top of page

Search Results

149 results found with an empty search

  • Qui Roma... Se le pietre potessero parlare...!

    È un modo di dire, ma a Roma succede davvero. Come...? Quando...? Cosa...? Chi...? È una storia curiosa questa, una storia romana, un lato insolito della Capitale. Roma è un luogo dove la storia ufficiale si intreccia alla vita delle persone ed è difficile individuare i confini e scinderle; questa storia ne è la dimostrazione.   Partiamo da loro, dalle pietre, o meglio da alcuni marmi scolpiti, statue di epoche diverse ritrovate in circostanze diverse, in quel secolo d’oro di riscoperta del mondo antico e di grandi scavi archeologici che fu il Rinascimento; alcune di queste statue divennero e sono tuttora “le statue parlanti di Roma”. Personaggi che sono tornati a vivere, a prescindere dalla loro vera storia, ribattezzati con il soprannome che gli ha dato il popolo, del quale sono divenuti portavoce quando in quello stesso periodo storico il potere era particolarmente opprimente (era la Roma del “Papa-Re” che deteneva sia il potere spirituale sia quello temporale), non esisteva la libertà di espressione e dissentire significava rischiare la vita... Loro furono la vera Vox Populi!   Come? Nottetempo i più arditi gli appendevano al collo o poggiavano ai piedi foglietti anonimi contenenti satire in versi per farsi beffe dei personaggi pubblici più importanti, appartenenti alla nobiltà romana o addirittura alla corte papale, o contro chiunque meritasse il biasimo per il cattivo operato o azioni immorali.   Attraverso le statue parlanti la critica politica anonima si diffuse per la prima volta su larga scala. Quando la città si svegliava gli abitanti del quartiere leggevano, la voce correva subito di bocca in bocca e presto tutta la città sapeva cosa ne pensava il popolo di ciò che stava accadendo; si esprimeva così, con tono di sfida e di provocazione, il malcontento popolare nei confronti del potere e l’avversione verso la corruzione e l’arroganza dei suoi rappresentanti.   Queste nostre statue sono sei, ognuna conosciuta con il suo soprannome la cui provenienza resta incerta : Madama Lucrezia ,   unica rappresentante femminile, Marforio ,  il Babuino, il Facchino, l’Abate Luigi e... Pasquino ,   il capobanda!   Ognuno di loro diceva la sua e questa banda di sei liberi pensatori di pietra dalla lingua lunga è conosciuta come il Congresso degli Arguti.     Fin qui potrebbe considerarsi “folklore”, perché ancora non abbiamo parlato dello stile di questi messaggi, che ci racconta molto del carattere dei romani; da un lato indomito nei confronti del potere dall’altro ironico e scanzonato. Hanno sempre dimostrato la loro insofferenza verso i soprusi con un umorismo mordace e sferzante. La satira è da sempre un tratto tipico dei romani; come disse Giovenale, il più prolifico in questo genere: “satira tota nostra es” , nel senso “siamo noi romani ad averla inventata” e di fatto i Greci non ce l’hanno. Fu così che, mentre i Greci divennero famosi per orazioni e tragedie, quindi per una forma letteraria colta, a Roma ebbe un certo successo una letteratura più caustica, dissacrante e impertinente che in questo caso, con le statue parlanti, diede vita ad un vero e proprio genere letterario. Poiché tutto partì da Pasquino queste uscite on air presero il nome di “Pasquinate”.  L’origine del suo soprannome è ricondubile forse a un barbiere o sarto della zona che serviva nobili e prelati, ascoltava i pettegolezzi e li faceva circolare con battute pungenti, o forse al periodo pasquale in cui comparvero le prime affissioni. Tutto iniziò nel 1501, nei pressi di Piazza Navona, nella zona più popolosa della città dove passavano le processioni e le sfilate di ricchi e potenti, ad un passo dall’Archiginnasio della Sapienza (la prima Università di Roma), sull’angolo del palazzo nobiliare ex Orsini appena acquistato dal Cardinale Oliviero Carafa, frontale alla piazza; quella piazza frequentata da librai, scrittori e artisti, che allora si chiamava Piazza di Parione (il nome del rione) e oggi si chiama invece Piazza di Pasquino. Questo dice tutto... Queste tre condizioni geografico-temporali, che apparentemente sarebbe superfluo raccontare, furono la miscela esplosiva che diede fuoco alla miccia. Il Cardinale fece risistemare la piazza su cui affacciava il palazzo e fece collocare su quell’angolo bene in vista una statua ritrovata nei pressi (che prima di allora era stata utilizzata come marmo da pavimentazione stradale, voltata a faccia in giù, di schiena!) restituendola alla visione pubblica come gesto di magnanimità e di prestigio. Contemporaneamente la vicina Università organizzava certami, gare poetiche, tra gli studenti di letteratura e di retorica, arti che comportavano un uso letterario importante della parola, i quali prevedevano l’affissione pubblica dei componimenti in giorni particolari e luoghi deputati a questa funzione. Uno di questi era proprio il basamento di palazzo Carafa, cinto di sedili marmorei che per l’occasione venivano ricoperti in velluto e con l‘arrivo della statua si cominciò a vestirla con abiti togati o come un personaggio del mondo antico pertinente al tema assegnato cui si dovevano ispirare.   Fu quello il momento in cui i due livelli della storia si intrecciarono per sempre, fino ai giorni nostri. Il popolo del quartiere non si fece sfuggire l’occasione... Colse al volo l’ispirazione e prese ad esprimersi “poeticamente” affiggendo i propri versi alla statua che divenne il luogo dove il gusto della satira trovò la sua bacheca ideale; del resto, si trovava proprio sulla via papale!   Il tono provocatorio e di sfida irritava non poco i destinatari e nel tentativo di fermare questa pratica furono emesse leggi severe, la statua venne messa sotto sorveglianza e si narra che vi fu un Papa (Papa Adriano VI, 1522-1523) che minacciò di gettare Pasquino nel Tevere, ma fu ricondotto a più miti consigli, sapendo bene che le critiche non si sarebbero fermate ma sarebbero diventate ancora più aspre.   Le Pasquinate venivano sia dal popolo che dalle persone colte, con stile ora pungente e arguto, ora volgare e maldicente; non furono mai semplici invettive ma veri componimenti poetici, in dialetto, in italiano aulico o in latino, sempre pervasi dal tipico sarcasmo romanesco. Si ha persino notizia di Pasquinate commissionate a poeti professionisti (Pietro Aretino!) e il paradosso fu che i committenti furono a volte prelati e nobili che volevano diffamare coloro che detenevano il potere per subentrare ad essi. Insomma, divennero mezzi di propaganda elettorale!   Nel frattempo, Pasquino non era più solo e il gioco (neanche tanto...) si fece più divertente perché le statue iniziarono a parlare tra loro. Un esempio? Famoso è il “botta e risposta” in occasione delle razzie di tesori perpetrate a Roma da Napoleone, all’inizio dell’Ottocento:   Pasquino buttava lì dal Parione   una domanda (compariva su di lui un foglio): “È vero che i Francesi sono tutti ladri?”   e Marforio rispondeva dal Campidoglio: “Tutti no, ma Bona Parte”.   Marforio (da Martis Forum , poiché la statua fu ritrovata nei pressi del tempio di Marte, nel Foro romano )   era considerato l’interlocutore e la "spalla" di Pasquino (nel linguaggio romano “il compare”, suo complice) mentre il Babuino dal rione Campo Marzio entrò in competizione e ci fu un momento in cui si accennò a chiamarle “Babuinate”, ma il primato del Parione rimase indiscusso. Invece, l‘Abate Luigi (dal nome forse del sagrestano della vicina chiesa del Sudario, noto per lo spirito arguto) divenne il simbolo di uno specifico malcostume, la personificazione del camaleonte politico, a causa della sua testa più volte rubata e sostituita con altre sempre diverse (mai la sua quindi...) provenienti dai depositi comunali; parlò per l’ultima volta nel 1966 con questi versi in dialetto romanesco:   «O tu che m’arubbasti la capoccia vedi d’ariportalla immantinente sinnò, vòi véde? come fusse gnente me manneno ar Governo. E ciò me scoccia».   (“Tu che mi hai rubato la testa, riportamela subito, altrimenti può succedere facilmente che mi mandino al Governo. E questo non mi piacerebbe”).   Una delle Pasquinate più celebri, tanto da entrare nel linguaggio comune, fu indirizzata a Papa Urbano VIII della nobile famiglia Barberini, che fece spogliare la copertura bronzea del Pantheon per la realizzazione del baldacchino del Bernini nella Basilica di San Pietro e di 80 cannoni per Castel Sant’Angelo: "Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini"  ( "Quello che non fecero i barbari, lo fecero i Barberini”).   Si potrebbe proseguire all’infinito, sono tantissime e se le conosciamo tutte è perché c’è sempre qualcuno che si prende la briga di raccogliere tutti i foglietti e consegnare l’opera all’editoria. Queste raccolte, ovvio… si chiamano Pasquilli .   La produzione delle Pasquinate è durata ininterrottamente fino alla caduta del potere temporale dei papi e in forme più blande e saltuarie è proseguita fino ai giorni nostri, alternando momenti in cui le statue sembravano aver perso la parola... ma nel corso della storia nessuno è sfuggito al severo ed implacabile giudizio delle statue parlanti, né Mussolini né Berlusconi!   Ancora oggi, nell’era dei media digitali, il basamento di Pasquino continua ad essere coperto di messaggi ironici e provocatori. A pensarci bene, le Pasquinate sono l’equivalente degli attuali “meme” perché avviarono una comunicazione condivisa, indipendente e democratica, anticipando di fatto il principio che ispira i moderni social network. P.S. Un ringraziamento a Maria, angelo sulla mia via... senza la quale non avrei fotografato Marforio! Per saperne di più, su ognuno di loro: https://www.sovraintendenzaroma.it/content/statua-detta-del-pasquino https://www.sovraintendenzaroma.it/content/statua-detta-di-marforio https://www.sovraintendenzaroma.it/content/fontana-del-facchino-0 https://www.sovraintendenzaroma.it/content/statua-detta-dell%E2%80%99abate-luigi https://www.sovraintendenzaroma.it/content/statua-detta-di-madama-lucrezia https://www.sovraintendenzaroma.it/i_luoghi/roma_medioevale_e_moderna/fontane/fontana_del_babuino

  • Pronomi combinati (B1)

    Completa i dialoghi scegliendo il pronome combinato corretto:   — Hai dato il libro a Marco? — Sì, _______ ieri. A) me lo B) gliel’ho dato C) te lo   — Vuoi un passaggio? — Grazie, _______ domani. A) te lo do B) me lo dai C) me lo dai tu   — Puoi portare le chiavi a Sara? — Sì, _______ subito. A) gliele porto B) me le porto C) te le porto   — Ti serve il documento? — Sì, _______ adesso? A) me lo dai B) glielo dai C) te lo dai   — Hai comprato il pane per noi? — Certo, _______ preso stamattina. A) ce l’ho B) ve l’ho C) ve l’ho   — I tuoi genitori ti hanno dato i soldi? — Sì, _______ ieri sera. A) glieli hanno dati B) te li hanno dati C) me li hanno dati   — Gli puoi dire la verità? — No, non _______ dire adesso. A) glielo posso B) posso glielo C) gliela posso   — Mi puoi prestare la bici? — Sì, _______ domani. A) ve la do B) te la presto C) gliela presto   — Hai dato la lettera a Lucia? — Sì, _______ consegnata ieri. A) gliel’ho B) me l’ho C) te l’ho   — Mi hai comprato le scarpe? — Certo, _______ ordinate online. A) te le ho B) me le ho C) gliele ho   — Quando ci dai i biglietti? — _______ porto stasera. A) Ce li B) Ve li C) Glieli   — Chi ti ha dato i compiti? — La professoressa _______ ha mandati via email. A) te li B) me li C) glieli   — Mi invii il suo numero di telefono? — Un attimo, _______ giro. A) te lo B) me lo C) glielo   — Chi dà i libri ai ragazzi? — La maestra _______ dà ogni lunedì. A) glieli B) me li C) te li   — Puoi mandare le foto a me e a Luca? — Certo, _______ invio stasera. A) gliele B) ce le C) ve le   — Hai scritto il messaggio a Carla? — Sì, _______ mandato subito. A) me l’ho B) te l’ho C) gliel’ho   —Quando dai il regalo di Natale a Marco? —_______ do il 23 dicembre. A) te lo B) glielo C) ce lo   — Ci puoi preparare il caffè? — Certo, _______ faccio subito. A) ve lo B) ce lo C) glielo   — Hai preso i libri per i bambini? — Sì, _______ messi nello zaino. A) me li ho B) glieli ho C) me li ho   — Quando ci racconti del tuo viaggio in Italia? — _______ parlo domani. A) Gliela B) Glielo C) Ve ne ------------------------------------------ Soluzioni: 1B, 2B, 3A, 4A, 5A, 6C, 7C, 8B, 9A, 10A, 11B, 12B, 13A, 14A, 15C, 16C, 17B, 18A, 19B, 20C. Per gli esercizi precedenti, clicca: Italian Exercises

