venne messa sotto sorveglianza e si narra che vi fu un Papa (Papa Adriano VI, 1522-1523) che minacciò di gettare Pasquino nel Tevere, ma fu ricondotto a più miti consigli, sapendo bene che le critiche non si sarebbero fermate ma sarebbero diventate ancora più aspre.   Le Pasquinate venivano sia dal popolo che dalle persone colte, con stile ora pungente e arguto, ora volgare e maldicente; non furono mai semplici invettive ma veri componimenti poetici, in dialetto, in italiano aulico o in latino, sempre pervasi dal tipico sarcasmo romanesco. Si ha persino notizia di Pasquinate commissionate a poeti professionisti (Pietro Aretino!) e il paradosso fu che i committenti furono a volte prelati e nobili che volevano diffamare coloro che detenevano il potere per subentrare ad essi. Insomma, divennero mezzi di propaganda elettorale!   Nel frattempo, Pasquino non era più solo e il gioco (neanche tanto...) si fece più divertente perché le statue iniziarono a parlare tra loro. Un esempio? Famoso è il “botta e risposta” in occasione delle razzie di tesori perpetrate a Roma da Napoleone, all’inizio dell’Ottocento:   Pasquino buttava lì dal Parione   una domanda (compariva su di lui un foglio): “È vero che i Francesi sono tutti ladri?”   e Marforio rispondeva dal Campidoglio: “Tutti no, ma Bona Parte”.   Marforio (da Martis Forum , poiché la statua fu ritrovata nei pressi del tempio di Marte, nel Foro romano )   era considerato l’interlocutore e la "spalla" di Pasquino (nel linguaggio romano “il compare”, suo complice) mentre il Babuino dal rione Campo Marzio entrò in competizione e ci fu un momento in cui si accennò a chiamarle “Babuinate”, ma il primato del Parione rimase indiscusso. Invece, l‘Abate Luigi (dal nome forse del sagrestano della vicina chiesa del Sudario, noto per lo spirito arguto) divenne il simbolo di uno specifico malcostume, la personificazione del camaleonte politico, a causa della sua testa più volte rubata e sostituita con altre sempre diverse (mai la sua quindi...) provenienti dai depositi comunali; parlò per l’ultima volta nel 1966 con questi versi in dialetto romanesco:   «O tu che m’arubbasti la capoccia vedi d’ariportalla immantinente sinnò, vòi véde? come fusse gnente me manneno ar Governo. E ciò me scoccia».   (“Tu che mi hai rubato la testa, riportamela subito, altrimenti può succedere facilmente che mi mandino al Governo. E questo non mi piacerebbe”).   Una delle Pasquinate più celebri, tanto da entrare nel linguaggio comune, fu indirizzata a Papa Urbano VIII della nobile famiglia Barberini, che fece spogliare la copertura bronzea del Pantheon per la realizzazione del baldacchino del Bernini nella Basilica di San Pietro e di 80 cannoni per Castel Sant’Angelo: "Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini"  ( "Quello che non fecero i barbari, lo fecero i Barberini”).   Si potrebbe proseguire all’infinito, sono tantissime e se le conosciamo tutte è perché c’è sempre qualcuno che si prende la briga di raccogliere tutti i foglietti e consegnare l’opera all’editoria. Queste raccolte, ovvio… si chiamano Pasquilli .   La produzione delle Pasquinate è durata ininterrottamente fino alla caduta del potere temporale dei papi e in forme più blande e saltuarie è proseguita fino ai giorni nostri, alternando momenti in cui le statue sembravano aver perso la parola... ma nel corso della storia nessuno è sfuggito al severo ed implacabile giudizio delle statue parlanti, né Mussolini né Berlusconi!   Ancora oggi, nell’era dei media digitali, il basamento di Pasquino continua ad essere coperto di messaggi ironici e provocatori. A pensarci bene, le Pasquinate sono l’equivalente degli attuali “meme” perché avviarono una comunicazione condivisa, indipendente e democratica, anticipando di fatto il principio che ispira i moderni social network. P.S. Un ringraziamento a Maria, angelo sulla mia via... senza la quale non avrei fotografato Marforio! Per saperne di più, su ognuno di loro: https://www.sovraintendenzaroma.it/content/statua-detta-del-pasquino https://www.sovraintendenzaroma.it/content/statua-detta-di-marforio https://www.sovraintendenzaroma.it/content/fontana-del-facchino-0 https://www.sovraintendenzaroma.it/content/statua-detta-dell%E2%80%99abate-luigi https://www.sovraintendenzaroma.it/content/statua-detta-di-madama-lucrezia https://www.sovraintendenzaroma.it/i_luoghi/roma_medioevale_e_moderna/fontane/fontana_del_babuino

