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  • "The Forgotten Front" - Intervista SBS Cristiana Palmieri e Paolo Soglia.

    Ascolta l'intervista a Paolo Soglia e Cristiana Palmieri sul canale SBS "The Forgotten Front", un documentario girato nel 2020 da Lorenzo K. Stanzani e Paolo Soglia, racconta la guerra degli Alleati sulla linea Gotica tra il 1943 e il 1945, l’occupazione tedesca della città di Bologna e la lotta di resistenza e liberazione condotta dai partigiani e dalla popolazione che li sosteneva. https://www.sbs.com.au/language/italian/it/podcast-episode/resistenza-a-bologna-il-fronte-dimenticato/z7unb0oii

  • The Forgotten Front

    “The Forgotten Front” è un documentario sulla Resistenza a Bologna, la più grande città del nord Italia sulla linea del fronte, che racconta la guerra degli alleati dal 1943 al 1945 sulla linea Gotica, l’occupazione tedesca della città durante la Repubblica di Salò e naturalmente la lotta di Liberazione condotta dai partigiani e dalla popolazione che li sosteneva. Il titolo The Forgotten Front, il fronte dimenticato, rievoca l’espressione che usò il New York Times l’11 dicembre 1944, quando l’avanzata alleata in Italia si fermò per molti mesi, congelata dall’inverno, lasciando alla Resistenza l’onere di combattere i nazifascisti sul terreno mentre americani e sovietici procedevano velocemente verso Berlino dalla Francia e dall’Europa orientale. Presentato in collaborazione con l'Istituto Italiano di Cultura, NIAWA,e la Dante Alighieri Society, Sydney, il documentario sarà in versione italiana con sottotitoli in inglese. Introduce: Cristiana Palmieri. Q&A con gli autori Lorenzo K. Stanzani e Paolo Soglia in collegamento dall'Italia. Per registrarsi contattare iicsydney@esteri.it 27 APRILE 2023 - 6PM ISTITUTO ITALIANO DI CULTURA 4/125 YORK ST SYDNEY

  • BBC Online - How our brains cope with speaking more than one language

    Speaking a second or even a third language can bring obvious advantages, but occasionally the words, grammar and even accents can get mixed up. This can reveal surprising things about how our brains work. Read the full article here: https://www.bbc.com/future/article/20220719-how-speaking-other-languages-changes-your-brain?ocid=ww.social.link.facebook

  • Premio Favinio. I sei testi vincitori

    Sydney, 7 aprile 2023 ANNUNCIATI I VINCITORI CONCORSO FAVINO 2023 Giuria formata da: Concetta Cirigliano Perna (coordinatrice) Antonella Beconi Robert Farotto Andrea Tenconi Risultato finale su cui ha convenuto la giuria: 1. Caro Matteo: Matthew Rivera (Sydney Grammar School) ex aequo con Il futuro: Come lo vedi? Danial Pacey (Sydney Grammar School) 2. Per voi, nel futuro: Nicholas Chang (Sydney Grammar School) ex aequo con Un diluvio senza fine Jahani (manca il cognome ) (Sydney Grammar School) 3. Che ne è del presente di Linus Richter, studente Dante Alighieri (NZ) ex aequo con Ciclo Ondoso Alyssa Brown, Presbyterian Ladies’ College, Croydon La consegna dei premi avverrà durante la nostra serata conviviale di domenica 23 aprile

  • Winners of the Premio Letterario Tommaso Favino

    1st prize (ex aequo) Caro Matteo Matthew Rivera (Sydney Grammar School) Il futuro: Come lo vedi? Danial Pacey (Sydney Grammar School) 2nd prize (ex aequo) Per voi, nel futuro Nicholas Chang (Sydney Grammar School) Un diluvio senza fine Jahani (Sydney Grammar School) ​ 3rd prize (ex aequo) Che ne è del presente Linus Richter, studente Dante Alighieri (NZ) Ciclo Ondoso Alyssa Brown, Presbyterian Ladies’ College, Croydon The prizes will be awarded at an event to be held on April 23, 2023 in Sydney.