  • Sergio Strizzi e lo sguardo oltre il set

    Roma, in estate, non concede tregua. L’asfalto ribolle, le piazze si gonfiano di turisti e gli eventi culturali si rincorrono come onde. Presentazioni di libri, mostre, arene di cinema all’aperto, concerti, festival. Le code davanti ai musei sono parte del paesaggio urbano: al Palazzo delle Esposizioni, per esempio, le file si allungano per ore davanti alla retrospettiva su Dolce & Gabbana, un caleidoscopio di abiti e lustrini che calamita folle di curiosi. Ma io scelgo un’altra strada. Non l’ingresso principale, non le scale gremite di visitatori. Entro da una porta laterale, quasi nascosta, che conduce a un piccolo spazio, Sala Fontana, dove dal 10 luglio al 10 agosto 2025 è stata allestita la mostra Sergio Strizzi. Lo sguardo oltre il set. Chi era Sergio Strizzi? Un fotografo di scena, l’occhio invisibile che ha saputo cogliere il cinema italiano dal dopoguerra agli anni Novanta, documentando con delicatezza e rigore le atmosfere dei set e i volti che li abitavano. C’è un istante, durante le riprese, in cui il rumore si ferma. Non è silenzio vero – i tecnici si muovono, i riflettori scaldano, i truccatori sistemano un volto – ma qualcosa sospende il respiro collettivo. Strizzi non fotografa il glamour, ma la soglia. Quell’attimo in cui l’attore non è più personaggio e non è ancora se stesso: un territorio fragile, quasi proibito, in cui l’umanità scivola fuori dal copione. È qui che il cinema rivela il suo doppio: quello che vediamo sullo schermo e quello che resta fuori, negli interstizi, dove forse si nasconde la verità. Guardare queste immagini oggi, in un’epoca in cui tutto è posa e autopromozione, significa ricordare che esisteva un tempo in cui lo sguardo era discreto, paziente, capace di attendere il momento giusto invece di produrlo a forza. Strizzi ci ricorda che la bellezza, come la verità, non si impone: si lascia sorprendere. Le fotografie raccolte in mostra – circa sessanta, molte inedite – sono in gran parte dedicate a Monica Vitti e molte sono scattate nella Torre Galfa di Milano, appena costruita, simbolo del boom economico. Uno spazio che è esso stesso protagonista: le grandi vetrate, le linee severe, i pavimenti lucidi come specchi. Tutto parla di modernità, di un’Italia che si affaccia al futuro. E in mezzo, Monica. Non la star intoccabile, ma una donna giovane, in bilico tra leggerezza e inquietudine, che esplora lo spazio come fosse un territorio nuovo. Si siede, si sdraia, si allunga, si piega. Sorride e si perde. Gioca con una collana come fosse un filo che la lega all’aria. Guardandole oggi, quelle immagini hanno qualcosa di vertiginoso. Non raccontano una posa studiata, ma un corpo che cerca una nuova grammatica: come se il femminile italiano del dopoguerra trovasse, proprio lì, la possibilità di essere altro. Non la donna “oggetto” del cinema glamour, non la diva distante, ma una presenza viva, fragile e potente, che occupa lo spazio urbano e lo trasforma. Per ottenere tutto questo, serve uno sguardo che non invada. Strizzi lo possiede. Il fotografo non interrompe, non forza: attende. I suoi scatti non sono “rubati”, ma accolti. Vitti non sembra mai in posa, sembra piuttosto in dialogo silenzioso con chi la ritrae. C’è una fiducia reciproca, un’intesa che consente di oltrepassare il confine tra documento e rivelazione. È qui che Strizzi si distingue da tanti altri fotografi di scena. Non registra un’immagine da conservare, non archivia un istante per i giornali. Cattura l’invisibile: quel lampo che vive tra una mossa e l’altra, tra il dentro e il fuori. Un ladro gentile, lo hanno definito. E davvero è così: non porta via nulla, se non la verità fragile dell’attimo. Guardando le immagini, si ha l’impressione di assistere alla nascita di una femminilità diversa. Non più solo musa o attrice, non più solo corpo da filmare. Vitti diventa soggetto attivo, presenza che inventa un modo di abitare lo spazio. È la donna che esplora, che gioca, che si concede di cadere e di rialzarsi. La sua leggerezza non è frivola: è un modo per sfidare la gravità delle convenzioni. In questo senso, Strizzi non fotografa Monica Vitti: fotografa un passaggio culturale. Quello di un Paese che dalla provincia contadina si affacciava alla metropoli moderna, e di un cinema che smetteva di raccontare solo storie e cominciava a interrogarsi sul senso stesso delle immagini. L’aspetto più attuale di questa mostra non è però solo storico o cinematografico: è etico. Strizzi ci ricorda che guardare non significa possedere. Che l’immagine può nascere dalla discrezione e dalla fiducia, non dall’invadenza. È una lezione preziosa in un tempo saturo di fotografie costruite per mostrarsi, in cui ogni gesto è performativo. Qui invece la fotografia restituisce la verità di un incontro, il valore di un istante condiviso. Guardare, oggi come allora, è un atto politico. È scegliere la delicatezza invece della conquista, la vicinanza invece della distanza. Quando si esce dalla sala del Palazzo delle Esposizioni, si torna nel rumore della città. Le file davanti alla moda continuano, i turisti si accalcano, la Roma estiva scorre con la sua vitalità. Eppure, chi ha attraversato quella porta laterale porta con sé una traccia diversa: il silenzio sospeso di Monica Vitti sopra Milano, la grazia di un gesto che non voleva durare e invece è rimasto per sempre.

  • Bufale e Fake News – Lettura e comprensione del testo – Livello A2-B1

    Leggi il testo QUI e completa gli esercizi di comprensione e vocabolario. Fake News: riconoscerle, diffondere consapevolezza e contrastare la disinformazione Viviamo in un’epoca in cui le informazioni viaggiano alla velocità della luce. Un semplice post sui social può raggiungere migliaia, se non milioni di persone, nel giro di pochi minuti. Questo è un vantaggio straordinario, ma anche un’arma a doppio taglio: la disinformazione si diffonde con la stessa rapidità. Le bufale, o notizie false, sono diventate un problema serio, capace di influenzare l’opinione pubblica, creare confusione e persino generare panico. Basta un titolo sensazionalistico, un’immagine fuori contesto o una notizia parzialmente falsa per ingannare il lettore e portarlo a credere a qualcosa che non ha fondamento. La questione non riguarda solo i social media: anche siti apparentemente affidabili possono diffondere contenuti inesatti. La domanda che dobbiamo porci è: come possiamo difenderci dalle fake news? Come riconoscere le fake news Riconoscere una fake news non è sempre semplice, ma ci sono alcuni segnali che ci possono aiutare. Il primo passo è verificare la fonte. Se una notizia proviene da una testata giornalistica riconosciuta e affidabile, le probabilità che sia vera sono molto alte. Al contrario, se l’articolo arriva da un blog sconosciuto o da un sito con un nome strano, è meglio approfondire. Anche l’URL può fornire indizi importanti. I siti di fake news spesso cercano di imitare quelli ufficiali, cambiando piccoli dettagli nell’indirizzo web, come aggiungere un numero o una parola in più. Inoltre, se il sito è pieno di pubblicità invadenti, pop-up e titoli scritti in maiuscolo con mille punti esclamativi, è il caso di farsi qualche domanda. Un altro elemento da considerare è il tono della notizia. Le fake news puntano sulle emozioni forti: rabbia, paura, indignazione. Se un titolo ti fa sentire subito arrabbiato o scioccato, fermati un attimo e verifica se la notizia è riportata anche da altre fonti affidabili. E poi ci sono le immagini. Spesso, per rendere una notizia più credibile, vengono usate foto decontestualizzate o addirittura modificate. Uno strumento utile è la ricerca inversa delle immagini su Google: basta caricare una foto per scoprire da dove proviene realmente e se è stata utilizzata in un altro contesto. Come combattere la diffusione Una volta che abbiamo imparato a riconoscere le fake news, il passo successivo è fermarne la diffusione. E qui entra in gioco la responsabilità di ognuno di noi. Quante volte ci è capitato di condividere un articolo solo perché il titolo sembrava interessante, senza nemmeno leggerlo? È proprio così che le notizie false si diffondono. Prima di condividere, quindi, fermiamoci un attimo e facciamo un rapido controllo. Verificare la fonte, cercare conferme su altri siti affidabili e leggere l’intero articolo (non solo il titolo!) sono azioni semplici ma fondamentali. E se scopriamo che si tratta di una fake news? Possiamo segnalarla: molte piattaforme social offrono questa possibilità e agire in questo modo aiuta a limitare la visibilità di contenuti falsi. Un altro modo per contrastare la disinformazione è parlarne con gli altri. Se un amico o un familiare condivide una notizia falsa, invece di attaccarlo, possiamo aiutarlo a capire perché quell’informazione è scorretta. Spesso, chi diffonde fake news non lo fa con cattive intenzioni, ma semplicemente perché non ha verificato i fatti. L’educazione mediatica gioca un ruolo fondamentale. Dovremmo tutti imparare a essere più critici nei confronti delle notizie che leggiamo, e questo dovrebbe partire dalle scuole. Se insegnassimo ai ragazzi a distinguere una fonte affidabile da una dubbia, potremmo ridurre enormemente il problema in futuro. Anche le istituzioni hanno un ruolo importante. Alcuni governi hanno già introdotto leggi per contrastare la diffusione di fake news, soprattutto in settori delicati come la salute e la sicurezza pubblica. Tuttavia, è un equilibrio delicato: combattere la disinformazione non deve mai trasformarsi in una limitazione della libertà di espressione. Alla fine, il miglior antidoto alle fake news è il pensiero critico. Non dobbiamo credere ciecamente a tutto ciò che leggiamo, ma imparare a porci domande, a cercare prove e a non lasciarci trasportare dalle emozioni. Se tutti adottassimo questo approccio, la disinformazione perderebbe gran parte della sua forza. Perché la verità ha un potere enorme, ma spetta a noi difenderla. Questionario di Comprensione Leggi attentamente le seguenti affermazioni e indica se sono vere (V) o false (F) secondo il testo: 1. Le notizie false si diffondono lentamente rispetto alle notizie vere. ( ) 2. Anche siti apparentemente affidabili possono pubblicare contenuti inesatti. ( ) 3. Le fake news sono sempre facili da riconoscere. ( ) 4. I siti di fake news spesso cercano di imitare quelli ufficiali cambiando piccoli dettagli nell'indirizzo web. ( ) 5. Le immagini usate nelle fake news sono sempre originali e non modificate. ( ) 6. La ricerca inversa delle immagini su Google può aiutare a scoprire l'origine di una foto. ( ) 7. Condividere articoli senza leggerli attentamente aiuta a fermare la diffusione delle fake news. ( ) 8. Parlare con amici e familiari può aiutare a contrastare la diffusione delle notizie false. ( ) 9. Le leggi contro le fake news possono limitare la libertà di espressione. ( ) 10. Il modo migliore per combattere le fake news è credere ciecamente a tutto ciò che leggiamo. ( ) Esercizio 2: Completa le frasi con le parole del box. Parole: bufala - verificare - testata giornalistica - fonte - sensazionalistico - indignazione - decontestualizzare - pop-up - responsabilità – diffusione 1. Un titolo ___________ attira più lettori, ma spesso non racconta tutta la verità. 2. Le immagini possono essere facilmente ___________ per creare notizie false. 3. È una tua ___________ controllare le notizie prima di condividerle. 4. Quando leggi un articolo, controlla sempre la ___________ per capire se è affidabile. 5. A volte una semplice ___________ può creare confusione e panico. 6. Le finestre ___________ sono fastidiose e spesso indicano siti poco affidabili. 7. Quando qualcuno scopre di aver creduto a una ___________, può provare molta ___________. 8. La ___________ di notizie false è un problema serio oggi. 9. Le informazioni che trovi su una ___________ sono generalmente più affidabili di quelle sui blog. 10. Prima di condividere una notizia, è importante ___________ se è vera.