  • Pronomi combinati (B1)

    Completa i dialoghi scegliendo il pronome combinato corretto:   — Hai dato il libro a Marco? — Sì, _______ ieri. A) me lo B) gliel’ho dato C) te lo   — Vuoi un passaggio? — Grazie, _______ domani. A) te lo do B) me lo dai C) me lo dai tu   — Puoi portare le chiavi a Sara? — Sì, _______ subito. A) gliele porto B) me le porto C) te le porto   — Ti serve il documento? — Sì, _______ adesso? A) me lo dai B) glielo dai C) te lo dai   — Hai comprato il pane per noi? — Certo, _______ preso stamattina. A) ce l’ho B) ve l’ho C) ve l’ho   — I tuoi genitori ti hanno dato i soldi? — Sì, _______ ieri sera. A) glieli hanno dati B) te li hanno dati C) me li hanno dati   — Gli puoi dire la verità? — No, non _______ dire adesso. A) glielo posso B) posso glielo C) gliela posso   — Mi puoi prestare la bici? — Sì, _______ domani. A) ve la do B) te la presto C) gliela presto   — Hai dato la lettera a Lucia? — Sì, _______ consegnata ieri. A) gliel’ho B) me l’ho C) te l’ho   — Mi hai comprato le scarpe? — Certo, _______ ordinate online. A) te le ho B) me le ho C) gliele ho   — Quando ci dai i biglietti? — _______ porto stasera. A) Ce li B) Ve li C) Glieli   — Chi ti ha dato i compiti? — La professoressa _______ ha mandati via email. A) te li B) me li C) glieli   — Mi invii il suo numero di telefono? — Un attimo, _______ giro. A) te lo B) me lo C) glielo   — Chi dà i libri ai ragazzi? — La maestra _______ dà ogni lunedì. A) glieli B) me li C) te li   — Puoi mandare le foto a me e a Luca? — Certo, _______ invio stasera. A) gliele B) ce le C) ve le   — Hai scritto il messaggio a Carla? — Sì, _______ mandato subito. A) me l’ho B) te l’ho C) gliel’ho   —Quando dai il regalo di Natale a Marco? —_______ do il 23 dicembre. A) te lo B) glielo C) ce lo   — Ci puoi preparare il caffè? — Certo, _______ faccio subito. A) ve lo B) ce lo C) glielo   — Hai preso i libri per i bambini? — Sì, _______ messi nello zaino. A) me li ho B) glieli ho C) me li ho   — Quando ci racconti del tuo viaggio in Italia? — _______ parlo domani. A) Gliela B) Glielo C) Ve ne ------------------------------------------ Soluzioni: 1B, 2B, 3A, 4A, 5A, 6C, 7C, 8B, 9A, 10A, 11B, 12B, 13A, 14A, 15C, 16C, 17B, 18A, 19B, 20C. Per gli esercizi precedenti, clicca: Italian Exercises