  • Qui Assisi... Qui Francesco. Attualità del pensiero francescano

    Sì, Francesco ancora ci parla. Dopo 800 anni, il suo pensiero è quanto mai attuale. Francesco ha cambiato la storia, il nostro modo di stare al mondo, e può farlo ancora oggi. Francesco è il Santo Patrono dell’Italia. Francesco ci identifica come popolo. Sui quattro fronti del Palazzo della Civiltà Italiana a Roma è scolpita a caratteri cubitali questa iscrizione: “Un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori, di trasmigratori”. Bene, se c’è qualcuno di cui abbiamo in abbondanza sono i Santi. Ne abbiamo talmente tanti che ce ne è uno per ogni paese e ogni chiesa; questo naturalmente non significa che siamo un popolo santo... ma che le fonti di ispirazione sono tante e le custodiamo, anche nel nome dei nostri figli. Ognuno ha il suo preferito, ogni paese ha il suo santo patrono e un po' per venerazione, un po' per tradizione, questo dà vita alle meravigliose feste popolari che animano tutta la penisola durante tutto l’anno. Reliquie e spoglie mortali non sono rare, ma tanto clamore quest’anno per Francesco ha il suo perché. A 44 anni, otto secoli fa, nella notte fra il 3 e il 4 ottobre del 1226 Francesco abbracciava “sorella morte” e il 16 luglio 1228, dopo appena 2 anni, veniva canonizzato da Papa Gregorio IX. Da quel momento... San Francesco. Santo subito. Quest’anno le sue spoglie per la prima volta e solo per un mese, a marzo scorso, sono state espostepubblicamente ad Assisi. Per sostare un minuto davanti a Lui, mediante un complesso quanto perfettamente funzionante sistema di prenotazione e gestione sono passate, arrivando da Italia/Mondo, 750 persone ogni mezz'ora: le lunghe attese composte nella grande piazza si fanno silenziose appena varcata la soglia della basilica; qui si entra in un’altra dimensione, quella del cielo stellato blu e oro e degli affreschi della scuola di Giotto che ripercorrono sulle pareti tutta la sua vita, e mentre vi passiamo accanto, in fila, ci accompagnano da Lui. Parlo in prima persona e al presente, come se fossi lì adesso, perché non l’ho immaginato né sentito raccontare... c’ero anch’io tra loro; è un’emozione che non passa, resta attuale come Lui. Vi posso assicurare che quando mi sono trovata davanti a quelle ossa, ricomposte sulla nuda terra in una teca di cristallo, mi sono sentita interrogata sul presente. In quel momento ho sentito che la piccola statura dei suoi resti mortali si misurava con la grandezza dell’eredità trasmessa. Una persona muore ma quello che ha detto continua a vivere, il bene che ha fatto diventa contagioso, il suo ricordo non resta nel passato ma prende carne nelle scelte di chi resta e da lì può nascere qualcosa di nuovo, un gruppo, una storia, un movimento, un cambiamento, nel caso di Francesco una vera rivoluzione. Una rivoluzione gentile attraverso scelte radicali e controcorrente. In un’epoca impostata sulle gerarchie, Francesco e i frati scelgono di vivere come fratelli, tutti uguali, in una porzione di terra piccolissima (la “porziuncola”); la parola “frate” nasce così, inventata da Lui. Stabilisce per loro delle regole di vita essenziali e con quelle si presenta a Roma dal Papa Innocenzo XIII che riconoscendo in lui la figura capace di rinnovare la Chiesa gli accorda il permesso di praticarle e predicarle, quando fino ad allora potevano solo preti e monaci; in quel periodo, in cui la Chiesa parlava di diavolo, rogo e peccati, le prediche di Francesco erano invece spettacoli di strada gioiosi che parlavano di fratellanza e risvegliavano la parte migliore dell’uomo. In un’epoca in cui si discuteva se la donna avesse un’anima lui accoglie Chiara (poi Santa Chiara) e le Clarisse come sorelle, da pari a pari, donne che decisero liberamente il loro destino sottraendosi alla volontà paterna e ai ruoli