  • Qui Roma… I “Carabinieri dell’Arte” e il Museo dell’Arte salvata

    #ScaviClandestini #Furti #EsportazioneIllecita #RicettatoriInternazionali #MuseiStranieri #CaseDAsta #CollezioniPrivate #PerquisizioniESequestri #IndaginiGiudiziarie #AccordiDiDiplomaziaCulturale #RestituzioniSpontanee #GiustiziaStorica. Ci sono tutti gli ingredienti per un thriller a lieto fine… e di fatto la storia di ogni operazione di recupero lo è. Il patrimonio artistico dell’Italia non si trova tutto al suo posto. Basti pensare alla natività del Caravaggio sparita da una chiesa di Palermo nel 1969, finita nelle mani della mafia e mai ritrovata, o al caso del collezionista giapponese con base a Ginevra (crocevia dello smistamento) al quale sono stati sequestrati circa 350 reperti d’arte etrusca, preromana e magnogreca. Ed anche, per assurdo, furti in senso contrario… da parte di audaci e patriottici cittadini per riportare a casa le opere! “Le opere d’arte e i manufatti archeologici rubati, dispersi, venduti o esportati illegalmente costituiscono una perdita significativa per il patrimonio culturale di un Paese, in quanto sono espressione della sua memoria storica, dei suoi valori collettivi e dell’identità del suo popolo. Non è un caso che durante i conflitti internazionali gli aggressori danneggino spesso, intenzionalmente e deliberatamente il patrimonio culturale, colpendo le radici stesse dell’identità del Paese nemico” (cit. Ministero della Cultura Italiano). Il traffico illecito di opere d’arte è una realtà che supera i confini nazionali e attraversa gli oceani, la misura del fenomeno è questa: circa 8 milioni di manufatti censiti, 4,5 milioni di reperti recuperati di cui 70.000 all’estero. Le opere recuperate provengono soprattutto da sequestri a grandi ricettatori o collezionisti, inseriti nella ramificata trama del commercio internazionale che ha alimentato anche prestigiose collezioni di musei stranieri, ma anche da restituzioni spontanee e trattative con le direzioni museali estere. In questa che potremmo definire una emorragia di arte (impropriamente forse, ma Il nostro DNA è in quelle opere) la buona notizia è che l’Italia è leader mondiale nel recupero. Il perno centrale del modello di tutela italiano è il Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale (TPC), istituito nel 1969 anticipando persino l’UNESCO: i cosiddetti “Carabinieri dell’Arte”. L’Arma, nei suoi oltre cinquant’anni di attività a tutela del nostro patrimonio artistico, ha sottratto dalle mani di personaggi senza scrupoli e riportato a casa una quantità di beni archeologici e artistico-storici, avvalendosi di piattaforme e strumenti informatici costantemente aggiornati e operando in collaborazione con forze di polizia di altri Paesi per la conservazione e condivisione dei dati raccolti dal web, deep-web e social media. Algoritmi che permettono di analizzare info testuali e immagini dai vari canali, approfittando proprio del crescente utilizzo dei canali telematici per il traffico di opere. Si chiama Leonardo la "Banca dati dei beni illecitamente sottratti” istituita negli anni ‘90, l’archivio informatico più grande al mondo specificamente dedicato che già guarda al futuro con la nuova piattaforma SWOADS (Stolen Works Of Art Detection System), prototipo di partenza per sviluppare una rete internazionale atta a prevenire e contrastare questo tipo di reato. Una volta intercettati gli oggetti, questi iniziano un percorso virtuoso che li riporta indietro e non solo, gli restituisce splendore e gli rende giustizia. Attraverso la rete di collaborazione istituzionale, che oltre alla Magistratura e le autorità estere si estende agli organi del Ministero della Cultura e all’Istituto Centrale del Restauro, i manufatti recuperati vengono poi studiati e restaurati per essere riportati alle condizioni migliori e ai luoghi di origine. Uno dei danni maggiori del mercato illecito è infatti quello di far perdere il dato della provenienza e il contesto in cui il reperto era inserito, limitandone di conseguenza la piena comprensione nel suo ruolo di testimone del passato. La terza tappa del percorso, dopo tutela e studio, è la divulgazione di questo patrimonio comune tornato a casa, con lo scopo di accrescere la sensibilità delle persone verso la testimonianza e l’eredità che gli è stata lasciata dai loro avi. Ecco il lieto fine, da festeggiare con una mostra in un museo unico al mondo. La perla finale è il Museo dell’arte salvata istituito nel 2022 e riaperto il mese scorso con una nuova raccolta di recuperi che prima di intraprendere il loro viaggio di ritorno si fermano qui per essere mostrati a tutti in questa sede straordinaria. Lo spazio museale è l’Aula Ottagona delle Terme di Diocleziano, il vasto complesso archeologico – se mi seguite nelle mie esplorazioni ricorderete che ne abbiamo già parlato in un editoriale precedente – di cui l’aula è un frammento rimasto isolato, immerso nel traffico che vibra intorno alla stazione centrale di Roma. Per i romani e per me questo luogo però continua a chiamarsi “il Planetario” quando va dato un appuntamento o un’indicazione, perché dal 1928 (inaugurato da Mussolini) e fino a i primi anni Ottanta del secolo scorso, l’Aula ha ospitato uno dei più preziosi e sofisticati strumenti destinati alla conoscenza della volta celeste, il celebre planetario Zeiss con cui fu realizzata la prima simulazione del cielo stellato del nostro emisfero. Entrando alzo gli occhi sul portale dove ancora c’è Dante a ricordarcelo: “l’amor che move il sole e l’altre stelle”…mescolando la memoria storica con i miei ricordi personali. Venivo qui da bambina con mio papà che mi illustrava il firmamento mentre mi educava a quello dei sentimenti, delle emozioni e della storia umana che ci racconta l’arte. All’interno la leggera struttura di sostegno delle stelle è stata conservata… aggiungendo fascino al tutto. Lo spazio espositivo è organizzato in teche e pannelli modulabili, dovendo accogliere e mostrare al pubblico reperti sempre diversi. Il progetto museale, infatti, modello esportabile in altri Paesi colpiti, prevede una rotazione: nuovi recuperi andranno a sostituire i reperti attualmente esposti, che troveranno una collocazione stabile nei musei e nei siti di origine, almeno per quello che sarà possibile ricostruire, a disposizione della collettività e degli studiosi, riappropriandosi del ruolo che spetta loro nel racconto della storia dei popoli che li hanno prodotti. In questo momento si possono ammirare più di cento oggetti di varie civiltà recuperati e rimpatriati dagli Stati Uniti d’America e da diversi Paesi europei tra il 2022 e il 2025, provenienti da aree dove questo fenomeno criminale è stato più diffuso: le zone dell’antica Etruria, la Magna Grecia e la Sicilia. Entrando nel sito web del Museo potrete stupirvi di ogni tipologia di recupero: Operazione Fenice, Operazione Antiche Dimore, Il tesoro di Londra e New York… Dietro ogni furto si nasconde un pezzo di mondo (v. file allegato). Per capire cosa rappresenti il patrimonio artistico nel contesto delle relazioni internazionali è interessante il docufilm Operazione Budapest (disponibile su Prime Video) che ricostruisce uno dei colpi più audaci della storia, il furto d’arte che nel 1983 scosse l’Est durante la Guerra Fredda, ripercorrendo l’indagine internazionale che ne seguì in un intreccio tra criminalità organizzata, spionaggio e geopolitica. Interessante ed emozionante su Ray Play ascoltare direttamente dal Comandante dei Carabinieri dell’Arte le dinamiche investigative e lo scenario in cui si svolgono, e dal Direttore del Museo Nazionale Romano le vicende del reperto eccezionale con cui è stata aperta la prima mostra: Orfeo e le Sirene, gruppo scultoreo in terracotta, a grandezza naturale, del III sec. A.C.; trafugato negli anni ’70 dai cosiddetti “tombaroli” in uno scavo clandestino a Taranto (importante polo artistico della Magna Grecia) e approdato nel Getty Museum di Los Angeles. Va detto, infine, che tra i beni recuperati capita di trovare anche quelli di altri Paesi (Egitto, Siria, ecc.) ai quali vengono puntualmente riconsegnati, un gesto concreto di rispetto e collaborazione fra gli Stati; un esempio di diplomazia culturale che testimonia l’efficacia della legislazione italiana in materia di tutela dei beni culturali, che non si limita al patrimonio nazionale ma si estende al rispetto del patrimonio delle civiltà di tutto il mondo. La cultura, grazie alla sensibilità dell’Arma, dell’Autorità Giudiziaria e delle istituzioni culturali italiane ed estere, anche in tempi difficili per la diplomazia internazionale, si conferma un ponte tra i popoli… uno strumento di pace. Per approfondire: https://museonazionaleromano.beniculturali.it/landing-page/museo-dellarte-salvata/ https://tpcweb.carabinieri.it/SitoPubblico/home/informazioni/swoads https://youtu.be/xWpz-U7WBeo – L’Aula che ospitò i pianeti https://archidiap.com/opera/sala-ottagona-delle-terme-di-diocleziano/ https://storiearcheostorie.com/2022/09/19/archeologia-orfeo-e-le-sirene-capolavoro-trafugato-negli-anni-70-torna-in-patria-ritrovera-casa-nella-sua-taranto/

  • Cruciverba - La città (B1)

    Esercizio linguistico a cura di Josto Luzzu, livello B1: un piccolo cruciverba sul vocabolario della città (vocabolario del capitolo 7 di Dieci B1 ). Soluzioni:

  • Sapere vs Conoscere

    Breve Spiegazione:  SAPERE indica una conoscenza superficiale, qualcosa che sappiamo quasi per caso, senza aver studiato a lungo o fatto ricerche.  CONOSCERE   indica una conoscenza approfondita, qualcosa che sappiamo perché abbiamo studiato molto, fatto ricerche, ci siamo impegnati.   Leggi le frasi e scegli la forma corretta. Conosco / so Lucia da tanto tempo e conosco / so che è una persona disponibile. Mi scusi, conosce / sa dove è la stazione? Questa estate in vacanza ho conosciuto / ho saputo Luigi, un ragazzo di Firenze. Cosa è successo? Non lo conosco / Non lo so. Scusa, conosci / sai che ore sono? Anche se sono una brava cuoca, non so / conosco cucinare questo piatto. Conosco / so un buon ristorante dove fanno una carbonara buonissima. Sai / Conosci nuotare? Conosci / Sai come si dice “necklace” in italiano? Sì, lo so / lo conosco: si dice “collana”. Conosciamo / Sappiamo tutti che prima prenotiamo l’aereo, meno paghiamo.

  • Qui Roma… Il futuro incontra il passato nelle "Archeostazioni"

    “Viaggio al centro della terra”, “Incontri ravvicinati”, “Ritorno al futuro”… Quanti titoli si potrebbero dare allo short-film di una giornata romana, in cui vivendo intensamente il nostro presente scendiamo di 50 metri sottoterra, incontriamo i nostri antenati, per poi risalire e andare in ufficio? Sta per accadere qui a Roma, dove passato presente e futuro si stanno allineando sulla linea C della nuova metropolitana, che non viaggia solo nello spazio urbano ma anche nel tempo.  Una struttura di trasporto all’avanguardia che nel tratto centrale, attraversando il centro storico, apre una finestra sotterranea sulla Roma Antica con le "Archeostazioni", poli museali sotterranei che diventano un nuovo spazio urbano aperto ai cittadini e a tutti gli utenti della metropolitana o del museo ipogeo.    Entrando nell’atrio della stazione, prima ancora di fare il biglietto, quindi a disposizione di tutti, troviamo la comunicazione multimediale che descrive il progetto e la sua realizzazione, ai livelli intermedi le teche che espongono i reperti più significativi, proprio come in un museo… ma con il biglietto di un viaggio in metro.  Questo significa veicolare la cultura a centinaia e migliaia di persone seguendo i passi di tutti. Conciliare la vita di superficie e la storia sepolta nel sottosuolo ha sempre rappresentato una difficoltà nell’adeguare Roma agli standard di modernità delle capitali europee, perché è proprio l’unicità del suo patrimonio storico a renderla tra le più frequentate e nello stesso tempo tra le più difficili da gestire. Più che mai questo anno giubilare ha reso evidente la necessità di adeguamento della rete dei trasporti. Pellegrini, turisti, residenti, pendolari… arrivano e si concentrano nei luoghi iconici del centro storico, provenendo dall’estero o da altre regioni, o più semplicemente dalle zone periferiche della città; quindi si spostano e i mezzi di superficie non bastano più, dovendo superare l’ostacolo del traffico lungo i loro percorsi obbligati; finora possedevamo solo due linee di metropolitana (A e B) in croce, rispetto alla rete di trasporti veloci delle altre capitali. La complessità tecnico-realizzativa a Roma è massima, perché quando scavando si incontrano reperti archeologici vanno salvaguardati e in genere pensiamo “vasi”... non una intera caserma romana di 1750 mq del II secolo d.c.! I materiali archeologici sono preziosi sempre, proprio perché ci consentono di ricostruire condizioni e contesti di un passato dimenticato sul quale si sono fondate le epoche successive, sino ai giorni nostri; quel rapporto prezioso tra passato e presente su cui si fonda l’identità della città contemporanea. Ciò che viene costruito è sempre legato all’uomo, alle sue idee e alla sua storia, ciò che viene salvato diventa racconto comune con cui entriamo in contatto ogni giorno, la cultura è alla base delle nostre esistenze. Le stazioni-museo ipogee  della metropolitana sono quindi come un grande pozzo che riporta alla luce i frammenti e le storie di un passato remoto, memorie dal sottosuolo che ci parleranno in eterno, un nuovo modo di vivere la Capitale e di raccontare la sua storia. Realizzare la terza linea metro di Roma è una grande sfida, alla quale le istituzioni responsabili dei vari aspetti stanno rispondendo con un approccio innovativo, avendo stabilito un doppio obiettivo condiviso: rendere più vivibile la città e rendere fruibile questo patrimonio storico che finora è stato soprattutto “conservato” grazie al costante presidio della Soprintendenza Archeologica ai Beni Culturali. Grande merito questo, che ha permesso di non distruggere nulla, almeno da un certo punto in poi, come invece è accaduto negli sventramenti precedenti del regime fascista per i quali abbiamo perso tutto il tessuto storico lungo i fori imperiali verso il Colosseo e lungo via della Conciliazione verso San Pietro, per citare solo i casi più eclatanti del prezzo pagato per la modernità di Roma in quel periodo. Oggi si sta andando oltre tutto questo, perché c’è il Ministero della Cultura che presiede e ci sono i fondi per scavare e costruire in modo diverso, ma soprattutto c’è la collaborazione illuminata tra tutti gli attori del processo: committenti e progettisti della rete underground, ditte realizzatrici e Soprintendenza ai Beni Culturali che detiene la Direzione Operativa Scientifica. Questa collaborazione tra i realizzatori di grandi opere e chi si occupa della conservazione del patrimonio storico e artistico della città ha permesso di fare un salto in avanti e scavalcare l’ostacolo del vincolo realizzativo trasformando il problema in un punto di forza. Come sempre accade, se i ruoli non diventano recinti le possibilità di soluzione diventano infinite e nulla si paralizza. Innovazione e collaborazione per la salvaguardia delle nostre radici . Le talpe meccaniche hanno interagito con un patrimonio unico al mondo e l ’unicità del territorio attraversato ha ispirato una metodologia progettuale dedicata e specializzata inaugurando così lo “scavo con modalità archeologica”. La costruzione delle stazioni e dei pozzi di aerazione ha reso necessaria l’asportazione di consistenti volumi di depositi archeologici sepolti, rappresentando una opportunità unica da un lato di aggiornare tutta la cartografia storica, acquisendo nuovi e importanti dati al fine di ricostruire la morfologia originaria di porzioni di territorio mai indagate prima (soprattutto a causa della profondità di giacitura delle stratigrafie antiche), dall’altro di definire soluzioni progettuali compatibili con il substrato archeologico. Nasce così per la prima volta in Italia il cosiddetto “Prontuario delle indagini archeologiche di seconda fase“che, dopo le indagini archeologiche preventive di prima fase propedeutiche alla progettazione definitiva, definisce per ogni sito le modalità di scavo da implementare alle diverse profondità e le modalità di asportazione dei rinvenimenti. I ritrovamenti sono diventati protagonisti di una notevole valorizzazione del passato nel presente con gli allestimenti museali all’interno delle stazioni più centrali, appunto le Archeostazioni: San Giovanni ,  Porta Metronia ,  Colosseo-Fori Imperiali  e la futura  stazione Venezia , l a più imponente e complessa, oggi il maggiore snodo di traffico nel cuore del centro e futuro snodo anche per i musei circostanti (Palazzo Venezia, Vittoriano, area archeologica dei Fori). Il suo volume complessivo, che scende alla profondità di 45 mt, è tale che possiamo immaginarla equivalente ad inserire il Vittoriano nel sottosuolo. È molto interessante il video che illustra le fasi di scavo e costruzione dell’edificio sommerso con il nuovo metodo del “Top-Down Archeologico”, ove per proteggere i reperti si procede al contrario del metodo classico dal basso verso l’alto. Ecco perché da un po’ di tempo arrivando in centro sembra di entrare in un grande cantiere, di cui purtroppo si percepiscono solo i disagi: deviazioni del traffico, foto-souvenir con il cantiere sullo sfondo invece che antiche colonne, ponteggi e recinzioni che sembrano aver preso il sopravvento sul fascino delle rovine imperiali. Istintivamente ne siamo infastiditi e ci domandiamo perché impieghino tanto tempo e non siano ancora finiti i lavori. Non ci si domanda altro… Ma quando ci saremo dentro, capiremo. Al momento l’unica in cui posso farvi scendere con me è la Stazione San Giovanni, la prima aperta al pubblico; qui lo scavo ha riportato in luce i resti di una grande azienda agricola della prima metà imperiale ( I secolo d.C.) che ci racconta molte cose sulla società romana antica: da come gestivano le acque di irrigazione dei terreni (con un grande bacino idrico che   poteva conservare più di 4 milioni di litri d’acqua) alla coltivazione delle pesche da poco immesse dalla Persia nei mercati romani  e destinate alle classi elitarie  (a Roma le pesche si chiamano persiche , ecco perché). Ogni frammento racconta qualcosa, molto interessante anche l’esposizione del materiale ceramico di epoca moderna, tra i quali spicca un piatto con la rappresentazione di una sorta di "ambulanza” in uso nel ‘500. Scendendo con le scale mobili prendiamo confidenza con la lettura di scansione temporale connessa alla profondità che apparirà in tutte le Archeostazioni e ci accompagnerà nella discesa verso i binari attraversando le diverse epoche. Lo stratigrafo è la chiave per comprendere questo viaggio a ritroso nel tempo ; qui a San Giovanni si parte dalla quota -5 della città contemporanea, con l’inaugurazione della metro C nel 2018, e passando per la fondazione di Roma si scende fino ad una profondità di -27m  che corrisponde a quando la presenza umana era lontana a venire e c’era un paesaggio diverso. Lo immaginiamo mentre attendiamo l’arrivo del treno guardando la decorazione a parete dove tra la folta vegetazione compaiono le zanne dell’ elephas antiquus (elefante antico) che simboleggia l’età preistorica. Poi arriva il treno… e si va in ufficio. Le Archeostazioni sono il frutto di questa visione innovativa dove bellezza e funzionalità si uniscono; poli museali sotterranei dove il futuro incontra il passato, dove storia e bellezza conservate in silenzio per secoli tornano alla luce in uno dei più grandi cantieri d’Europa.   Del resto, l’ingegneria romana che ha resistito ovunque ai millenni non può tradire il suo DNA… e qui, dove è nata, quella moderna sta dialogando con la sua antenata. Per saperne di più: https://metrocspa.it/museo-sotto-i-piedi/