  • Sergio Strizzi e lo sguardo oltre il set

    Roma, in estate, non concede tregua. L’asfalto ribolle, le piazze si gonfiano di turisti e gli eventi culturali si rincorrono come onde. Presentazioni di libri, mostre, arene di cinema all’aperto, concerti, festival. Le code davanti ai musei sono parte del paesaggio urbano: al Palazzo delle Esposizioni, per esempio, le file si allungano per ore davanti alla retrospettiva su Dolce & Gabbana, un caleidoscopio di abiti e lustrini che calamita folle di curiosi. Ma io scelgo un’altra strada. Non l’ingresso principale, non le scale gremite di visitatori. Entro da una porta laterale, quasi nascosta, che conduce a un piccolo spazio, Sala Fontana, dove dal 10 luglio al 10 agosto 2025 è stata allestita la mostra Sergio Strizzi. Lo sguardo oltre il set. Chi era Sergio Strizzi? Un fotografo di scena, l’occhio invisibile che ha saputo cogliere il cinema italiano dal dopoguerra agli anni Novanta, documentando con delicatezza e rigore le atmosfere dei set e i volti che li abitavano. C’è un istante, durante le riprese, in cui il rumore si ferma. Non è silenzio vero – i tecnici si muovono, i riflettori scaldano, i truccatori sistemano un volto – ma qualcosa sospende il respiro collettivo. Strizzi non fotografa il glamour, ma la soglia. Quell’attimo in cui l’attore non è più personaggio e non è ancora se stesso: un territorio fragile, quasi proibito, in cui l’umanità scivola fuori dal copione. È qui che il cinema rivela il suo doppio: quello che vediamo sullo schermo e quello che resta fuori, negli interstizi, dove forse si nasconde la verità. Guardare queste immagini oggi, in un’epoca in cui tutto è posa e autopromozione, significa ricordare che esisteva un tempo in cui lo sguardo era discreto, paziente, capace di attendere il momento giusto invece di produrlo a forza. Strizzi ci ricorda che la bellezza, come la verità, non si impone: si lascia sorprendere. Le fotografie raccolte in mostra – circa sessanta, molte inedite – sono in gran parte dedicate a Monica Vitti e molte sono scattate nella Torre Galfa di Milano, appena costruita, simbolo del boom economico. Uno spazio che è esso stesso protagonista: le grandi vetrate, le linee severe, i pavimenti lucidi come specchi. Tutto parla di modernità, di un’Italia che si affaccia al futuro. E in mezzo, Monica. Non la star intoccabile, ma una donna giovane, in bilico tra leggerezza e inquietudine, che esplora lo spazio come fosse un territorio nuovo. Si siede, si sdraia, si allunga, si piega. Sorride e si perde. Gioca con una collana come fosse un filo che la lega all’aria. Guardandole oggi, quelle immagini hanno qualcosa di vertiginoso. Non raccontano una posa studiata, ma un corpo che cerca una nuova grammatica: come se il femminile italiano del dopoguerra trovasse, proprio lì, la possibilità di essere altro. Non la donna “oggetto” del cinema glamour, non la diva distante, ma una presenza viva, fragile e potente, che occupa lo spazio urbano e lo trasforma. Per ottenere tutto questo, serve uno sguardo che non invada. Strizzi lo possiede. Il fotografo non interrompe, non forza: attende. I suoi scatti non sono “rubati”, ma accolti. Vitti non sembra mai in posa, sembra piuttosto in dialogo silenzioso con chi la ritrae. C’è una fiducia reciproca, un’intesa che consente di oltrepassare il confine tra documento e rivelazione. È qui che Strizzi si distingue da tanti altri fotografi di scena. Non registra un’immagine da conservare, non archivia un istante per i giornali. Cattura l’invisibile: quel lampo che vive tra una mossa e l’altra, tra il dentro e il fuori. Un ladro gentile, lo hanno definito. E davvero è così: non porta via nulla, se non la verità fragile dell’attimo. Guardando le immagini, si ha l’impressione di assistere alla nascita di una femminilità diversa. Non più solo musa o attrice, non più solo corpo da filmare. Vitti diventa soggetto attivo, presenza che inventa un modo di abitare lo spazio. È la donna che esplora, che gioca, che si concede di cadere e di rialzarsi. La sua leggerezza non è frivola: è un modo per sfidare la gravità delle convenzioni. In questo senso, Strizzi non fotografa Monica Vitti: fotografa un passaggio culturale. Quello di un Paese che dalla provincia contadina si affacciava alla metropoli moderna, e di un cinema che smetteva di raccontare solo storie e cominciava a interrogarsi sul senso stesso delle immagini. L’aspetto più attuale di questa mostra non è però solo storico o cinematografico: è etico. Strizzi ci ricorda che guardare non significa possedere. Che l’immagine può nascere dalla discrezione e dalla fiducia, non dall’invadenza. È una lezione preziosa in un tempo saturo di fotografie costruite per mostrarsi, in cui ogni gesto è performativo. Qui invece la fotografia restituisce la verità di un incontro, il valore di un istante condiviso. Guardare, oggi come allora, è un atto politico. È scegliere la delicatezza invece della conquista, la vicinanza invece della distanza. Quando si esce dalla sala del Palazzo delle Esposizioni, si torna nel rumore della città. Le file davanti alla moda continuano, i turisti si accalcano, la Roma estiva scorre con la sua vitalità. Eppure, chi ha attraversato quella porta laterale porta con sé una traccia diversa: il silenzio sospeso di Monica Vitti sopra Milano, la grazia di un gesto che non voleva durare e invece è rimasto per sempre.