imposti dallo schema sociale. Decidere da sé la propria vita contro le strategie della famiglia, in un ambiente aristocratico dove il matrimonio era alleanza e patrimonio, era una libertà impensabile. Durante la quinta crociata Francesco parte e raggiunge i crociati in Egitto all’assedio di Damietta, non per combattere o benedire la guerra, ma nel tentativo di fermare la violenza e cercare una via di pace parlando del Vangelo sia ai cristiani che ai musulmani; rischiando la vita giunge al cospetto del Sultano Malik al-Kamil, nipote di Saladino, con cui parla a lungo: un primo esempio di dialogo interreligioso, il dialogo come atto di coraggio, ciò di cui oggi abbiamo bisogno per evitare un'escalation dei conflitti di idee o di interessi. Francesco propone così un modello di missione basato sulla parola e non sulle armi, un approccio rivoluzionario per l'epoca. L’eredità del suo pensiero è concreta e sconfinata. La sua invenzione per incarnare la natività e farne esperienza viva, il presepe, la sua Betlemme nel borgo di Greccio, in quella notte del 24 dicembre 1223, ancora oggi è nelle case di tutto il mondo cristiano a Natale. Nei suoi ultimi giorni di vita, ormai quasi cieco, compone una poesia usando la lingua volgare, quella del popolo, accessibile a tutti, con una metrica strutturata come una canzone, che diviene una preghiera cantata. Con il suo “Cantico delle creature” nasce il concetto di Lode, dopo di lui sono fiorite ovunque confraternite che componevano lodi e ancora oggi il Cantico viene rievocato con cori stupendi. Uomo di riconciliazione in tempi difficili, ormai in fin di vita, aggiunge un’ultima strofa al Cantico, versi per la pace, che parlano alla coscienza di chi è in un conflitto. Il suo messaggio di fraternità è cosmico, si estende non solo agli animali ma a tutti gli elementi della natura, il sole, la luna, le stelle... persino “sorella morte” non gli fa paura, ma fa paura la morte seconda, quella dell’anima, di chi non muore in pace. Francesco conduce così la società dell’epoca ad allargare lo sguardo oltre l’uomo, al creato che lo circonda, e i pittori iniziano ad inserire il paesaggio come sfondo quando ancora i soggetti si stagliavano su fondo piatto in oro. Dante lo richiama in vari canti e lo pone nella Rosa dei Beati. Il legame fraterno con tutte le creature e la pace interiore sono quindi i cardini del messaggio francescano, ma a causa dello stereotipo derivante dall’iconografia popolare più diffusa (S. Francesco che parla agli uccelli o stringe la zampa al lupo...) Francesco può essere facilmente percepito come una figura ascetica e svincolata dalla realtà. Tutt’altro! Figlio di un ricco mercante, Francesco era più che mai esperto e consapevole dei meccanismi del guadagno, del modo di spenderlo sia per godersi la vita che per investire e farne altro; ma ebbe chiara la visione di un’economia diversa e il coraggio di attuarla spogliandosi di tutto, aprendo così ad una riflessione nuova sull’uso dei beni, sul valore delle relazioni e sulla circolazione della ricchezza. Rileggendo la figura di Francesco non solo come protagonista della storia religiosa medievale, ci si accorge di come il pensiero francescano abbia avuto un ruolo nel trasformare l’idea stessa di economia: dalla rivalutazione della figura del mercante nel Medioevo fino alla nascita dei Monti di Pietà e all’attualità delle banche di comunità e delle forme di credito cooperativo, i frati hanno contribuito a promuovere un modello economico fondato sulla fiducia, sulla responsabilità e sull’investimento socialmente produttivo, opponendosi alla logica sterile dell’accumulo. Il Papa che per primo ha scelto il suo nome, quale segno spirituale e politico, ha richiamato ad una chiesa più povera con gesti di sobrietà e un atteggiamento diverso dal rituale tradizionale, ma