  • Come un pittore (livello A2). Esercizio sui colori e sul comparativo di uguaglianza

    La canzone "Come un pittore" del gruppo italiano Modà è stata pubblicata nel 2011 ed è una delle canzoni più famose del gruppo. Nel testo, i colori sono usati per descrivere sentimenti. Il cantante, infatti, descrive la gioia di essere padre e dipinge un vero e proprio quadro con la sua musica. Prima di cominciare, ecco alcuni vocaboli utili: • Tentare di fare qualcosa= provare a fare qualcosa • Disegnare = creare immagini con colori o matite • Arrivare al cuore = emozionare • Acerbo = non ancora maturo (per esempio: la frutta acerba) • Tempesta = forte pioggia con vento e tuoni 1. Ascolta la canzone e completa con le parole mancanti ______, semplicemente ciao Difficile trovar parole molto ______ Tenterò di disegnare Come un pittore Farò in modo Di arrivare dritto al cuore Con la del colore ______ Guarda senza parlare ______ come te Come il cielo e il mare E ______ come luce del sole ______ come le cose che mi fai Provare Ciao, semplicemente ciao Disegno l'erba ______ come la speranza E come frutta ancora acerba E adesso un po' di ______ Come la notte Il ______ come le sue stelle Con le sfumature ______ E l'aria puoi solo respirarla______ come te Come il cielo e il mare E ______ come luce del sole ______ come le cose che mi fai Provare Per le tempeste non ho il colore Con quel che resta disegno un ______ Ora che è estate, ora che è amore ______ come te Come il cielo e il mare E ______ come luce del sole ______ come le cose che mi fai Provare 2. Rispondi alle domande: 1. 2. 3. Di cosa parla la canzone? Quali emozioni trasmettono i colori menzionati nella canzone? Perché il cantante dice di non avere un colore per le tempeste? 3. Associa i colori ai loro significati Collega ogni colore al suo significato nella canzone: 1 Azzurro 2 Giallo 3 Rosso 4 Verde 5 Bianco 6 Blu A. Come il cielo e il mare B. Come luce del sole C. Come le cose che mi fai provare D. Come la notte E. Come la speranza e la frutta acerba F. Come le stelle con sfumature gialle 4. Scrivi una frase con il comparativo di uguaglianza “come", associando i colori a due oggetti Esempio: Azzurro → Il mare è azzurro come il cielo. → Ricorda: alcuni colori, quando sono aggettivi, non cambiano il loro genere e il loro numero a seconda del nome a cui si riferiscono! 1. Rosso → ------------------------- 2. Beige → ------------------------- 3. Verde → ------------------------- 4. Rosa → ------------------------- 5. Giallo →------------------------- 6. Blu →---------------------------- 7. Bianco →----------------------- 8. Nero →------------------------- 9. Viola →------------------------- 5. Tocca a te: usa i colori per descrivere un'emozione che conosci bene!

  • Qui Roma…l’istante e l’eternità

    Quanto dura un istante e quanto l’eternità’? Solo in apparenza sono quantità definite. Einstein afferma che il tempo non è affatto ciò che sembra e non scorre in una sola dimensione; quindi, il futuro esiste contemporaneamente al passato. Il calco di due vittime anonime dell’eruzione del Vesuvio, che l’archeologia ha restituito immobilizzate nel momento della morte, cristallizza l’eternità di un istante: se quell’istante entra nella storia diventa immortale. Una riflessione sul tempo, per il quale i greci usavano tre parole distinte: Aion l’eterno / Kronos  il tempo lineare e ciclico del cosmo e della vita umana / Kairos  l’attimo fuggente, l’istante da cogliere. La catastrofe di Pompei sigilla per sempre nella lava la vita di esseri umani che in un secondo escono dal loro Kronos  ed entrano nell’ Aion . Kronos  si interrompe bruscamente e gli abitanti vengono proiettati nell’ Aion  fissandovi il loro tragico Kairos .   L’eternità è nel congelamento di quell’istante che li proietta dal 79 d.C. fino a noi. Questa riflessione mi risuona dentro da quando una mostra con questo titolo mi ha condotto in un percorso fuori dal tempo e dagli schemi di quello che solitamente offre una mostra, non solo promotrice di conoscenza ma anche di emozioni e soprattutto riflessione. Allestita nel complesso archeologico delle Terme di Diocleziano dove alcune delle Grandi Aule, dopo decenni di chiusura, sono state riaperte al pubblico con una nuova fruizione all’interno del Museo Nazionale Romano ideatore del progetto Depositi (Ri)scoperti; qui venne messo in salvo il patrimonio artistico del giovane Regno d’Italia durante la Seconda guerra mondiale.  Uno spazio espositivo di dimensioni e caratteristiche straordinarie di fronte alla stazione Termini, quella centrale di Roma, che ancora ne evoca il nome perché era lì la cisterna per l’enorme quantità di acqua necessaria al più grande impianto termale di epoca romana. Uno spazio ideale quindi per entrare in rapporto con l’antichità. Ognuno di noi a Roma e in Italia in generale sperimenta il contatto con l’antico nel tessuto urbano delle nostre città, la storia è qualcosa che fa parte del nostro quotidiano perché, come scritto inaugurando questa rubrica, “sulla storia camminiamo e inciampiamo ad ogni passo” , non solo quindi sopravvivenza dell’antico ma spazi vissuti e quindi vivi. Nell’ultimo decennio si è assistito in Italia a un profondo cambiamento dell’istituzione museale, per cui questa mostra indaga la relazione tra l'uomo contemporaneo e l'antichità secondo una logica espositiva del tutto nuova, mettendo in relazione l’ istante e l’eterno, l’effimero con il durevole, il mito con il quotidiano, attraverso una selezione  di 300 reperti di eccezionale valore, alcuni appena scoperti e ancora inediti, provenienti dalle civiltà greca, romana, etrusca, italica, medievale, moderna e contemporanea. Questo   il fil rouge che collega queste opere, che ci parlano di come queste tre dimensioni del tempo siano presenti nella nostra contemporaneità e quindi nella nostra identità culturale; un affascinante viaggio attraverso il complesso legame che intercorre tra noi e il mondo antico, tra l’uomo e l’antichità, tra l’essere umano e il tempo. L'enigma che lega indissolubilmente condizione umana e tempo si riflette nelle opere che ogni civiltà antica ha lasciato di sé; opere che incarnano l’intenzione umana di sopravvivere al proprio tempo finito, di rappresentarsi, di raccontarsi. L’allestimento di ingresso è di forte impatto, i due corpi delle vittime di Pompei sono la sintesi di tutto e il titolo della prima sala: “L’eternità di un istante”. Da qui si aprono due percorsi ciascuno inaugurato da strumenti pratici per orientarsi, oggetti d’arte di varie epoche (orologi, clessidra, sestante, bussola) che testimoniano la tensione inesauribile dell’essere umano a collocarsi in rapporto a tempo e spazio, a rendere ciò che è intangibile ed eterno un’entità misurabile. Nella dimensione temporale, ora percepita come un’eternità senza confini ora come un istante puntuale, si misura l’eredità del passato. Nella sezione “La fama eterna degli eroi”, vediamo come l’arte richiama il mito quale forma di eternità. “Il Mito è qualcosa che non è mai accaduto, ma che in realtà accade sempre” (Sallustio). Non c’è un rigido mistero originario ma una profonda verità umana. Il ritratto di Omero introduce al tema della trasmissione dei miti del ciclo troiano nel mondo greco, etrusco, romano e della sua eredità contemporanea, racconti orali e poi scritti di cui gli archeologi hanno ricercato le radici storiche. Seppur riferiti a tempi remoti caratterizzati da sistemi rituali, organizzazioni sociali e codici di valori ormai enormemente distanti, i sentimenti quali l’amicizia tra gli eroi, l’amore per i familiari, le sofferenze causate dalle guerre, corruzione, seduzione, vendetta, rendono i poemi omerici racconti universali e attuali. I reperti esposti riconducono quindi al mito fondante della cultura occidentale, guerra di Troia e peregrinazioni di Ulisse, di cui è restituito nella mostra tutto il ciclo esponendo opere non contemporanee dal settimo secolo a.C. al ‘700 fino all’ arte contemporanea, non secondo una logica tipologica o cronologica bensì mescolando gli oggetti, proprio per far capire quanto il mito è eterno perché dura. Il giudizio di Paride che con una mela deve designare la più bella è nel vaso di Paros del settimo secolo a.C., nel calamaio del ‘500 di Faenza, come nel ‘700 torinese. Il nostro rapporto con il tempo passa quindi attraverso il nostro rapporto con gli antichi e il loro messaggio:  da un lato si sviluppa attraverso un lungo processo di trasmissione intellettuale e artistica che ha plasmato la nostra cultura classica, dall’altro è divenuto un legame di immedesimazione con individui che, pur se vissuti in epoche lontane, come noi hanno affrontato tutte le vicende della vita e ci trasmettono le loro emozioni e le loro esperienze attraverso voci e forme che giungono fino a noi.  “ Un’eredità culturale che ispira la nostra filosofia contemporanea. Tradizione e modernità, due facce della stessa medaglia ” (cit.: Ministro della Cultura ) Le civiltà del mediterraneo antico, con dinamiche culturali diverse, hanno lasciato tracce indelebili variamente interpretate nei secoli; gli oggetti esposti mostrano tipiche reinterpretazioni dei motivi classici, volgarmente “all’antica”, quei  soggetti decorativi che ancora oggi sono nelle nostre case e sulle nostre tavole; diverse forme, popolari o colte, di reinterpretazione moderna dell’antico, personaggi e figure mitologiche sui servizi in porcellana creati in epoca moderna, fanno tutti parte della nostra enciclopedia di conoscenza e quindi della nostra identità europea che affonda le radici  nella civiltà greco-romana; comunicazione visiva, pensiero filosofico, produzione letteraria che hanno attraversato con alterne vicende il tempo. Conclude l’affascinante viaggio una eccezionale galleria di ritratti di individui anonimi. Dal 3000 a.C. al 300 d.C. le statue neolitiche si fanno via via più precise fino a rappresentarsi come divinità che messe a confronto mostrano le analogie e le differenze tra i popoli che hanno contribuito ad annodare le radici della nostra identità europea. Svetta e sembra vegliare su tutte la grande  Kore  (fanciulla) rinvenuta sdraiata a Santorini e ancora mai mostrata al pubblico, eccezionale reperto in prestito a testimoniare la collaborazione tra le istituzioni culturali del mediterraneo. Se di tutto questo sto scrivendo oggi, a distanza di tempo da quella mostra, è perché in questi giorni più che mai qui a Roma si è fatta la storia e ognuno di noi c’era dentro, insieme a pellegrini, governanti e cardinali da tutto il mondo. Capita quindi, vivendo qui, di passare per via della Conciliazione, la strada maestra che culmina in Piazza S. Pietro, e trovarsi tra la folla che plaude all’annuncio “ Habemus Papam!” Come definire quell’istante in cui il cambiamento incrocia la storia di un singolo uomo e quella dell’umanità in cammino? In questi pochi giorni appena trascorsi dalla Pasqua, nel bel mezzo di questo anno giubilare, siamo passati dal doloroso annuncio della morte di Papa Francesco, all’attesa speranzosa, fino al gaudium magnum per la salita di Leone XIV al soglio di Pietro. Ecco Kairos : l’stante della morte e l’istante che può cambiare la storia.   Abbiamo fatto ore di fila calcando i sampietrini di P.zza S. Pietro o quelli dei Fori Imperiali per rendere omaggio al Papa che ci ha lasciato proprio il Lunedi dell’Angelo, nella Pasquetta “fuori porta” dei romani…abbiamo varcato la porta tra passato e presente, tra l’attimo dell’uomo e l’eternità della storia, mentre le nostre vite facevano il loro corso nel Kronos ; le nostre come quelle di chi ha posato quei sampietrini, gioie e dolori, gli stessi sentimenti umani di ogni ciclo di vita che si ripete come le stagioni, il tempo dell’uomo e quello del cosmo. Tutti quei volti intorno a me nella folla, tratti somatici di popoli diversi che recano le stesse espressioni davanti alle emozioni di quei momenti intensi rendono per me vive anche quelle dei marmi dell’ultima sala della mostra, dove osservando dal centro i ritratti disposti a cerchio intorno a noi ci si sente quasi osservati da loro:  “ abbiamo vissuto come voi, voi sarete come noi”. Perdersi tra la folla… perdendosi in questa riflessione... Crediti fotografici Parte delle immagini sono state estratte dal catalogo edito da Electa, partner della mostra. https://www.electa.it/prodotto/listante-e-leternita/

