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Auditorium Parco della Musica – Roma

Se chiedete a un romano dove si trova l’Auditorium Parco della Musica, non vi dirà soltanto una via. Vi dirà: “al Flaminio”.


Per chi non conosce Roma, il Flaminio non è un luogo che rientra nei classici giri dei turisti. Non è il Colosseo, non è Piazza Navona, non è Trastevere. È un quartiere del Novecento, nato lungo l’antica via Flaminia, la strada consolare che collegava Roma al nord della penisola. Oggi è una zona residenziale, abitata da famiglie, professionisti, studenti, anziani.


A ovest scorre il Tevere. A sud, attraversando il Ponte della Musica, si arriva verso il centro storico e Piazza del Popolo, la grande piazza neoclassica che segna l’ingresso monumentale alla città. A nord-est si estendono i Parioli, quartiere elegante e residenziale, e il parco di Villa Glori, uno dei polmoni verdi della zona. Poco più in là, verso il Foro Italico, si incontrano lo Stadio Olimpico e gli impianti sportivi costruiti negli anni Trenta: un complesso monumentale dedicato allo sport, ancora oggi cuore delle grandi competizioni.


Mappa del quartiere Flaminio
Mappa del quartiere Flaminio

Negli ultimi vent’anni il Flaminio si è trasformato in uno dei poli culturali più vitali e riconoscibili della Roma contemporanea, ridefinendo profondamente la fisionomia dell’intera area.


Questa metamorfosi è avvenuta soprattutto grazie a due grandi opere architettoniche che dialogano tra loro e con il quartiere. Da un lato il MAXXI - Museo nazionale delle arti del XXI secolo, progettato da Zaha Hadid, uno dei rarissimi musei italiani interamente dedicati alla contemporaneità, con le sue linee fluide e il cemento che sembra farsi movimento. Dall’altro l’Auditorium Parco della Musica, firmato da Renzo Piano e inaugurato nel 2002, raggiungibile con pochi minuti di camminata: un complesso che ha portato la musica e la vita culturale a scandire i ritmi quotidiani del quartiere, ben oltre l’orario dei concerti.


L'Auditorium dall'alto
L'Auditorium dall'alto

Fino agli anni novanta, a Roma, non esisteva una grande sala sinfonica moderna. E questo nonostante la città ospitasse una delle orchestre più prestigiose d’Europa, l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, fondata nel 1585. I concerti si tenevano in spazi adattati, ma non progettati acusticamente per grandi orchestre. La città eterna, ricca di storia musicale, mancava di un’infrastruttura contemporanea per il suono.


L’idea di costruire un grande centro musicale nasce da questa esigenza: dare una casa adeguata all’orchestra e, allo stesso tempo, creare un polo culturale nuovo, capace di attrarre pubblici diversi. Il progetto viene avviato a metà degli anni Novanta; i lavori iniziano nel 1995 e si concludono nel 2002. Sette anni di cantiere, complessi e rallentati anche da un elemento tipicamente italiano: durante gli scavi emergono i resti di una villa romana del II secolo a.C. Quei resti non vengono rimossi. Vengono integrati e oggi sono visibili e visitabili. A Roma nulla nasce su un terreno neutro. Il contemporaneo deve sempre negoziare con l’antico.


Dal punto di vista architettonico, il progetto è interamente costruito intorno all’acustica. Le sale sono modellate come strumenti musicali. Le pareti e le superfici interne sono rivestite in legno per garantire una diffusione uniforme del suono.


L’Auditorium non è un unico edificio monumentale. È composto da tre grandi sale da concerto: la Santa Cecilia, la Sinopoli e la Petrassi, che sono disposte attorno a una cavea centrale all’aperto. Renzo Piano non progetta una facciata celebrativa. Progetta un sistema. I tre volumi, rivestiti in piombo, hanno forme curve, quasi organiche. Per i romani sono presto diventati “i tre scarabei”.


Quelle forme sono il risultato di un’idea precisa: ogni sala è concepita come uno strumento musicale. L’architettura nasce dall’acustica.