ha anche avviato una iniziativa concreta per mettere in moto un cambiamento che attualizzi l’eredità del modello francescano: “The Economy of Francesco" (EoF) è un movimento internazionale voluto da Papa Francesco che riunisce giovani economisti, imprenditori e agenti vari del cambiamento per ri-animare l’economia, nel senso di ridarle un'anima, ispirandosi a San Francesco. Nel 2020, superando le difficoltà organizzative imposte dalla pandemia, li ha riuniti quindi ad Assisi per costruire un nuovo modello di economia basato su fraternità, giustizia e sostenibilità. Un anno prima, invitandoli, aveva lanciato un’alleanza educativa globale: il “Global Compact on Education” con cui chiedeva a tutti di unire gli sforzi affinché l’educazione generasse pace, giustizia e accoglienza tra i popoli. La conferenza ha visto ad Assisi la partecipazione di duemila economisti provenienti da 115 paesi differenti; poi, nel 2024, segue l’atto costitutivo della nuova Fondazione “The Economy of Francesco” con il compito di “far comprendere e diffondere un pensiero economico differente che racchiuda i valori di prossimità, circolarità, sussidiarietà, etica, fraternità ed equità. La Fondazione fa da centro di coordinamento muovendosi su tre principali aree di intervento: studio e ricerca; impresa e innovazione; formazione e cultura” (cit. Vescovo di Assisi, Pres.EoF). Fatti, non parole. Papa Francesco ha lasciato il suo segno e lo ha reso indelebile conferendo l’incarico al Vescovo di Assisi e al comitato EoF di custodire il processo avviato. Un processo di cambiamento in comunione di intenti non solo tra quanti hanno la fede, ma tra tutti gli uomini di buona volontà, al di là delle differenze di credo e di nazionalità, mirato a realizzare un'economia più giusta, inclusiva e sostenibile, centrata sul bene comune, la lotta alla povertà e la custodia del creato. Sembra utopistico... ma è sotto gli occhi di tutti che è proprio questo di cui il mondo ha bisogno: pace e giustizia sociale sono i temi cardine delle sfide attuali per una convivenza più umana. Ora facciamo il punto: dal “poverello di Assisi” che agli inizi del 1200 aveva preso una netta distanza dal denaro... si è arrivati nel 2020 ad “Economy of Francesco”. Per rendere comprensibile l’apparente paradosso non posso di certo cimentarmi io, ma mi è stato utilissimo ascoltare i contenuti del convegno “Francesco e l’economia” (nell’ambito della rassegna “Francesco ha gli occhi tuoi”, una tra le tante iniziative per l’ottavo centenario), che ha fatto spaziare la mia mente su concetti difficili, con relatori di altissimo livello ma un linguaggio alla portata di tutti (in pieno spirito di umiltà francescana…). Ecco il link per rivedere l’incontro: https://www.youtube.com/live/pQVibFg8kTA?si=HiNL3r3lzi-ZvhxR È un po' lungo, ma vi invito ad indossare le cuffie mentre fate altro che non occupi la mente e vi sorprenderete di come un’economia che serve l’uomo, e non il contrario, parta proprio da Francesco. Concretamente realizzabile e non solo astrattamente ipotizzabile. In tutto ciò, Assisi fa da sfondo a questi ragionamenti e accoglie le folle nella sua compostezza senza trasformare tutto in fiera; con le sue case medievali, i vicoli, le piazze, le chiese, le botteghe, svetta sul paesaggio della campagna umbra e da secoli è simbolo e messaggio di un umanesimo della fraternità. Questa volta non l’ho camminata tutta, non ho sostato, non ho assaggiato nulla, svegliata e partita presto per mettermi in fila sono rientrata a Roma la sera; questa volta sono andata ad Assisi solo per incontrare Francesco. Per approfondire: Alessandro Barbero - La rivoluzione di Francesco d'Assisi https://francescoeconomy.org/it/ https://www.vatican.va/content/francesco/it/letters/2019/documents/papa-francesco_20190501_giovani-imprenditori.html

