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Qui Roma… Cosa bolle in pentola?

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In questo caso meglio dire in padella. Una parola che si presta bene a spiegare perché l’italiano è una lingua che piace, perché “padella” è più musicale di “pan” e il pensiero va già a cosa c’è dentro ed ecco che non è più un utensile… in una mente affamata accade questo. Potremmo dire che per imparare una lingua bisogna anche mangiarla… e perché no… anche berla!


Maneggiata da mano sapiente e decisa vediamo saltare in questa padella ingredienti insoliti ma iconici, Colosseo e opere d’arte insieme a maccheroni e pizza. Potenza della grafica… in una parola “cultura e identità italiana, in tavola”. Questo è il logo ufficiale ideato dagli studenti dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato per sostenere la candidatura della Cucina Italiana a Patrimonio Immateriale dell’Umanità. Ecco, l’ho detto tutto d’un fiato… ma ci sono voluti anni per costruire il dossier da porre sul tavolo dell’UNESCO: “La cucina italiana tra sostenibilità e diversità bioculturale”; questo l’inizio del percorso promosso dal Ministero della Cultura e dal Ministero dell’Agricoltura.


Il dossier, coordinato dal Prof. Pier Luigi Petrillo (Università Luiss Guido Carli di Roma), doveva rispettare una serie di criteri funzionali al conseguimento del titolo ed è proprio di questi giorni la notizia che l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura ha espresso la sua valutazione tecnica positiva, confermandone quindi l’idoneità alla candidatura. Si tratta di un passaggio decisivo verso il riconoscimento ufficiale: la decisione finale sarà presa dal Comitato intergovernativo dell’UNESCO, che si riunirà a New Delhi, in India, dall’8 al 13 dicembre prossimo.


Per comprendere appieno il valore di questo riconoscimento occorre spiegarne i contenuti e il contesto in cui si pone. L'Italia detiene oggi il primato per numero di patrimoni culturali iscritti all’UNESCO: 59 siti tra i patrimoni materiali e 19 patrimoni immateriali, in pratica in questo ambito è una superpotenza mondiale!


Riguardo in particolare ai patrimoni immateriali già iscritti, nostri o di altre nazioni, tutti si

riferiscono a tradizioni culinarie specifiche o riti alimentari regionali (Michoacán messicano,

Washoku giapponese, il Kimjang coreano, l'arte dei pizzaioli napoletani, la dieta mediterranea condivisa con altre nazioni, ecc.), ma non all’intera cucina nazionale. Quella Made in Italy sarebbe quindi la prima cucina al mondo ad ottenere, nel suo complesso, il prestigioso riconoscimento.


Attenzione però, la cucina italiana non è solo un insieme di piatti iconici, non si tratta di

certificare quanto è buona la mozzarella né l’unicità della carbonara, ma è una vera e propria

espressione culturale, sociale e storica, radicata in tradizioni che si tramandano da

generazioni. Concetto spiegato al meglio dalle parole dei Ministri. Alessandro Giuli, Ministro della Cultura: “Dall’alta cucina a quella popolare, l’Italia, per le sue variegate caratteristiche geografiche e per le sue stratificazioni storiche multiformi, è impreziosita da una straordinaria pluralità di ingredienti, di piatti, di occasioni, di rituali legati al mangiare. La storia del cibo è storia della civiltà e della cultura. La cucina italiana rispecchia la

società, la storia e il nostro rapporto con il territorio, oltre a essere una peculiarità tutta italiana”. Francesco Lollobrigida, Ministro dell’Agricoltura: “Noi non candidiamo un modo di cucinare, anche se tutte le cucine regionali italiane avrebbero i titoli per ottenere il riconoscimento a patrimonio immateriale dell’UNESCO, noi candidiamo un rito; un rito che appartiene a tutti noi, che parte dalla scelta dei cibi, passa per la cucina per approdare sulle nostre tavole dove ancora si parlerà di quello che si sta mangiando. La cucina italiana è questo, sono antichi saperi tramandati, è la gioia di stare insieme, di incontrarsi e di mantenere vivi i rapporti familiari e di amicizia”.


In sintesi, il cibo è un pilastro della nostra identità e un potente collante sociale.


A differenza di altre cucine, ad esempio quella francese che ha una matrice più “tecnica” perché inventata dai ristoratori, la nostra cucina nasce al mercato ed è stata inventata dalle nostre nonne e bisnonne. Nasce come atto di amore, dal prendersi cura delle persone.


Questa caratteristica strutturale ne comprende altre due, ben evidenziate nel dossier:


a) è un mosaico di diversità territoriali che riflette la diversità bioculturale del Paese, frutto di

influenze culturali che si sono succedute nel corso dei secoli e quindi di tradizioni, spesso legata al ritmo delle stagioni.


b) è estremamente dinamica, cioè in continuo cambiamento ma senza conflitto tra tradizione e innovazione, né tra un luogo e l’altro, senza campanilismo quindi ma quasi da campanello a campanello, quello di casa, dove ognuno crea la sua variante della stessa ricetta. È la condivisione di un alfabeto fatto di tante ricette che si possono scrivere in base al gusto personale.


La cucina italiana si caratterizza quindi per un forte legame con i territori e la capacità di innovare senza perdere autenticità. Un patrimonio che unisce tradizione e futuro.