  • Parole italiane usate in tutto il mondo (Level A)

    1.     Bella La parola "bella" in italiano significa "bella" o "graziosa". A volte, anche in inglese, si usa la parola "bella", soprattutto in situazioni romantiche o letterarie. Grazie alla musica italiana e al cinema, frasi come "ciao bella" sono diventate popolari anche in inglese. La lingua italiana è molto bella da ascoltare, e parole come "bella" ricordano eleganza e bellezza, facendo pensare a cose belle e artistiche. Anche gli anglofoni trovano affascinante questa parola.   2.     Opera La parola "opera" viene dall'italiano e si usa in inglese per parlare di una forma d'arte che unisce musica, teatro e scenografia. La parola viene dal latino "opus", che significa "lavoro". L'opera nasce in Italia durante il Rinascimento. Compositori italiani come Puccini e Verdi hanno creato molte opere famose. Oggi, la parola "opera" si usa in tutto il mondo per parlare di tutte le opere liriche, non solo quelle italiane. 3.     Cappuccino Il cappuccino è una bevanda italiana molto famosa in tutto il mondo. In inglese, si usa la parola "cappuccino" senza cambiarla. Il nome viene dai frati Cappuccini, che indossano abiti marroni, come il colore della bevanda. Oggi, il cappuccino è molto popolare e si trova nei menu di caffetterie in tutto il mondo. Questo dimostra quanto sia famosa la tradizione del caffè italiano. 4.     Pizza La pizza è uno dei piatti italiani più famosi e amati nel mondo. La parola "pizza" è usata in tutto il mondo senza modifiche. La pizza è nata a Napoli ed è diventata molto popolare. Anche se in ogni paese la pizza può essere diversa, la parola "pizza" è sempre la stessa. La pizza è diventata un simbolo della cucina italiana nel mondo. LEGGI IL TESTO E RISPONDI ALLE DOMANDE 1.     Che cosa significa la parola "opera"? a) Un tipo di musica b) Un piatto italiano c) Una forma d'arte che unisce musica, teatro e scenografia 2.     Da cosa deriva il nome "cappuccino"? a) Dal colore della bevanda b) Dal nome di una città c) Dal colore dei vestiti dei frati Cappuccini       3.     Dove è nata la pizza? a) Roma b) Milano c) Napoli     4.     Cosa dimostra il fatto che la parola "pizza" non è cambiata in inglese? a) La pizza è un piatto molto famoso nel mondo b) La pizza è poco conosciuta c) La pizza è difficile da pronunciare 5.     Quando si usa la parola “bella”? a) Per commentare un film, un’opera d’arte o la musica b) Per mangiare c) Per criticare qualcuno

  • Qui Roma… nel Senato di Giulio Cesare si discute del Partenone

    Anno Domini 2025, siamo vicini alle Idi di Marzo e nel Senato di Cesare si discute su un problema che pone Atene; il pensiero va a lui anche se non è qui che è stato ucciso, ma siamo qui nel suo Foro Imperiale… 2500 anni dopo… e certamente lui avrebbe presenziato alla discussione, perché la Curia Iulia era il luogo da lui voluto per le questioni importanti e questa lo è. La connessione tra passato e presente qui è forte e la percepiamo tutti noi che siamo seduti in quella stessa curia, su quello stesso pavimento, intatto, a discutere del Partenone a due passi dal Colosseo. Due landmark iconici, due simboli, non solo delle capitali in cui si trovano ma delle due grandi culture che hanno influenzato tutto il Mediterraneo e l’Occidente. Possiamo quindi capire bene che se accadesse al Colosseo quello che è accaduto al Partenone non sarebbe solo una questione di marmi, ma di un simbolo. È per questo che siamo proprio qui nel cuore del Parco Archeologico del Colosseo, dove è volato da Atene il Direttore Generale del Museo dell’Acropoli insieme al Direttore della Scuola Archeologica Italiana di Atene, per fare il punto sulla questione “I Marmi del Partenone: la bellezza eterna”. La bellezza ci entra dentro senza chiedere il permesso... è prepotente la bellezza. Era il V secolo a.C., conosciuto come “il secolo d’oro”, in cui Atene raggiunse il suo massimo splendore sotto la guida di Pericle: di egemonia politica, di crescita economica e di fioritura artistica e culturale. Pericle affidò a Fidia, il massimo artista dell’epoca, la direzione del progetto che doveva esaltare in una narrazione di straordinaria bellezza i valori ateniesi, ponendoli sotto la protezione di Athena Parthenos dedicandole un tempio sul punto più alto della città. I cosiddetti “marmi del Partenone” sono quindi i gruppi scultorei dei due frontoni e i fregi bassorilievi che un tempo erano parte integrante del più importante tempio dell’Acropoli di Atene e che ancora oggi sono considerati tra i maggiori capolavori artistici prodotti dall’umanità. Da allora, 432 a.C., trasformazioni e distruzioni si sono susseguite per secoli: da Tempio a Chiesa a Moschea e persino utilizzato come polveriera dai turchi! Le membra del Partenone, come quelle di un corpo martoriato, giacenti a terra scomposte, frantumate dall’esplosione nell’assedio dei Veneziani, molte si trovano oggi sparse in Europa, soprattutto in Inghilterra e Francia, attraverso i canali più vari, acquisite con modalità più o meno legittime. Se oggi possiamo immaginare l’intera composizione originaria è solo per alcuni disegni eseguiti prima delle distruzioni dai reporter dell’epoca, che muniti di carta e matita viaggiavano al seguito di diplomatici ed esploratori. Eppure, la sacralità di quel luogo, ancora oggi, quello scheletro che si erge sull’Acropoli, pure così spogliato, esercita un fascino ed ha un valore indiscusso che va oltre l’arte e tocca questioni più profonde. La democrazia di Pericle è quella che ha ispirato tutte le attuali democrazie dell’Occidente. Le sculture di Fidia hanno costituito il modello di riferimento per tutta la scultura classica ed ebbero un’importanza enorme nella storia dell’arte europea. Purtroppo, è sopravvissuta fino a noi solo la metà delle sculture e solo la metà di queste è custodita nel Museo dell’Acropoli. L’altra metà nel 1801 prese la via di Londra per mano dell’allora Ambasciatore Britannico presso l’Impero Ottomano, il lord scozzese di Elgin, con una presunta autorizzazione (non dei greci… ma dei dominatori turchi che avevano preso il controllo del Peloponneso!).  I marmi rimossi dal tempio quindi come membra strappate al corpo (compresa una delle sei cariatidi dell’Eretteo, un’altra famiglia resa orfana…), con i fregi martoriati per dimunirne lo spessore (da 65cm a 14cm!) per agevolarne il trasporto in nave, finirono dapprima nella residenza di campagna del Lord e poi venduti al Governo Britannico sono ancora oggi esposti nel British Museum dal 1816. Questi Marmi con la M maiuscola furono uno shock dal punto di vista estetico perché non si era mai visto nulla del genere e generarono una vera rivoluzione artistica. Vennero chiamati i maggiori esperti per studiarli, vennero invitati artisti da tutto il mondo per esaminarli, tra cui anche Antonio Canova ritenuto il massimo esponente del Neoclassicismo nella scultura, soprannominato per questo "il nuovo Fidia"; fu chiesto a lui di restaurare le parti mancanti, ma si rifiutò, spiegando che quelle opere “erano opera degli artisti più abili che il mondo avesse mai conosciuto” e che “sarebbe un sacrilegio per chiunque presumere di toccarli con uno scalpello”. Lord Byron (anche lui inglese…) e altri intellettuali del tempo furono pesantemente critici su questa appropriazione. Digitare sul web “I marmi del Partenone” equivale a digitare “I marmi di Lord Elgin”, bellezza eterna ed eterna disputa. Politica ed economia, ovviamente, ma anche questioni di identità e di sovranità. Quando il conte di Elgin si prese i marmi smontandoli dal Partenone di Atene e li portò a Londra, non poteva sapere che da lì a 220 anni si sarebbe ancora parlato delle conseguenze di quell’iniziativa. Ancora se ne discute da quaranta anni senza che si sia arrivati ad una soluzione, perché il British Museum e il Governo inglese si rifiutano di restituirli, disponibili al massimo a prestarli (alla madre…!?) nonostante l’intervento dell’UNESCO che nel 1978 creò una commissione intergovernativa proprio per incentivare le restituzioni dei beni culturali acquisiti illegalmente. La sensibilità intorno al tema delle restituzioni di opere d’arte, infatti, sta cambiando e molti sforzi da allora sono stati fatti per poter riunire tutte le sculture al corpo del Partenone all’interno del Nuovo Museo dell’Acropoli, ove è custodita l’altra metà di quelle sopravvissute alle distruzioni. Non è occasionale che se ne parli oggi qui a Roma e che sia presente l’Ambasciatrice greca presso la Santa Sede, perché è dalla sensibilità dell’Italia e del Vaticano che sono partiti i due gesti esemplari che oggi costituiscono precedenti importanti: la restituzione del “frammento Falgan” dal Museo di Palermo (giunto in Sicilia ai primi dell’Ottocento con il console inglese Robert Falgan) e quella dei tre frammenti dai Musei Vaticani voluta da Papa Francesco “quale segno concreto del sincero desiderio di proseguire nel cammino ecumenico di testimonianza della Verità”. Le discussioni tra il Governo greco e il British Museum sono incentrate sul superamento di ostacoli normativi, ma il Prof. Stampolidis sta riportando il dialogo ad un livello più alto di civiltà che si converrebbe maggiormente al nostro secolo rispetto a quello dei colonialismi, perché le collezioni di certi musei occidentali sono anche frutto delle antiche dominazioni dei Paesi che ospitano quei musei.  La conferenza, mirabilmente strutturata e appassionante, ha raggiunto momenti di emozione perché toccando i sentimenti più profondi di identità e appartenenza propri di ogni individuo ne rianima la parte più nobile, che si riconosce in una comunità dove tutti si emozionano allo stesso richiamo. Non esito a riportare qui che l’emozione è diventata commozione e ci ha portato quasi ad abbracciarci tutti con lo sguardo e a scambiarla con i vicini di seduta, nel veder riconosciuta una verità assoluta e universale che è quella naturale: quei Marmi sono nati per brillare al sole dell’Ellade… non nella nebbia di Londra! Il gesto creativo produce una nascita, in un certo luogo e in un certo momento; quella è la sua identità e l’identità non può essere smembrata. Lo scopo di questo articolo non è quello di entrare nella discussione, né ha la pretesa di raccontare la conferenza (che merita di essere ascoltata per intero dalla voce del Prof. Nikolaos Stampolidis), bensì quello di portare l’attenzione su un tema che sembra riservato agli addetti ai lavori ma in realtà riguarda un cammino di civiltà su cui siamo impegnati tutti, affinché si possa dire che l’essere umano davvero progredisce. In tempi mediatici in cui si parla soprattutto della parte peggiore, le guerre e i nazionalismi connessi, siamo chiamati a non ragionare solo in termini politici ed economici ma ad alzare lo sguardo. Uscendo dalla Curia Iulia è ormai sera, a cancelli chiusi ci siamo solo noi nel Foro Romano, ancora ci risuonano dentro le emozioni e nel cielo che si è oscurato brillano “i nostri ruderi” illuminati. Mi sale dal cuore la gratitudine per chi dedica la sua vita a preservare, custodire e difendere l’identità culturale di cui siamo fatti, in particolare verso il Prof. Stampolidis che ci ha fatto volare alto e la Presidente della Dante Alighieri di Atene (Dr.ssa Mariangela Ielo) per aver operato questa connessione per cui mi sono potuta sedere ad ascoltare, tra passato e presente, nel Senato di Cesare. Approfondimenti https://colosseo.it/mirabilia/curia-iulia/ https://www.archeologiaviva.it/19731/frammento-fagan-per-sempre-ad-atene/ https://www.museivaticani.va/content/museivaticani/it/collezioni/musei/museo-gregoriano-profano/Marmi-del-Partenone.html https://parthenonfrieze.gr/en/?sn=0

