Il Teatro Antico di Taormina
- Manuela Rispoli

- 3 days ago
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Updated: 1 day ago
Nei giorni italiani ho avuto la sensazione di essere attraversata da stimoli continui. A Roma ho visitato la Casa Museo di Pasolini, aperta proprio in occasione dei cinquant’anni dalla sua morte: un appartamento semplice, nella periferia vera, dove lui e sua madre vissero nei primi anni romani. Un luogo evocativo, poco incline a celebrare il mito, ma votato a conservarne l’origine. Un luogo che rimette davanti alla cosa più pasoliniana di tutte: l’idea che la cultura non sia un privilegio estetico, ma un corpo a corpo con la realtà.
Sempre a Roma la riapertura del MACRO, che dall’11 dicembre scorso ha inaugurato la nuova direzione artistica di Cristiana Perrella con una stagione dichiaratamente dedicata alla città: quattro mostre, una nuova sala cinema e un palinsesto di incontri, proiezioni e performance.
A Reggio Calabria, al Museo Archeologico Nazionale è in corso una mostra dedicata al reggino Gianni Versace, Terra Mater - Magna Graecia Roots Tribute, che mette in dialogo moda, archeologia e radici mediterranee.
E poi la Sicilia. Siracusa con il suo teatro greco, suggestivo e magnetico. L’Orecchio di Dioniso dentro le Latomie del Paradiso: una cavità che amplifica la voce e che la leggenda lega al tiranno Dionisio, che ascoltava i prigionieri come se il potere, da sempre, avesse bisogno di rubare suoni e confessioni. E Catania, con il Teatro Massimo Bellini, inaugurato con la Norma nel 1890: un tempio civile, fatto di musica e orgoglio, che racconta una Sicilia che pretende forma, rigore, altezza.
Potrei parlare di tutto questo. Potrei fare una cartolina colta, un itinerario di bellezza. Ma oggi, a voi, lettori della Dante, voglio raccontare un luogo che non ho soltanto “visitato”, ma che mi ha toccata in un modo spiazzante.

Il Teatro Antico di Taormina
Taormina è diventata una parola internazionale. È una calamita per l’occhio contemporaneo, quello che cerca l’immagine perfetta, l’inquadratura irripetibile. Eppure, quando si arriva al teatro, succede qualcosa che non ha a che fare con il turismo.
Il teatro è costruito in un punto quasi impensabile: incastonato nella montagna, aperto verso il mare, con l’Etna che domina la scena come una divinità non addomesticabile. Non è un fondale. È un’energia. E lì, davanti a quella composizione assoluta di pietra, acqua, fuoco, mi sono messa a piangere.
Non un pianto sentimentale, né nostalgico. Direi piuttosto un pianto da “sovraccarico”. Quello che arriva quando il bello non è gentile, ma vasto. Quando non ti coccola, ma ti supera.
E ho pensato una cosa semplice: noi italiani siamo abituati all’impossibile. Lo diamo per scontato. Lo consumiamo. Ma ogni tanto un luogo riesce ancora a spezzare l’assuefazione.
Il Teatro di Taormina nasce in epoca greca, probabilmente tra il III e il II secolo a.C., e viene poi ampliato in età romana, assumendo la forma monumentale che vediamo oggi.
Questa doppia origine è fondamentale, perché Taormina porta addosso una verità italiana: la continuità non è mai pura, è sempre un innesto. I Greci non sono “prima” e i Romani “dopo”: sono due modi diversi di intendere lo spazio e il potere.
Il teatro greco era un luogo di comunità e parola: non soltanto spettacolo, ma pensiero pubblico. Il teatro romano diventa più imponente, più tecnico, più orientato alla macchina scenica e a un’idea di massa.
E noi oggi, seduti su quelle gradinate, siamo il terzo strato: i posteri. I custodi. Gli eredi. Quelli che hanno ricevuto tutto senza averlo costruito, e che proprio per questo dovrebbero tremare un po’ di più.
In Sicilia la mitologia non è un repertorio da citare. È una lingua antica che continua a parlare.Taormina non racconta solo la storia degli uomini, ma anche quella degli dèi, nel senso più profondo: racconta ciò che negli esseri umani non è governabile. Il fuoco dell’Etna non è un dettaglio paesaggistico: è il promemoria che la terra non ci appartiene. Che sotto l’ordine c’è il caos. Che la bellezza convive con l’eruzione.
E poi il mare. Il mare che per i Greci non era vacanza, ma destino: arrivo, partenza, naufragio, commercio, conquista, esilio.
Non è difficile immaginare, in questo scenario, la mitologia come spiegazione emotiva del mondo. Persefone che scende e risale, Ade sotto i piedi, Demetra che non accetta la perdita, Ulisse che non torna mai davvero uguale. Anche quando il mito non è scritto sulle pietre, è scritto nell’aria. Il teatro, in fondo, è nato per questo: dare una forma guardabile a ciò che fa paura.
C’è un’idea greca che mi ossessiona: il teatro come allenamento dello sguardo. La modernità ci ha convinti che siamo liberi perché scegliamo. Ma il teatro greco ti ricorda qualcosa di diverso: non siamo liberi perché scegliamo, siamo liberi perché sappiamo sostare davanti alla complessità.
Oggi siamo inondati di narrazioni velocissime, moralistiche, binarie. Buono/cattivo. Giusto/sbagliato. Noi/loro. La tragedia greca invece ti costringe a vedere che quasi nulla è puro, che anche chi ha ragione può distruggere, che anche chi ama può ferire, che anche la giustizia può essere violenta.
Sedere nel teatro di Taormina, con il vulcano lì davanti e il mare sotto, mi ha fatto ricrodare che serve rallentare lo sguardo. Tornare ad educare, non a consumare.
Il teatro è ancora necessario perché è un rito senza dogma: un modo di tornare umani senza diventare cinici. Perché ci ricorda che la vita non è una timeline, non è un elenco di risultati, non è performance. La vita è contraddizione, relazione, ferita, desiderio, perdita, e ogni tanto anche grazia.
Seduta lì, a Taormina, ho capito che quelle gradinate non sono soltanto un reperto. Ti insegnano, senza parole, che la bellezza non è intrattenimento, che il pensiero può avere una casa fatta di pietra.
E allora io mi chiedo: riusciremo a difendere il senso profondo del nostro patrimonio, o ci accontenteremo di venderne l’immagine?
Perché il patrimonio italiano non è solo “la cosa bella”. È l’idea che la bellezza sia un bene pubblico. Che non appartenga al mercato, ma alla collettività. Che sia un diritto e una responsabilità.
Ecco perché ho pianto, credo. Perché in quel teatro la bellezza non era gentile: era una promessa severa. Ti diceva: questo è ciò che sei. Non ridurti.
Se andate a Taormina, entrate nel teatro e non correte subito all’inquadratura perfetta.Sedetevi. Restate in silenzio. Lasciate che il luogo vi parli prima che voi lo raccontiate.
Perché quel teatro è un testimone di quanto lontano può arrivare una civiltà quando decide che la forma non è un lusso, ma un modo di stare al mondo.
E in tempi confusi come questi, io credo che non ci serva soltanto più cultura. Ci serve cultura che pesi. Che non sia arredamento. Che non sia consumo. Che non sia rumore.
A Taormina, per un attimo, l’ho sentito chiaramente: il passato non è alle nostre spalle. È sotto i nostri piedi. E dipende da noi se sarà fondamento o rovina.




Raffinatezza e caratura intellettuale non comune, in queste riflessioni che ne provocano altre, autonome, ed altre ancora. Il pensiero estetico che genera profondità e sostanza dell'essere.
Brava!