  • Bufale e Fake News – Lettura e comprensione del testo – Livello A2-B1

    Leggi il testo QUI e completa gli esercizi di comprensione e vocabolario. Fake News: riconoscerle, diffondere consapevolezza e contrastare la disinformazione Viviamo in un’epoca in cui le informazioni viaggiano alla velocità della luce. Un semplice post sui social può raggiungere migliaia, se non milioni di persone, nel giro di pochi minuti. Questo è un vantaggio straordinario, ma anche un’arma a doppio taglio: la disinformazione si diffonde con la stessa rapidità. Le bufale, o notizie false, sono diventate un problema serio, capace di influenzare l’opinione pubblica, creare confusione e persino generare panico. Basta un titolo sensazionalistico, un’immagine fuori contesto o una notizia parzialmente falsa per ingannare il lettore e portarlo a credere a qualcosa che non ha fondamento. La questione non riguarda solo i social media: anche siti apparentemente affidabili possono diffondere contenuti inesatti. La domanda che dobbiamo porci è: come possiamo difenderci dalle fake news? Come riconoscere le fake news Riconoscere una fake news non è sempre semplice, ma ci sono alcuni segnali che ci possono aiutare. Il primo passo è verificare la fonte. Se una notizia proviene da una testata giornalistica riconosciuta e affidabile, le probabilità che sia vera sono molto alte. Al contrario, se l’articolo arriva da un blog sconosciuto o da un sito con un nome strano, è meglio approfondire. Anche l’URL può fornire indizi importanti. I siti di fake news spesso cercano di imitare quelli ufficiali, cambiando piccoli dettagli nell’indirizzo web, come aggiungere un numero o una parola in più. Inoltre, se il sito è pieno di pubblicità invadenti, pop-up e titoli scritti in maiuscolo con mille punti esclamativi, è il caso di farsi qualche domanda. Un altro elemento da considerare è il tono della notizia. Le fake news puntano sulle emozioni forti: rabbia, paura, indignazione. Se un titolo ti fa sentire subito arrabbiato o scioccato, fermati un attimo e verifica se la notizia è riportata anche da altre fonti affidabili. E poi ci sono le immagini. Spesso, per rendere una notizia più credibile, vengono usate foto decontestualizzate o addirittura modificate. Uno strumento utile è la ricerca inversa delle immagini su Google: basta caricare una foto per scoprire da dove proviene realmente e se è stata utilizzata in un altro contesto. Come combattere la diffusione Una volta che abbiamo imparato a riconoscere le fake news, il passo successivo è fermarne la diffusione. E qui entra in gioco la responsabilità di ognuno di noi. Quante volte ci è capitato di condividere un articolo solo perché il titolo sembrava interessante, senza nemmeno leggerlo? È proprio così che le notizie false si diffondono. Prima di condividere, quindi, fermiamoci un attimo e facciamo un rapido controllo. Verificare la fonte, cercare conferme su altri siti affidabili e leggere l’intero articolo (non solo il titolo!) sono azioni semplici ma fondamentali. E se scopriamo che si tratta di una fake news? Possiamo segnalarla: molte piattaforme social offrono questa possibilità e agire in questo modo aiuta a limitare la visibilità di contenuti falsi. Un altro modo per contrastare la disinformazione è parlarne con gli altri. Se un amico o un familiare condivide una notizia falsa, invece di attaccarlo, possiamo aiutarlo a capire perché quell’informazione è scorretta. Spesso, chi diffonde fake news non lo fa con cattive intenzioni, ma semplicemente perché non ha verificato i fatti. L’educazione mediatica gioca un ruolo fondamentale. Dovremmo tutti imparare a essere più critici nei confronti delle notizie che leggiamo, e questo dovrebbe partire dalle scuole. Se insegnassimo ai ragazzi a distinguere una fonte affidabile da una dubbia, potremmo ridurre enormemente il problema in futuro. Anche le istituzioni hanno un ruolo importante. Alcuni governi hanno già introdotto leggi per contrastare la diffusione di fake news, soprattutto in settori delicati come la salute e la sicurezza pubblica. Tuttavia, è un equilibrio delicato: combattere la disinformazione non deve mai trasformarsi in una limitazione della libertà di espressione. Alla fine, il miglior antidoto alle fake news è il pensiero critico. Non dobbiamo credere ciecamente a tutto ciò che leggiamo, ma imparare a porci domande, a cercare prove e a non lasciarci trasportare dalle emozioni. Se tutti adottassimo questo approccio, la disinformazione perderebbe gran parte della sua forza. Perché la verità ha un potere enorme, ma spetta a noi difenderla. Questionario di Comprensione Leggi attentamente le seguenti affermazioni e indica se sono vere (V) o false (F) secondo il testo: 1. Le notizie false si diffondono lentamente rispetto alle notizie vere. ( ) 2. Anche siti apparentemente affidabili possono pubblicare contenuti inesatti. ( ) 3. Le fake news sono sempre facili da riconoscere. ( ) 4. I siti di fake news spesso cercano di imitare quelli ufficiali cambiando piccoli dettagli nell'indirizzo web. ( ) 5. Le immagini usate nelle fake news sono sempre originali e non modificate. ( ) 6. La ricerca inversa delle immagini su Google può aiutare a scoprire l'origine di una foto. ( ) 7. Condividere articoli senza leggerli attentamente aiuta a fermare la diffusione delle fake news. ( ) 8. Parlare con amici e familiari può aiutare a contrastare la diffusione delle notizie false. ( ) 9. Le leggi contro le fake news possono limitare la libertà di espressione. ( ) 10. Il modo migliore per combattere le fake news è credere ciecamente a tutto ciò che leggiamo. ( ) Esercizio 2: Completa le frasi con le parole del box. Parole: bufala - verificare - testata giornalistica - fonte - sensazionalistico - indignazione - decontestualizzare - pop-up - responsabilità – diffusione 1. Un titolo ___________ attira più lettori, ma spesso non racconta tutta la verità. 2. Le immagini possono essere facilmente ___________ per creare notizie false. 3. È una tua ___________ controllare le notizie prima di condividerle. 4. Quando leggi un articolo, controlla sempre la ___________ per capire se è affidabile. 5. A volte una semplice ___________ può creare confusione e panico. 6. Le finestre ___________ sono fastidiose e spesso indicano siti poco affidabili. 7. Quando qualcuno scopre di aver creduto a una ___________, può provare molta ___________. 8. La ___________ di notizie false è un problema serio oggi. 9. Le informazioni che trovi su una ___________ sono generalmente più affidabili di quelle sui blog. 10. Prima di condividere una notizia, è importante ___________ se è vera.