  • Il Carnevale in Italia

    Cenni storici Il  Carnevale  è una festa legata al mondo cattolico e cristiano. Le   origini  sono molto remote, nel periodo pagano. Durante queste festività era  lecito lasciarsi andare,   per  dedicarsi allo scherzo e al gioco . Inoltre  mascherarsi rendeva irriconoscibili  il ricco e il povero, e scomparivano così le differenze sociali. Le maschere classiche Protagoniste del Carnevale da sempre sono le Maschere classiche più conosciute, le quali derivano da tradizioni locali che, spesso e volentieri, si sono intrecciate con il  teatro popolare . Maschere tradizionali Pare che la più antica fra queste sia  Arlecchino,  originaria di  Bergamo . Nel secolo XVI da  Venezia  arrivò la maschera di  Pantalone  e da  Napoli Pulcinella  , seguiti dal  Dottor Balanzone di Bologna . Gli altri famosi personaggi del Carnevale italiano vengono da  Torino (Gianduia), da Firenze (Stenterello), da Bergamo ancora (Brighella) e da Venezia  il personaggio femminile più famoso che è  Colombina.  Ma molte altre se ne sono aggiunte negli anni.   Carnevale a Venezia Nato come concessione di potenti ai divertimenti popolari, il Carnevale di Venezia ha una storia quasi millenaria e si compone di alcuni momenti fissi: La  Festa delle Marie , dove dodici giovani ragazze sfilano per la città e ricevono premi in ricordo del rapimento e della liberazione di dodici promesse spose ai tempi del doge Pietro Candiano III (1039). Il  Volo di Sant'Angelo , dove un acrobata si cala dal campanile di San Marco per raggiungere la piazza. Lo  Svolo del Leon , che conclude il Carnevale con un tributo al Leone Alato simbolo della città. Nei giorni di Carnevale insomma,  Venezia  torna indietro nel tempo e si ricopre di magia. Il Carnevale di Viareggio Il  Carnevale  di Viareggio  nasce nel  1873 , anno in cui viene organizzata la prima vera  sfilata di carrozze  addobbate in stile carnevalesco, che prenderà successivamente il nome di  Corso Mascherato di Viareggio . Le carrozze si trasformeranno poi, col passare del tempo, nei  carri allegoricie trionfali  – costruiti artigianalmente dagli scultori e dai fabbri viareggini – che possiamo ammirare ancora oggi in tutta la loro maestosità. Nel  1921 , la sfilata dei carri sulla  Via Regia  della  Passeggiata a mare  viene accompagnata dalla musica: una banda al completo prenderà infatti posto su uno dei carri del corteo, donando un’atmosfera tutta nuova all’evento. In viaggio per l'Italia Foiano della Chiana (Arezzo), Toscana Il Carnevale di Foiano della Chiana  è una manifestazione che si svolge annualmente a Foiano della Chiana, in Provincia di Arezzo. È uno dei più famosi e antichi carnevali italiani, essendo stati rinvenuti documenti risalenti all'edizione del 1539. Acireale (Catania), Sicilia Carnevale di Acireale  tra l'Etna e il mare Maestosi carri allegorici, fatti coinvolgere dall'allegria dei gruppi mascherati, goditi gli spettacoli serali  e. Tra i vicoli del barocco nell'incantevole 'Riviera dei Limoni'. Non perdere l'occasione di vivere questa esperienza unica! Rito ambrosiano – Milano Il Carnevale Ambrosiano si conclude il sabato successivo, chiamato "Sabato Grasso". La tradizione è collegata a Sant'Ambrogio, il patrono di Milano,  che, secondo la leggenda, chiese ai milanesi di aspettare il suo ritorno da un pellegrinaggio prima di iniziare le celebrazioni quaresimali. Per questo motivo, il periodo carnevalesco si allungò di qualche giorno. Ogni regione ha la sua tradizione Non c'è festa che si rispetti che non abbia il suo tipico dolce e a Carnevale è tempo di chiacchiere o, come vengono chiamate a Roma, di  frappe . O, ancora, di bugie . Già, perché la tipica leccornia del periodo più colorato dell'anno non ha lo stesso nome in tutta Italia: ogni regione le chiama in modo diverso: chiacchiere, cenci, frappe, sfrappe, sfrappole, manzole, bugie, galani, intrigoni, lattughe, maraviglias, fiocchi, fiocchetti. DOMANDE: • Che cos'è il Carnevale e qual è il suo significato nella cultura italiana? • Quali sono alcune tradizioni tipiche del Carnevale in Italia? • Conosci delle maschere famose del Carnevale italiano? Puoi fare degli esempi? • Domande generali sul Carnevale: • Riflettendo sulle differenze culturali: • Come pensi che il Carnevale italiano sia diverso dalle festività australiane? • In Australia esistono feste simili al Carnevale? Se sì, quali sono? • Attività creative: • Se dovessi creare una maschera di Carnevale, quale personaggio o tema sceglieresti? Perché?

  • Qui Roma… Nutella, what else…? Una storia tutta italiana

    Si può parlare di una merenda in termini culturali? Se si tratta della Nutella... Sì! Evidentemente Sì, se si celebra il suo 60° compleanno con una mostra al MAXXI di Roma, Museo delle Arti del XXI secolo, cioè della creatività contemporanea; realizzato nel 2010 su progetto vincitore dell’ archistar libanese Zaha Hadid, ubicato a Roma Nord nello storico quartiere Flaminio che si specchia nelle sue vetrate, fra le architetture di altri big dell’architettura moderna: Pierluigi Nervi (Palazzetto dello Sport) e Renzo Piano (Auditorium). Ancora Sì, parliamone, se proprio nello stesso momento in tutto il mondo il 5 febbraio si celebra il World Nutella Day, istituito nel 2007 dall’idea di una blogger americana che ha ispirato una community mondiale di Nutella lovers , devoti alla crema spalmabile eccellenza del Made in Italy e simbolo del passaggio di consegne fra le generazioni. Marchio intergenerazionale, elemento sociale e culturale, Nutella è la stessa in tutto il pianeta ed è uno dei prodotti italiani più conosciuti al mondo insieme al tiramisù, fino a diventare una vera e propria icona italiana, citata anche in film, canzoni e opere d’arte. Basti pensare che in un precedente anniversario di Nutella, il 50°, le Poste Italiane emisero persino un francobollo commemorativo appartenente alla serie tematica “Eccellenze del sistema produttivo ed economico” e nel 75° anniversario dalla fondazione dell'azienda Ferrero il Ministero dell’Economia e delle Finanze emise una moneta d’argento dedicata allo storico prodotto, coniata dalla Zecca dello Stato nella serie “Eccellenze Italiane”, con un valore nominale di 5 Euro. È infine imprescindibile per noi parlarne, se in questo stesso momento a Sydney, nell’emisfero opposto all’Italia, la Dante Alighieri Society celebra con un evento i 100 anni dalla nascita di Michele Ferrero, l’uomo che perfezionò la ricetta della pasta gianduja e introdusse non solo sul mercato ma nelle abitudini alimentari di tutto il mondo la Nutella, persino in Australia dove da una generazione all’altra regnava incontrastata la Vegemite! La Nutella è un mito italiano divenuto mito globale senza sradicarsi dalle sue origini e la Ferrero ha portato un nome italiano nel mondo, quello di un’azienda e di una famiglia italiana rimasta totalmente responsabile di questo marchio attraverso tre generazioni. Alle origini della Nutella c’è Pietro Ferrero, cioccolatiere piemontese, che a causa della guerra si trasferisce ad Alba e lì nel 1925 mette in commercio una specie di panetto di cioccolato da tagliare e accompagnare tra due fette di pane. Sembrava cioccolato ma... lo zucchero ed il cacao erano divenuti proibitivi, erano invece disponibili sia le nocciole, produzione tipica delle Langhe piemontesi, sia la melassa, un sottoprodotto derivato dalla lavorazione della birra, che conteneva una piccola percentuale di zuccheri. Da questa difficoltà, come accade per molte altre invenzioni, nasce qualcosa a cui nessun altro ha pensato. Lui trova il modo di estrarre dalla melassa la dolcezza che gli serviva, affida alle nocciole il compito del profumo ed è un successo! Si chiamerá Giandujot , nome tipicamente piemontese che richiama il gianduia, quel misto di cioccolato e nocciole già diffuso nella zona delle Langhe. Pietro continua nella sua ricerca della formula giusta per rendere il composto più morbido ed è proprio un imprevisto, l’estate torrida del 1949, che fa sciogliere il panetto rendendolo inaspettatamente spalmabile! Dopo aver perfezionato la ricetta si chiamerà “Supercrema” e sarà venduta in barattoli riutilizzabili, precursori del concetto attuale di sostenibilità. Sarà poi una legge del 1962 che vietava l’utilizzo di superlativi e accrescitivi (“super”, “stra”, “iper”) per i nomi di prodotti alimentari a decretare il definitivo successo del prodotto. Proprio dall’esigenza di modificare il nome della Supercrema nascerà il nome Nutella, unendo alla parola nut (nocciola in inglese) un -ella , diminutivo italiano al femminile che in assonanza con la parola “bella”, come accade per la mozzarella, richiama sentimenti di dolcezza e affidabilità domestica. Fu così che Michele Ferrero, erede di Pietro, nel 1964 depositò il brevetto della Nutella. Michele Ferrero è stato il talento creativo che ha trasformato una piccola azienda familiare in una multinazionale di successo creando un modello industriale, economico e sociale che consiste nel fare impresa in modo responsabile verso la società, e lo ha applicato in modo concreto senza seguire ideologie o utopie astratte. Essere local e global, cioè glocal , è la sfida del nuovo millennio, ma la Ferrero l’ha già vinta dagli anni ‘60, con un modello di marketing unico che non ha mai seguito la tendenza delle multinazionali pur essendo oggi una multinazionale. L’azienda è infatti di totale proprietà della famiglia Ferrero e non è quotata in Borsa. Libera dalla pressione dei mercati finanziari e dal raggiungimento degli utili a breve termine, la Ferrero procede ancora oggi con una visione che garantisce una crescita solida e sostenibile nel lungo termine, senza mai compromettere la qualità dei prodotti. Il prodotto e il consumatore sono rimasti sempre al centro. La visione strategica di questa impresa non è solo di marketing ma di stampo etico, mantenendo un rapporto equilibrato tra solidarietà sociale e profitto e curando molti aspetti di questa responsabilità, compreso quello di una Fondazione che nasce nel 1983 come “Opera Sociale Ferrero”, quale espressione della stima e gratitudine della famiglia Ferrero verso quanti hanno contribuito allo sviluppo dell’azienda e ne hanno condiviso i valori: lavorare, creare, donare. Non solo Nutella quindi, ma una affascinante storia imprenditoriale che merita di essere conosciuta e che riguarda molti altri prodotti Ferrero (Kinder, Ferrero Rocher, ecc.) che oggi sono sinonimo di eccellenza tutta italiana. Una grande storia che si può ascoltare nel dettaglio, sia di marketing che umano, attraverso la preziosa testimonianza resa da Rocco Perna, vissuta in prima persona quale ex A.D. di Ferrero Australia; la conferenza appena svoltasi a Sydney intitolata Michele Ferrero. L’uomo e l’imprenditore , di cui sono stati riportati qui alcuni passaggi, è fruibile per intero sul canale YouTube della Società Dante Alighieri di Sydney (link in fondo). La mostra che a Roma celebra i 60 anni di Nutella ripercorre visivamente questa storia familiare che diventa internazionale, utilizzando fotografie e materiali vari di archivio. Il racconto avviene in uno spazio espositivo fortemente simbolico, dalle forme morbide e avvolgenti che evocano la spalmabilità della Nutella, ove il visitatore è al centro di una piazza e si sente parte di una comunità che comprende ogni categoria sociale e attraversa ogni epoca. Già dall’ingresso sembra di salire tutti insieme la scala che conduce alla piazza virtuale per poi camminare sul planisfero a pavimento, ove i continenti sono definiti con simbolici tappi bianchi dei barattoli di Nutella. Sulle pareti, sinuose come una spalmata di crema, si ripercorrono in una timeline le tappe in cui ciascuno può ritrovare la sua fetta di storia, ovvero quella fetta di pane spalmato di Nutella che riconduce ad un certo vasetto o bicchiere della propria infanzia o adolescenza, secondo il marketing del momento, tutti allineati sugli scaffali in cui ognuno ritrova certamente il suo e i ricordi connessi. All’universo Nutella e ai suoi fan è dedicato il grande wallpaper firmato dall’illustratrice Francesca Gastone che in un mix di tecniche analogiche e digitali gioca con i fan di tutte le epoche di Nutella. Sulla parete di fondo l’invito a interagire lasciando un contributo, una traccia, disegnare e ritagliare, creare il proprio avatar con un messaggio, per far parte di questa storia. Un'esperienza immersiva quindi, che nel box al centro della sala diventa olfattiva: all’interno di questo è come entrare in fabbrica, le immagini della produzione scorrono e come se avessimo aperto uno di quei barattoli si effonde realmente l’aroma inconfondibile della Nutella... lo stesso di sempre, lo stesso per tutti ovunque. La suggestione multisensoriale completa così l’opera e il visitatore capisce che è parte di una suggestione comune capace di essere aggregante da un continente all’altro. Condivisione senza distinzione di razza o condizione, Nutella mette pace e buonumore ovunque. Questo il senso del gioco di parole nel titolo della mostra, che allude ai suoi elementi costitutivi joy e join , tra gioia e partecipazione: joyn! Insomma, possiamo dire che questa crema spalmabile nata in Italia oggi è amata e “spalmata” sul mondo intero! “Che mondo sarebbe senza Nutella?” Questo lo slogan che ancora oggi è sulla bocca (... e sul palato...) di molti consumatori, perché Nutella è sinonimo di gioia ed elemento di socializzazione. Quale momento migliore del 5 febbraio quindi, World Nutella Day , per celebrare questo compleanno? Quale miglior modo di accogliere i partecipanti all’evento che una merenda a base di soffici panini monoporzione riempiti di Nutella? Confesso pubblicamente che ne ho goduti tre... senza scrupoli di diete post-natalizie... ed ho provato quella stessa gioia, accompagnati dal succo di frutta, proprio come da bambina. A proposito di bambini, concludo con un aneddoto personale che conferma il mito. Quando arrivò la mia nuova vicina di casa, adorabile, ossessionata dalle diete, mia cara amica ancora oggi, ancora non avevamo i social e neanche i telefonini... ci si incontrava sul pianerottolo e sulle porte con i bambini che spingevano, curiosi, per ascoltare. Convenimmo con entusiasmo che avrebbero potuto giocare insieme, o di quà o di là, e lei per rassicurarmi che casa sua era un ambiente affidabile sfoggiò un “qui niente Nutella”. Un gelo relazionale scese sulla situazione. Tacqui per prudenza. Chiusa la porta lessi negli occhi dei miei due vivacissimi consumatori il timore del futuro e dissi: “Tranquilli, verranno loro a giocare da noi, comunque dopo colazione o merenda”. Come disse qualcuno il concetto è: “la Nutella come la Gioconda: non si tocca!”. Per sapere e guardare di più Sulla mostra https://www.youtube.com/watch?v=fTgxfjbPEIM&ab_channel=Adnkronos https://www.youtube.com/watch?v=4rAspNwVtbA&ab_channel=IlSole24ORE Sulla storia https://www.youtube.com/watch?v=q-I_S41SnCo&ab_channel=Tv2000it Sul World Nutella Day https://www.youtube.com/watch?v=qpwWWGOVsHw&ab_channel=Nutella Sul MAXXI https://www.maxxi.art/progetto-architettonico/ Michele Ferrero. L'uomo e l'imprenditore (registrazione evento) https://youtu.be/ukSDXK3ldXc