Così l’UNESCO, nel confermarne i requisiti per aspirare al titolo, ne ha sottolineato l’approccio olistico che collega gastronomia, sostenibilità ambientale e identità culturale. “La cucina italiana è una tradizione vivente trasmessa all’interno delle famiglie e delle comunità” […] “promuove pratiche sostenibili come la riduzione degli sprechi alimentari e la conservazione degli ingredienti locali” […] “affonda le proprie radici nel contesto rurale ma è capace di includere interpretazioni moderne che continuano a rispettare i metodi tradizionali” […] “ I rituali legati alla tavola rafforzano i legami sociali e il dialogo intergenerazionale, offrendo al contempo creatività e ospitalità come tratti distintivi”.


La convivialità è proprio il punto centrale del dossier e il comune denominatore ove si coagula questa estrema diversità: concepire il momento della preparazione e del consumo dei pasti come un’occasione di condivisione e confronto; cucinare e mangiare è un unico momento conviviale, siamo gli unici che mentre mangiamo parliamo di cibo. Non ci sediamo a tavola solo per nutrirci in un rapporto equilibrato di proteine, carboidrati e vitamine, è qualcosa di più… è cultura del vivere bene, stando insieme; motivo per cui l’Italia è universalmente riconosciuta e amata come la Nazione della grande bellezza, del gusto e del buonumore.


Il pranzo della domenica è la massima espressione di questo tratto culturale ed è stato proprio questo l’evento organizzato per sostenere la candidatura nell’ambito della settimana della cucina italiana nel mondo 2025: domenica 21 settembre dal nord al sud d’Italia ogni città ha offerto la sua interpretazione del rito, trasformando piazze e cortili in un’unica scenografia nazionale (clicca QUI).


Persino le Ambasciate di Londra, Parigi e New York hanno imbandito tavolate, mostrando che la cucina italiana non appartiene a un confine ma a una comunità diffusa nel mondo.



Tante sono state le iniziative per accendere i riflettori lungo il percorso su questo importante

riconoscimento, per richiamare l’attenzione e fare il tifo, ma soprattutto per instillare la

consapevolezza di ciò che siamo in modo che possiamo consegnarlo alle nuove generazioni

affinché portino avanti il patrimonio che gli appartiene, della cultura nazionale a cui

appartengono.


La Federazione Italiana Cuochi, ad esempio, ha celebrato la candidatura in uno dei palazzi

storici romani più sontuosi, Palazzo Brancaccio, con un evento in cui la fantasia enogastronomica tricolore l’abbiamo ascoltata dalle parole dei due Ministri, ma anche

assaggiata e bevuta 😊



Qualcuno potrà domandarsi: “OK, tutto questo è motivo di grande orgoglio… ma quali sono i benefici?”.


Innanzitutto, sulla scena internazionale rafforzerebbe la leadership dell’Italia e ci darebbe il

diritto a pieno titolo di proteggere legalmente i nostri prodotti e servizi contrastando il fenomeno commerciale dell’Italian sounding, perché non può e non deve bastare un tricolore su qualsiasi confezione o pubblicità del mercato estero per vendere qualcosa che non è italiano e gli somiglia pure poco. Significa difendere un volume economico di 250 miliardi di euro/anno nel mondo!


Concretamente, valorizzare e tutelare questo nostro patrimonio significa rafforzare un settore strategico per l’Italia, che crea lavoro, ricchezza e contribuisce in modo determinante

all’attrattività turistica del Paese: filiere produttive di qualità, imprese capillari e profondamente legate ai propri territori, giri d’affari miliardari.


Infine, sul piano sociale, oltre ad essere un riconoscimento del lavoro di agricoltori, produttori, chef, ristoratori, famiglie e comunità che ogni giorno tramandano il sapere del cibo “fatto con amore”, diviene argomento per introdurre l’educazione alimentare nelle scuole, per contrastare il ricorso al fast food, street food, ready to eat, ecc., per non essere travolti dalla globalizzazione.


Nelle grandi città si sta perdendo la cucina casalinga, il pasto a casa diventa “spilluzzicare qui e là” in momenti diversi e individuali, si sta perdendo lo stare insieme a tavola come momento educativo di dialogo.


L’atteso riconoscimento non sarebbe quindi un attestato da incorniciare ma aprirebbe per l’Italia molteplici prospettive su vari piani.


Per accompagnare l’Italia alla candidatura persino un brano musicale, un inno alla bellezza, è stato composto da Mogol e interpretato da Al Bano: “Vai Italia!”


Incrociamo le dita e attendiamo, manca poco…


Concludo rivolgendo un pensiero a quanti in questo momento, a Gaza, in Ucraina e altrove, non hanno tavola da apparecchiare, non solo la domenica, non hanno cibo e non hanno pace. Il più grande patrimonio immateriale dell’umanità da tutelare dovrebbe essere questo, la possibilità di sedersi a tavola insieme, in pace. Se prima di sedersi al tavolo di qualsiasi trattativa ci si sedesse a tavola… probabilmente molte questioni si risolverebbero meglio.


La cucina italiana così come la lingua italiana, da sempre disponibili alla contaminazione con

tutti i popoli che abbiamo incontrato nei secoli, sono strumenti di dialogo mai chiusi in sé stessi, ed è solo con il dialogo che si costruisce la pace.


Per approfondire:


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