  • Qui Roma… I “Carabinieri dell’Arte” e il Museo dell’Arte salvata

    #ScaviClandestini #Furti #EsportazioneIllecita #RicettatoriInternazionali #MuseiStranieri #CaseDAsta #CollezioniPrivate #PerquisizioniESequestri #IndaginiGiudiziarie #AccordiDiDiplomaziaCulturale #RestituzioniSpontanee #GiustiziaStorica. Ci sono tutti gli ingredienti per un thriller a lieto fine… e di fatto la storia di ogni operazione di recupero lo è. Il patrimonio artistico dell’Italia non si trova tutto al suo posto. Basti pensare alla natività del Caravaggio sparita da una chiesa di Palermo nel 1969, finita nelle mani della mafia e mai ritrovata, o al caso del collezionista giapponese con base a Ginevra (crocevia dello smistamento) al quale sono stati sequestrati circa 350 reperti d’arte etrusca, preromana e magnogreca. Ed anche, per assurdo, furti in senso contrario… da parte di audaci e patriottici cittadini per riportare a casa le opere! “Le opere d’arte e i manufatti archeologici rubati, dispersi, venduti o esportati illegalmente costituiscono una perdita significativa per il patrimonio culturale di un Paese, in quanto sono espressione della sua memoria storica, dei suoi valori collettivi e dell’identità del suo popolo. Non è un caso che durante i conflitti internazionali gli aggressori danneggino spesso, intenzionalmente e deliberatamente il patrimonio culturale, colpendo le radici stesse dell’identità del Paese nemico” (cit. Ministero della Cultura Italiano). Il traffico illecito di opere d’arte è una realtà che supera i confini nazionali e attraversa gli oceani, la misura del fenomeno è questa: circa 8 milioni di manufatti censiti, 4,5 milioni di reperti recuperati di cui 70.000 all’estero. Le opere recuperate provengono soprattutto da sequestri a grandi ricettatori o collezionisti, inseriti nella ramificata trama del commercio internazionale che ha alimentato anche prestigiose collezioni di musei stranieri, ma anche da restituzioni spontanee e trattative con le direzioni museali estere. In questa che potremmo definire una emorragia di arte (impropriamente forse, ma Il nostro DNA è in quelle opere) la buona notizia è che l’Italia è leader mondiale nel recupero. Il perno centrale del modello di tutela italiano è il Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale (TPC), istituito nel 1969 anticipando persino l’UNESCO: i cosiddetti “Carabinieri dell’Arte”. L’Arma, nei suoi oltre cinquant’anni di attività a tutela del nostro patrimonio artistico, ha sottratto dalle mani di personaggi senza scrupoli e riportato a casa una quantità di beni archeologici e artistico-storici, avvalendosi di piattaforme e strumenti informatici costantemente aggiornati e operando in collaborazione con forze di polizia di altri Paesi per la conservazione e condivisione dei dati raccolti dal web, deep-web e social media. Algoritmi che permettono di analizzare info testuali e immagini dai vari canali, approfittando proprio del crescente utilizzo dei canali telematici per il traffico di opere. Si chiama Leonardo la "Banca dati dei beni illecitamente sottratti” istituita negli anni ‘90, l’archivio informatico più grande al mondo specificamente dedicato che già guarda al futuro con la nuova piattaforma SWOADS (Stolen Works Of Art Detection System), prototipo di partenza per sviluppare una rete internazionale atta a prevenire e contrastare questo tipo di reato. Una volta intercettati gli oggetti, questi iniziano un percorso virtuoso che li riporta indietro e non solo, gli restituisce splendore e gli rende giustizia. Attraverso la rete di collaborazione istituzionale, che oltre alla Magistratura e le autorità estere si estende agli organi del Ministero della Cultura e all’Istituto Centrale del Restauro, i manufatti recuperati vengono poi studiati e restaurati per essere riportati alle condizioni migliori e ai luoghi di origine. Uno dei danni maggiori del mercato illecito è infatti quello di far perdere il dato della provenienza e il contesto in cui il reperto era inserito, limitandone di conseguenza la piena comprensione nel suo ruolo di testimone del passato. La terza tappa del percorso, dopo tutela e studio, è la divulgazione di questo patrimonio comune tornato a casa, con lo scopo di accrescere la sensibilità delle persone verso la testimonianza e l’eredità che gli è stata lasciata dai loro avi. Ecco il lieto fine, da festeggiare con una mostra in un museo unico al mondo. La perla finale è il Museo dell’arte salvata istituito nel 2022 e riaperto il mese scorso con una nuova raccolta di recuperi che prima di intraprendere