  • I dialetti in Italia. Esercizio di comprensione e abbinamento (A2)

    Mappa dei dialetti Per chi vuole imparare l’italiano e desidera viaggiare anche nei piccoli paesini italiani, è importante sapere che in Italia si parlano, oltre all’italiano, anche molti e diversi dialetti. Una grossa divisione si può fare tra i dialetti parlati al Nord Italia, al Centro e al Sud, ma la verità è che i dialetti variano da regione a regione, da città a città, da paesino a paesino. Ovviamente ci sono delle somiglianze tra i dialetti parlati nelle zone vicine, ma ognuno è unico, come si può vedere dalla mappa. I dialetti, come l’italiano ufficiale, sono nati da una mescolanza tra il latino e le lingue delle popolazioni che vivevano sul territorio italiano prima dell’arrivo dei romani. Il dialetto toscano poi si è diffuso grazie al commercio e alla letteratura e ha continuato a modificarsi fino a diventare l’italiano parlato oggi. Insieme ai dialetti, ogni paesino e ogni città in Italia conserva usi, tradizioni e piatti tipici tutti da scoprire! 1) Hai capito il testo? Esercizio di comprensione del testo: 1. In Italia si parlano: a.      Il dialetto toscano b.      Molti e diversi dialetti  c.      Tre lingue ufficiali diverse   2. I dialetti delle zone vicine: a.      Sono uguali b.      Sono diversi c.       Sono simili   3. I dialetti sono nati: a.      Dalla mescolanza di lingue romane b.      Dalle popolazioni italiche c.       Dalla mescolanza tra latino e lingue italiche   4. Gli antichi romani: a.      Sono italiani b.      Parlavano latino c.       Parlavano dialetto   5. La lingua italiana di oggi: a.      Deriva dal dialetto toscano b.      Deriva solo dal latino c.      Deriva solo dalle lingue italiche   6. Ogni luogo in Italia: a.      È uguale agli altri b.      Ha tradizioni, usi e piatti tipici c.       Ha una lingua propria   2) Esercitati con i dialetti   Ecco una lista di parole in dialetto usate in tutta Italia o quasi. Trova il sinonimo nell’italiano standard.   a.     Capa 1.  Signora b.    Sciura 2.  Ragazzo di strada c.   Scugnizzo 3.  Chiasso d.   Coatto 4.  Persona poco elegante e.   Caciara 5.  Stupido f.    Bischero 6.  Testa Articolo adattato da www.lingua.com Soluzioni: 1) 1b, 2c, 3c, 4b, 5c, 6b 2) a6, b1, c2, d4, e3, f5

  • Qui ... Caserta. Uno straordinario presepe vivente tutto da vivere

    Sembra un gioco di parole, ma è quella parola lì che fa la differenza con il comune concetto di Presepe Vivente. A partire da quella prima intuizione di San Francesco (il Santo Patrono d’Italia) a Greccio, in Umbria, è questa una forma di rappresentazione che nei secoli si  è diffusa in tutta Italia ed è costituita appunto da persone che incarnano i personaggi chiave di ciò che nella tradizione cristiana è accaduto quella notte, in quella grotta. La scena quindi prevede la Sacra Famiglia (in culla o in braccio un bambolotto, a volte un bambino vero!), i pastori, qualche angelo e al massimo i Re Magi. L’ambiente è una capanna con una stella sopra. Sono tutti fermi al loro posto e noi siamo lì per contemplarli, come è giusto che sia davanti ad un evento di così grande portata che lascia senza parole. È la sintesi del mistero del Natale. Ma se invece lo scenario si allargasse, come nel presepe tradizionale fatto di statuette e cartapesta? Allora entreremmo in un mondo di simboli e significati che ci parlano non solo di ciò che è accaduto a Betlemme, ma della vita. Questo è il presepe: fede, storia, tradizione, folklore... un condensato di divinità e umanità, un racconto straordinario. Una sintesi di questo si puo leggere nella Reading comprehension  di dicembre sul nostro Blog, dedicata appunto al Presepe, che ben spiega come questa sia una rappresentazione dove ogni figurina ha un senso (la vecchia che fila simboleggia il tempo che passa in attesa della nascita di Gesù, la Madonna stessa tesseva quando l’angelo Gabriele venne a portarle l’annuncio, ecc.). “Fare il presepe” è un’attività che nel tempo è diventata un'arte, non solo familiare ma che dà vita ad uno specifico settore di artigianato, producendo capolavori in cui l’abilità napoletana è divenuta maestra . Il Presepe napoletano nel ‘700 raggiunge l'apice proprio con i Borbone; nella Reggia di Caserta è custodito il Presepe Reale, mentre quelli domestici si custodiscono e tramandano di padre in figlio per generazioni. Qui a Caserta la passione nel fare il presepe è andata ben oltre ed ha assunto un significato e una dimensione over size  che tende a crescere coinvolgendo sempre più persone. Siamo in un territorio ricco di storia, dove le persone esprimono consapevolezza della loro identità custodendo le tradizioni; caratteristica tutta italiana che con questo Presepe Vivente esce di nuovo dall'intimità delle mura domestiche per produrre una meraviglia collettiva di proporzioni straordinarie. Immaginate di fare un viaggio nel tempo nel Regno di Re Ferdinando IV e della sua “Ferdinandopoli”, cioè in tutto quell’indotto da lui voluto che prese vita intorno alla Reggia e di cui viveva la popolazione. Qui realizzò nel Real Sito di San Leucio quello che possiamo definire il comparto industriale del suo regno, per essere autonomi nella produzione della seta partendo dall’allevamento del baco fino alla lavorazione più raffinata. La seta di San Leucio fu molto apprezzata nelle corti nobiliari europee di quell’epoca ed è famosa ancora oggi in tutto il mondo, trovandosi negli arredi di dimore prestigiose, così come a Buckingham Palace e alla Casa Bianca. Sete, broccati e frange, rifiniture per la tappezzeria di arredamento, sono ancora oggi prodotti secondo i modelli originari e si vendono nell’antico borgo. il Museo della Seta con gli antichi macchinari è visitabile nel Real Sito del Belvedere di San Leucio da cui si gode quel “bello vedere”  su tutta la valle, che scelse Re Ferdinando per la sua residenza ( https://www.belvederedisanleucio.it/ ). La concezione della Real Colonia di San Leucio, con le case per le famiglie degli operai e la sua organizzazione imprenditoriale, fu frutto della visione illuminata del Re che vi realizzò un modello di welfare,  come diremmo oggi, e di emancipazione lavorativa femminile, avveniristico per quei tempi. Nelle case operaie della Real Colonia di San Leucio c’era sempre un piccolo telaio a pedale, così che le donne anche in gravidanza potessero restare al passo, ma in tutta comodità e serenità, senza che la produzione ne risentisse. Tornando quindi al Presepe Vivente, per rappresentare tutto quel mondo ci vorrebbero molti più figuranti (cosí si chiamano i personaggi quando sono persone in carne ed ossa) e poi l’ambiente da ricostruire con tutte le botteghe, le taverne, i vari mestieri che servivano per vivere... in linguaggio cinematografico potremmo definirlo un Colossal! E se quei figuranti non fossero attori ma proprio i discendenti che di mano in mano hanno ricevuto la conoscenza dai loro padri e gli strumenti di ogni singola produzione? Ecco che tutto questo assume un valore immenso perche affonda nelle radici e le consolida, diventa un viaggio nel tempo tutto da vivere e rivivere nella comprensione dei significati perduti, un'esperienza immersiva per chi entra nel percorso guidato in cui il presepe si svolge. Non solo vivente... ma animato e coinvolgente,   dove i figuranti interagiscono tra loro e con il visitatore. Accade quindi di dialogare con un giovane ubriaco irriverente, con un mendicante che piatisce l’elemosina lamentandosi che “fanno tutti finta di dargliela” (come lui fa finta di mendicare!), con il gobbo che promette la fortuna se gli tocchi la schiena, fino ad assistere alla spettacolare sceneggiata delle giovani lavandaie che litigano e un corteggiatore che rimedia un sonoro schiaffo (a ripetizione in tutte le repliche che si susseguono!) Sono passata dal condizionale al presente  perché tutto questo a Caserta diventa realtà, con la trasposizione del presepe Napoletano del ‘700 in una avventura scenografica autentica. L’ambiente  è quello originario della Vaccheria, all’epoca villaggio di pastori, ove il Re fece costruire i locali per l’allevamento di vacche sarde. Questa era la zona in cui aveva la sua dimora di campagna (non reggia, ma nemmeno casina... bensì opera dell’Arch. Collecini, della squadra del Vanvitelli!), un luogo di pace nella natura da cui raggiungeva la cappellina dedicata a San Leucio. In questi antichi luoghi, grazie alla Pro Loco dell’Antico Borgo di Vaccheria e di moltissimi volontari ( https://www.prolocovaccheria.it/la-vaccheria.html ), prende vita da 26 anni, ogni anno a dicembre, un percorso guidato di 1 km, a volte 2, alimentato da circa 40 settori e da 150 figuranti, a volte finanche 240 (i numeri variano ogni anno in funzione della disponibilità dei volontari e di nuove idee), attraverso le vie del borgo della Vaccheria e il bosco adiacente, lungo il quale vengono ricreate scene, ambienti e visioni bibliche legate alla natività, ma soprattutto una grande varietà di mestieri, alcuni definitivamente scomparsi come l’ acconciapiatti e l’ acconciabambole , che riparavano i piatti di ceramica e le bambole di porcellana – ricordate quella che stava“per bellezza”al centro del letto della nonna? –, l’ ammaccasale che frantumava il sale grosso in sale fino... era un mestiere anche quello, o lo scrivano  che aiutava le persone ignoranti a scrivere, proprio come gli scribi  ai tempi di Gesù.   Un interessante approfondimento  è nel documento allegato “Antichi mestieri”, della Pro Loco di Vaccheria promotrice del progetto per introdurre nelle scuole la conoscenza storica delle tradizioni. Una rievocazione di particolare rilievo, ove passato e presente si ricongiungono nella produzione di San Leucio, è incarnata dalle tessitrici di   frange e passamaneria   per rifinire poltrone, divani e le celeberrime coperte in seta del “primo letto“ (era molto importante avere il corredo, quando le donne non potevano avere né un’istruzione né un lavoro come gli uomini). L’ulteriore eccezionalità di questa accurata ricostruzione animata è che i figuranti non stanno in posa, ma lavorano realmente e producono! Oggetti, arte, cibo secondo le autentiche antiche procedure ove persino il lievito naturale per fare il pane, criscito  o madre , si riproduceva gelosamente e addirittura era tramandato per testamento di padre in figlio. Qui si può riscoprire ed assaggiare tutto, nelle botteghe artigianali ricostruite lungo il percorso o nelle case lungo le vie del borgo, dove tra musicanti, balli e bancarelle si entra nel vivo nella tradizione popolare. Anche noi visitatori ci riconosciamo in quegli usi e costumi che abbiamo vissuto in casa delle nonne, e vivere questo scenario, specialmente tornando qui dall’estero, significa abbracciare le nostre radici. Entrare in questo presepe significa farne parte anche noi. Me ne rendo conto nell’atmosfera quieta e umida della sera, seguendo il percorso che attraversa il bosco: senza accorgercene siamo tutti in processione andando o tornando dalla stalla... forse come quei pastori in quella notte stellata in cui è nato quel bimbo a portare la pace. Nel silenzio interiore che si è creato, esco... e in quel momento sento che è veramente Natale. Tommaso da Celano, biografo di San Francesco, di quel 25 dicembre del 1223 a Greccio narra questo: "dopo quella veglia solenne, ciascuno tornò a casa sua pieno di ineffabile gioia" (cfr.  Vita prima , cap. XXX, 86, 479 – Vita di San Francesco ). Concludo con un doveroso e sentito ringraziamento alle meravigliose persone della Pro Loco Antico Borgo di Vaccheria, che con la loro passione realizzano ogni anno tutto questo e hanno dato sostanza a questo mio racconto fornendomi tutto il materiale storico sull’evento. Caserta merita un viaggio, specialmente a Natale. Scrivendo a questo indirizzo, troverete tutta l’assistenza di appassionati autentici italiani che custodiscono tradizioni e radici: a.raiano@agenziacampaniaturismo.it   Per vedere e sapere di più: Rai International - “Casa Italia” - Intervista al Direttore artistico del Presepe Vivente di Vaccheria (Il Presepe Vivente di Caserta è al minuto 14) https://www.raiplay.it/video/2023/12/Casa-Italia-del-22122023-bb8b655a-59ed-4c24-bc09-3e72eff73b9c.html Radio Caserta Tv - Intervista al Presidente della Pro Loco Antico Borgo di Vaccheria https://www.facebook.com/100090642165252/videos/1604851797072112 Radio Caserta Tv - intervista ai Figuranti del Presepe Vivente di Vaccheria https://www.facebook.com/story.php?story_fbid=930831075817656&id=100066723166748&rdid=bk0U6s0u3UO3TOPm# https://www.facebook.com/PresepeViventeDel700NapoletanoVaccheriaCaserta

  • Imperativo diretto e imperativo indiretto (A1/A2)

    Attività: imperativo diretto o indiretto? Clicca qui . Attività: scegli il verbo all’imperativo. Clicca qui . Attività: speaking. Clicca qui .