Sala Santa Cecilia
Sala Santa Cecilia

La Sala Santa Cecilia, la più grande (circa 2.800 posti), è pensata per la musica sinfonica. Le pareti e le superfici interne sono rivestite in legno; le curve, le balconate, le proporzioni sono studiate per garantire una distribuzione uniforme del suono. Non c’è eco disturbante, non c’è dispersione. L’acustica è progettata in modo scientifico, in collaborazione con esperti internazionali. Entrare in Santa Cecilia significa entrare in una cassa armonica.


La Sala Sinopoli (circa 1.200 posti) è più raccolta, adatta a concerti da camera, conferenze, produzioni medie. La Sala Petrassi (circa 700 posti) è la più sperimentale: uno spazio modulabile, flessibile, pensato per musica contemporanea, teatro musicale, eventi non convenzionali.


Tre sale, tre scale diverse dell’ascolto. Al centro, la cavea: un grande anfiteatro all’aperto capace di ospitare circa 3.000 persone. La cavea non è soltanto uno spazio per concerti estivi. È una piazza inclinata. Un luogo urbano.


Questa è forse la scelta più importante del progetto. L’Auditorium non si chiude su sé stesso. Non è un edificio che si visita e si lascia. È uno spazio attraversabile.


Cavea
Cavea

Un elemento spesso poco raccontato sono i giardini pensili che collegano i volumi delle sale. Renzo Piano lavora sulla topografia: l’Auditorium sembra emergere dal terreno. Le coperture non sono tetti tradizionali, ma superfici praticabili che dialogano con il verde circostante. Spazi vivi, dove trovano posto mercatini, picnic e ingressi secondari.


Ogni anno l’Auditorium ospita centinaia di eventi. La stagione sinfonica dell’Accademia di Santa Cecilia è il cuore musicale. Ma accanto alla musica classica convivono jazz, musica contemporanea, festival scientifici, incontri letterari.


Qui si svolge la Festa del Cinema di Roma, che ogni autunno trasforma la cavea e le sale in un grande centro cinematografico internazionale. Per dieci giorni il Flaminio diventa un crocevia globale per registi, attori, critici, pubblico e curiosi.


Festa del Cinema
Festa del Cinema

Ma l’Auditorium non vive solo di grandi eventi. La mattina la cavea è attraversata da studenti con lo zaino, da ragazzi che provano qualche accordo con la chitarra, da bambini che corrono in bicicletta. La biblioteca-mediateca interna è frequentata da universitari che cercano un luogo silenzioso dove studiare. Il caffè, il ristorante e la grande libreria sono luoghi d’incontro anche per chi non ha un biglietto in tasca.


In inverno viene allestita una pista di pattinaggio sul ghiaccio nella cavea centrale, dove in estate si ascoltano concerti all’aperto. L’Auditorium non si accende soltanto quando cala il buio. È vivo a tutte le ore. Questo lo distingue da molti teatri tradizionali. Non è un edificio che si anima solo la sera. È una porzione di città.


Costruire un luogo come questo a Roma significa essersi assunti una responsabilità culturale. L’Auditorium è diventato un baricentro, un punto verso cui si converge.


La sera dell’inaugurazione di stagione può sedersi accanto l’abbonato storico di Santa Cecilia e chi entra per la prima volta perché ha trovato un biglietto accessibile. In cavea si mescolano ragazzi, famiglie, pensionati. C’è chi arriva dai Parioli e chi attraversa il ponte dal centro; chi arriva dalla periferia, chi conosce la partitura e chi ascolta senza strumenti per decifrarla. Nessuno viene respinto.


La cultura qui circola.


Non perché venga spiegata o semplificata, ma perché viene vissuta nello stesso spazio.


Si entra per un festival e si resta per un concerto inatteso. Si accompagna un figlio a pattinare e si finisce ad ascoltare una prova aperta. Si studia in biblioteca mentre accanto si monta un palco. Le cose convivono. E, stando nello stesso spazio, si contaminano.


È così che la cultura passa. Senza imposizione, senza selezione. Per prossimità.


In una città che spesso divide centro e quartiere, antico e nuovo, élite e periferia, l’Auditorium tiene insieme. Invece di separare le differenze, le fa coesistere. Non seleziona per ceto, per età, per competenza. Accoglie.


È diventato un baricentro reale, attraversato da tutti.

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