il loro viaggio di ritorno si fermano qui per essere mostrati a tutti in questa sede straordinaria. Lo spazio museale è l’Aula Ottagona delle Terme di Diocleziano, il vasto complesso archeologico – se mi seguite nelle mie esplorazioni ricorderete che ne abbiamo già parlato in un editoriale precedente – di cui l’aula è un frammento rimasto isolato, immerso nel traffico che vibra intorno alla stazione centrale di Roma. Per i romani e per me questo luogo però continua a chiamarsi “il Planetario” quando va dato un appuntamento o un’indicazione, perché dal 1928 (inaugurato da Mussolini) e fino a i primi anni Ottanta del secolo scorso, l’Aula ha ospitato uno dei più preziosi e sofisticati strumenti destinati alla conoscenza della volta celeste, il celebre planetario Zeiss con cui fu realizzata la prima simulazione del cielo stellato del nostro emisfero. Entrando alzo gli occhi sul portale dove ancora c’è Dante a ricordarcelo: “l’amor che move il sole e l’altre stelle”…mescolando la memoria storica con i miei ricordi personali. Venivo qui da bambina con mio papà che mi illustrava il firmamento mentre mi educava a quello dei sentimenti, delle emozioni e della storia umana che ci racconta l’arte. All’interno la leggera struttura di sostegno delle stelle è stata conservata… aggiungendo fascino al tutto. Lo spazio espositivo è organizzato in teche e pannelli modulabili, dovendo accogliere e mostrare al pubblico reperti sempre diversi. Il progetto museale, infatti, modello esportabile in altri Paesi colpiti, prevede una rotazione: nuovi recuperi andranno a sostituire i reperti attualmente esposti, che troveranno una collocazione stabile nei musei e nei siti di origine, almeno per quello che sarà possibile ricostruire, a disposizione della collettività e degli studiosi, riappropriandosi del ruolo che spetta loro nel racconto della storia dei popoli che li hanno prodotti. In questo momento si possono ammirare più di cento oggetti di varie civiltà recuperati e rimpatriati dagli Stati Uniti d’America e da diversi Paesi europei tra il 2022 e il 2025, provenienti da aree dove questo fenomeno criminale è stato più diffuso: le zone dell’antica Etruria, la Magna Grecia e la Sicilia. Entrando nel sito web del Museo potrete stupirvi di ogni tipologia di recupero: Operazione Fenice, Operazione Antiche Dimore, Il tesoro di Londra e New York… Dietro ogni furto si nasconde un pezzo di mondo (v. file allegato). Per capire cosa rappresenti il patrimonio artistico nel contesto delle relazioni internazionali è interessante il docufilm Operazione Budapest (disponibile su Prime Video) che ricostruisce uno dei colpi più audaci della storia, il furto d’arte che nel 1983 scosse l’Est durante la Guerra Fredda, ripercorrendo l’indagine internazionale che ne seguì in un intreccio tra criminalità organizzata, spionaggio e geopolitica. Interessante ed emozionante su Ray Play ascoltare direttamente dal Comandante dei Carabinieri dell’Arte le dinamiche investigative e lo scenario in cui si svolgono, e dal Direttore del Museo Nazionale Romano le vicende del reperto eccezionale con cui è stata aperta la prima mostra: Orfeo e le Sirene, gruppo scultoreo in terracotta, a grandezza naturale, del III sec. A.C.; trafugato negli anni ’70 dai cosiddetti “tombaroli” in uno scavo clandestino a Taranto (importante polo artistico della Magna Grecia) e approdato nel Getty Museum di Los Angeles. Va detto, infine, che tra i beni recuperati capita di trovare anche quelli di altri Paesi (Egitto, Siria, ecc.) ai quali vengono puntualmente riconsegnati, un gesto concreto di rispetto e collaborazione fra gli Stati; un esempio di diplomazia culturale che testimonia l’efficacia della legislazione italiana in materia di tutela dei beni culturali, che non si limita al patrimonio nazionale ma si estende al rispetto del patrimonio delle civiltà di tutto il mondo. La cultura, grazie alla sensibilità dell’Arma, dell’Autorità Giudiziaria e delle istituzioni culturali italiane ed estere, anche in tempi difficili per la diplomazia internazionale, si conferma un ponte tra i popoli… uno strumento di pace. Per approfondire: https://museonazionaleromano.beniculturali.it/landing-page/museo-dellarte-salvata/ https://tpcweb.carabinieri.it/SitoPubblico/home/informazioni/swoads https://youtu.be/xWpz-U7WBeo – L’Aula che ospitò i pianeti https://archidiap.com/opera/sala-ottagona-delle-terme-di-diocleziano/ https://storiearcheostorie.com/2022/09/19/archeologia-orfeo-e-le-sirene-capolavoro-trafugato-negli-anni-70-torna-in-patria-ritrovera-casa-nella-sua-taranto/