  • Il presepe. Reading Comprehension (A2)

    Il presepe è  una rappresentazione ricca di simboli. È una forma d’arte a tutti gli effetti e molti sono i musei nel mondo che espongono presepi antichi, soprattuto napoletani. Una delle collezioni più ricche e più grandi la si trova nel Museo Nazionale Bavarese a Monaco , ma importanti sono anche le collezioni del museo di arte sacra di San Paolo e del Metropolitan Museum di New York . L’8 dicembre, giorno dedicato all’Immacolata Concezione, segna per molte famiglie italiane l’inizio ufficiale delle decorazioni natalizie. È il momento in cui si prepara il presepe, una tradizione che, nonostante la diffusione globale dell’albero di Natale, continua a essere molto amata in tutta Italia. Un luogo simbolo di questa usanza è Napoli, dove Via San Gregorio Armeno , famosa per l’arte presepiale. Qui 365 giorni all’anno è possibile  calarsi  nella magica atmosfera natalizia ammirando e comprando oggetti e  statuine  realizzate dalle  abili  mani degli artigiani napoletani. presepe  (nativity scene)  calarsi  (dive into)  statuine  (figurines)  abili  (expert) La prima raffigurazione presepiale nella catacomba di Priscilla a Roma Quando e come è nato il presepe? La più antica  raffigurazione  della Vergine con Gesù Bambino l’ha dipinta un’artista  ignoto  all’interno di una nicchia della Catacombe di Priscilla a Roma. Tuttavia, la tradizione del presepe come la conosciamo oggi nasce con San Francesco d’Assisi nel 1223, quando realizzò una scena vivente della Natività in un bosco a Greccio. Da quel momento, questa forma d’arte religiosa si diffuse rapidamente. Tra le prime opere abbiamo l’”Oratorium praesepis” di Arnolfo di Cambio, conservato a Roma nella Basilica di Santa Maria Maggiore e  risalente  al 1289. raffigurazione  (depiction )  ignoto  (unknown )  risalente  (dating back) Il presepe di Greccio, nella Basilica superiore di Assisi, Giotto Nel corso del Cinquecento il presepe  si ampliò . La rappresentazione si arricchìdi nuovi personaggi e dettagli narrativi, come la scena dell’Annuncio ai pastori e l’osteria (quella dove Maria e Giuseppe non avevano trovato  alloggio ) con gli  avventori  che banchettano all’aperto, i suonatori e i ballerini. si ampliò  (expanded)  alloggio  (shelter )  avventori  (diners) L’Oratorium praesepis di Arnolfo di Cambio Il Settecento fu il secolo d’oro del presepe, che uscì dalle chiese per entrare nelle case aristocratiche, assumendo caratteristiche e ambientazioni diverse a seconda  delle regioni: dalle figure in cartapesta  dei presepi pugliesi a quelle in legno  dei presepi trentini, fino allo sfarzo  e l’ambientazione urbana del presepe napoletano. Mentre quello delle Marche è ambientato in campagna e la natività è posta dentro una grotta di  pescatori . Tipica dei presepi romani è, invece, la presenza di casali rustici,  locande  e rovine  di acquedotti.   ambientazione  (setting )  a seconda  (depending on )   cartapesta  (papier mâché)  legno  (wood)   sfarzo  (glitz)  pescatori  (fishermen)  locande  (inns) Nel corso dei secoli i personaggi del presepe sono aumentati. A Maria, Giuseppe, Gesù bambino, il bue e l’asinello si sono aggiunti personaggi del mondo profano  pastori , animali, venditori, tutti con un valore altamente simbolico. Ecco alcuni personaggi tipici del presepe napoletano. pastori  (sheperds) Il presepe napolentano nella Reggia di Caserta Benino , il pastorello che sogna il presepe;  il  vinaio , simbolo dell’Eucaristia;  Cicci Bacco   retaggio  delle divinità pagane;  il pescatore che  ricorda simbolicamente San Pietro, pescatore di anime;   la  zingara , giovane donna, con vesti rotte ma  appariscenti , che  prevedendo  il futuro, predice la passione di Gesù;  la  meretrice , che rappresenta il contrasto tra sacro e profano, si colloca nelle vicinanze dell’ osteria  e infine  i venditori che sono  almeno dodici, e rappresentano i mesi dell’anno: Gennaio  macellaio  o salumiere; Febbraio venditore di ricotta e formaggio; Marzo  pollivendolo  e venditore di uccelli; Aprile venditore di uova; Maggio rappresentato da una coppia di sposi con un cesto di  ciliegie  e di frutta; Giugno panettiere o farinaro; Luglio venditore di pomodori; Agosto venditore di  cocomeri ; Settembre venditore di fichi o  seminatore ; Ottobre vinaio o cacciatore; Novembre venditore di castagne; Dicembre  pescivendolo  o pescatore. vinaio  (vintner)  retaggio  (legacy)   zingara  (gipsy)  appariscenti  (flashy)  prevedendo  (forseeing)  meretrice  (prostitute)  osteria  (inn)  macellaio  (butcher)  pollivendolo  (poultry seller)   ciliegie  (cherries)  cocomeri  (watermelons)  seminatore  (sowe)  pescivendolo  (fishmonger) --------------- Domande a risposta aperta Perché l’8 dicembre è importante per la tradizione del presepe in Italia? Qual è il contributo di San Francesco d’Assisi alla storia del presepe? Quali sono le differenze principali tra i presepi delle varie regioni italiane? Che significato simbolico ha il personaggio del vinaio nel presepe napoletano? Quali musei ospitano importanti collezioni di presepi nel mondo? Domande Vero o Falso Via San Gregorio Armeno a Napoli è famosa per i suoi presepi tutto l’anno. La prima raffigurazione della Natività si trova in un affresco di Botticelli. Nel Cinquecento il presepe si arricchì di nuove scene come l’Annuncio ai pastori. Il presepe napoletano si distingue per la semplicità e l’uso di materiali poveri. La collezione presepiale più grande al mondo si trova a Monaco di Baviera.

  • Qui Roma... passeggiata notturna incontrando Botero

    Ma perché... proprio di notte? Perché le sculture immerse nella luce del giorno sono oggetti che la riflettono, mentre immerse nel buio e appena sfiorate dalla luce diventano materia viva da accarezzare, da toccare, con lo sguardo o con le mani. Per questo Antonio Canova (che non ha bisogno di presentazioni) riceveva i committenti nel suo laboratorio soltanto di sera, il che ai suoi tempi significava “al lume di candela”. Appuntamento quindi alle 21:30 in centro (una sfida alla pigrizia del dopo cena) per incontrare otto sculture monumentali del grande artista colombiano installate in cinque piazze lungo un percorso da Piazza del Popolo a Piazza Venezia, dove a Palazzo Bonaparte la conoscenza della sua opera si completa con la mostra della sua produzione anche pittorica. Lui non c’è più, ma ci ha lasciato la sua arte. Secondo Fernando Botero, come riporta la figlia Lina, curatrice della mostra: “l’arte deve produrre sopra tutto piacere ed essere un’oasi di gioia nelle difficoltà quotidiane, per questo bisogna portarla in mezzo alla gente”. Dal museo alla strada, quindi, per essere incontrata, guardata, toccata, per riflettere sulle sensazioni individuali che provoca e sul messaggio collettivo che manda. Ecco il perché di una “mostra diffusa” concepita in modo che le sue opere si mescolino alla vita nei luoghi iconici di Roma, connessi da una mappa digitale che facilita il coinvolgimento spontaneo con la mostra e la scoperta dell’artista, rendendo l’arte accessibile a tutti. Siamo venuti quindi nel cuore della Capitale, nel fulcro del tridente che spartisce su tre strade il flusso della movida dello shopping, della moda, tra grandi firme e fast fashion , artigiani e fast food; perché di sera tutto questo si placa, l’architettura impregnata di storia diventa scenografia e le piazze si fanno cornice alla scultura. È qui che inizia il nostro tour, davanti alla coppia di chiese gemelle (così sembrano ma è un’illusione prospettica), nella piazza che in epoca romana antica era l’ingresso alla città per chi proveniva da nord lungo la Via Flaminia, al centro l’obelisco che celebrava la conquista dell’Egitto, dove ancora oggi si celebrano manifestazioni, comizi, concerti e l’inizio del nuovo anno: cioè, la vita. Anche “Adamo ed Eva” si incontrano qui davanti all’obelisco, la coppia all’origine di tutto, della storia umana e della nostra passeggiata con una guida d’eccezione: l’assessora alla Cultura del Municipio Primo (Roma Centro) in persona, Giulia Silvia Ghia, storica dell'arte, che sottolinea come questa mostra sia il tributo della Capitale al Maestro scomparso un anno fa e che queste sculture finora già esposte in 25 città del mondo fosse giusto che arrivassero qui, nella città che lui amava profondamente, tanto da considerare l’Italia la sua seconda patria. Le due sculture l’una di fronte all’altra si guardano, sembrano comunicare tra loro in un gioco di sguardi e non detti che solo loro, come una vera coppia, possono comprendere a pieno, lasciandoci partecipi ed estranei nello stesso tempo. Calma ed eleganza, volti tranquilli e ieratici, nudi, in pose che sottolineano la loro umanità e vulnerabilità. Dettagli anatomici minimali ma efficaci. Sculture iconiche che trasmettono serenità. Il tema della creazione dell’uomo rivisitato in chiave moderna. Il tratto dell’artista che lo rende unico e riconoscibile a tutti è l’esagerazione del volume, forme allargate non solo nello spazio ma nel tempo come strumento per esplorare temi profondi e universali, figure dilatate che giammai potrebbero essere confuse con l’aggettivo “grasso”: il volume è spazio che si espande ad occupare la mente. La sua dichiarazione artistica è potente al punto da definire uno stile: “Boterismo”. Lo riconosciamo pienamente espresso quando a metà di Via del Corso incontriamo il “Cavallo”: le sue forme sono voluminose e morbide, come gonfiate per esprimere potenza in contrasto con la posa docilmente umana con la testa abbassata, potere e nobiltà, monumentalità e solidità. Più avanti, il “Gatto” troneggia composto a Campo Marzio e con lo stesso linguaggio esprime ironia e giocosità, un altro aspetto della vita. In tutte le piazze che raggiungiamo nella nostra passeggiata ogni opera ci induce alla riflessione. La “Donna seduta” (bronzo del 1991) davanti al Palazzo di Propaganda Fide – Botero davanti a Bernini e Borromini – è privata degli avambracci e della testa per valorizzare il volume e focalizzare l’attenzione sulle parti del corpo, sui dettagli: un piede ciondolante, l’altro che non è sotto la coscia ma attraversa la carne quasi come farebbe un’arma. Qui, turbati da quelle mutilazioni, sperimentiamo come il linguaggio dell’artista ci raggiunga anche nella nostra sensibilità individuale stimolata dal contesto contemporaneo, e nel confrontarci troviamo un comune riferimento alla sofferenza delle guerre in corso, forse anche ad una preghiera, per la collocazione della donna ai piedi della colonna dell’Immacolata concezione, su cui si erge la Madonna e il suo mistero. Ma questo, Botero non lo aveva previsto. Ove non vi sono dubbi è che le figure femminili delle sculture successive siano il suo messaggio provocatorio contro il body shaming . È il linguaggio con cui Botero denuncia temi sociali. La più affascinante ed emblematica compare per ultima, quindi quasi a mezzanotte, tra le luci notturne di Piazza S. Silvestro deserta. “Donna seduta” (bronzo del 2000), è pacifica e composta, in un momento di contemplazione, sfida le convenzioni estetiche tradizionali inducendo una riflessione su abbondanza e benessere. Mi preme svelare che le parole che ho usato fin qui non sono tutte mie, ma lo sono diventate nel riconoscere attraverso di esse le mie percezioni. Invito caldamente chi sta leggendo incuriosito ad entrare nel linguaggio dell’artista ascoltando Costantino D’Orazio (guarda il video, clicca QUI ), storico dell’arte di massimo rilievo che rende l’arte accessibile a tutti, proprio come la voleva Botero. Le parole degli esperti, ora in particolare della nostra guida, ci aiutano a decodificare le sensazioni che proviamo mentre scopriamo ad una ad una le sculture. Sensazioni condivise camminando per le strade semideserte. Un’esperienza imparagonabile a quella di un museo. Ora è troppo tardi per salire al Pincio ad ammirare le ultime due: “Venere dormiente” e “Donna distesa”. La comitiva si scioglie, ma non le emozioni che continuano a risuonarmi dentro, ormai non posso fare a meno di scoprire tutte le sculture prima che la magia scompaia: l’indomani è improrogabilmente l’ultimo giorno della mostra perché scadono i permessi di installazione. Il bronzo con cui sono realizzate le sculture conferisce loro imponenza e assicura durabilità, a fronte però di un peso considerevole che ha reso particolarmente impegnativa l’installazione sul suolo romano, notoriamente delicato perché poggia sugli strati precedenti di storia millenaria. Devo tornare assolutamente e questa volta lo faccio di giorno. Ormai allenata alla maratona artistica, da Piazza del Popolo passo a salutare “Adamo ed Eva” e risalgo tutta la scalinata del Valadier secondo una delle più celebri passeggiate di Roma per raggiungere la terrazza del Pincio, ove risplendono le due “Reclining women” sdraiate davanti al panorama della città in tutto il suo splendore, proprio come farebbero due donne totalmente rilassate al sole: Venere dorme, grazia e bellezza, sottile erotismo, nell’abbandono del sonno c’è appagamento e dilatazione delle forme. Sto toccando con mano l’effetto diverso delle sculture il giorno dopo: alla luce del sole, immerse tra la gente, un musicista di strada e i rumori della città sottostante. Giorno e notte mettono a confronto le sculture con luce diversa, la realtà è che mi hanno catturata in entrambe le situazioni ma nulla ha più eguagliato quella prima magia. Quindi infine va detto, aveva ragione il Canova! Le Sue opere uscite dal laboratorio risplendono ancora oggi in piena luce qui a Roma, ma il primo incontro, quello più intimo con le emozioni, quello in cui ci si innamora, va fatto a lume di candela... È nell’ABC di ogni relazione. Questo è il senso pienamente raggiunto di questa raffinata operazione del Primo Municipio (nel link riportato sotto le parole dell’assessora), cui va il ringraziamento di noi fortunati romani per questa passeggiata notturna di cui ho cercato di far arrivare un’eco in Australia. Per saperne di più: https://www.comune.roma.it/web/it/notizia/botero-a-roma-mostra-diffusa-2024.page https://www.turismoroma.it/it/eventi/botero-roma

The Dante Alighieri Society Sydney acknowledges and pays respect to past and present traditional custodians and elders of this nation, and to the continuation of cultural, spiritual and educational practices of Aboriginal and Torres Strait Islander peoples.

Dante Alighieri Society Sydney

enquiries@dantealighieri.com.au

41 Carranya Rd

Riverview 2066 NSW

Australia

  • alt.text.label.Facebook
  • Instagram
  • alt.text.label.Twitter
  • LinkedIn
  • alt.text.label.YouTube

About

Membership

Learn Italian

Receive our Newsletter

Contact Us

bottom of page