  • Cruciverba - La città (B1)

    Esercizio linguistico a cura di Josto Luzzu, livello B1: un piccolo cruciverba sul vocabolario della città (vocabolario del capitolo 7 di Dieci B1 ). Soluzioni:

  • Sapere vs Conoscere

    Breve Spiegazione:  SAPERE indica una conoscenza superficiale, qualcosa che sappiamo quasi per caso, senza aver studiato a lungo o fatto ricerche.  CONOSCERE   indica una conoscenza approfondita, qualcosa che sappiamo perché abbiamo studiato molto, fatto ricerche, ci siamo impegnati.   Leggi le frasi e scegli la forma corretta. Conosco / so Lucia da tanto tempo e conosco / so che è una persona disponibile. Mi scusi, conosce / sa dove è la stazione? Questa estate in vacanza ho conosciuto / ho saputo Luigi, un ragazzo di Firenze. Cosa è successo? Non lo conosco / Non lo so. Scusa, conosci / sai che ore sono? Anche se sono una brava cuoca, non so / conosco cucinare questo piatto. Conosco / so un buon ristorante dove fanno una carbonara buonissima. Sai / Conosci nuotare? Conosci / Sai come si dice “necklace” in italiano? Sì, lo so / lo conosco: si dice “collana”. Conosciamo / Sappiamo tutti che prima prenotiamo l’aereo, meno paghiamo.

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