  • In viaggio (Livello A1)

    Cruciverba Orizzontali 3 Raggiungere la destinazione di un viaggio. 6 Spostamento da un luogo a un altro, spesso per piacere. 8 Luogo vicino al mare dove si prende il sole. 12 Messaggio breve inviato da un luogo di vacanza. 13 Andare via da un luogo per iniziare un viaggio. 14 Gita a piedi o in bicicletta durante una vacanza. 15 Luogo dove si va in vacanza. Verticali 1 Veicolo usato per viaggiare e dormire. 2 Il giorno prima di oggi. 3 Luogo dove si dorme in viaggio. 4 Quando cade l’acqua dal cielo. 5 Luogo alto, spesso visitato per escursioni. 7 La mattina di oggi. 9 Periodo di riposo lontano dal lavoro o dallo studio. 10 Regola che indica che una cosa non è permessa. 11 Condizioni atmosferiche (sole, pioggia, vento…). Soluzioni

  • Qui Roma... Lusso cultura e storia in mostra: “Cartier e il mito”. Heritage Cartier Collection ai Musei Capitolini

    Parlando di gioielli il lusso è implicito, ma non solo quello se si parla di Cartier: “il gioielliere dei Re e il Re dei gioiellieri”. Così lo definì nel 1904 Re Edoardo VII del Regno Unito, concedendo al primo negozio londinese la royal warrant , l’ambito riconoscimento di eccellenza reale, nominandolo così suo fornitore ufficiale; altrettanto faranno altre corti europee, tra cui l’Italia. Louis-François Cartier aveva fondato l’omonimo negozio rilevando la bottega artigiana in cui lavorava nel 1847 a Parigi, ma fu suo figlio Alfred e i tre nipoti Louis, Pierre e Jacques a trasformare la piccola azienda familiare del nonno in un brand celebrato in tutto il mondo, un impero del lusso con sedi a Parigi, Londra e New York. Tra i loro clienti c’erano le case reali dell’epoca, le famiglie aristocratiche di tutta Europa, i miliardari americani, i maragià indiani e poi le stelle di Hollywood. La maison Cartier d iventa particolarmente famosa nel 1856, quando la principessa Matilde, nipote di Napoleone I e cugina dell'imperatore  Napoleone III,  compie i suoi primi acquisti da Cartier. Nel 1859 l'imperatrice Eugenia , sua moglie, diventa cliente della boutique e inizia quella tradizione di re, regine e imperatori che caratterizzerà tutta la storia della Maison,  che da una piccola bottega parigina arriverà a  definire l'estetica del lusso mondiale. Un lusso quindi che può raccontare storie... e fa storia.   Se ne potrebbe  fare una lunga lista a partire dai 27 diademi di brillanti ordinati dalla nobiltà britannica per l'incoronazione di Edoardo VII, proseguendo con la collezione personale della regina Elisabetta tra cui la tiara della Regina Madre, con i ben due anelli di fidanzamento donati dal Principe Ranieri III di Monaco a Grace Kelly, con gli orecchini indossati dalla Principessa Diana   in occasione della sua visita ufficiale in Australia, con l’orologio di Jacqueline Kennedy, la collana di diamanti e rubini di Elizabeth Taylor... e si potrebbe continuare...   Jean Cocteau ,  Romy Schneider ,  Alain Delon , Gary Cooper ... Per comprendere quali siano i fattori che hanno determinato tale ascesa occorre osservare due vicende che combaciano, in primis il modus operandi  della maison Cartier che cambia il senso del rapporto con il mestiere orafo e il valore che si dà alla cultura, oggi così desueta e messa in discussione e, parallelamente, il  contesto storico. La maison nasce nella Francia di Napoleone III che va al potere, mostrandosi come il cuore pulsante di quell’Europa che deve tornare all’ Ancien Regime  e da quel punto di vista vuole anche fondare l’ultimo degli imperi di Francia. In quel ventennio di nuovo impero c’è un’ultima stagione di gotha aristocratico che viene nel segno del Grand Tour e di una cultura che già dalla fine del ‘700 aveva visto i viaggi in Europa come viaggi colti di conoscenza e di esposizione visiva alle bellezze del mondo classico. All’interno di quella stagione e poi sul finire dell’Ottocento e del primo Novecento nasce dalla piccola bottega artigiana quella che sarà la casa di riferimento dei grandi gioielli per tutta l’aristocrazia e il gotha europeo internazionale. Il motivo è che le creazioni Cartier non sono soltanto ornamenti preziosi e decorativi, ma ogni collana, spilla o anello è una narrazione, ogni gioiello allude a qualcosa. Ornamenti sì, ma soprattutto ispirazioni che raccontano il mito.  A conferma di quanto la storia della maison Cartier sia profondamente correlata con l’arte e l’eredità culturale europea, la mostra è stata allestita nell’ala dei Musei Capitolini dedicata alle sculture in marmo della collezione del cardinale Alessandro Albani, nucleo storico del museo istituito da Papa Clemente XII nel 1733 che ha contribuito a definire i canoni della cultura artistica europea.  Tutta quella che è la dimensione colta delle creazioni Cartier attinge quindi a piene mani al mito, alle divinità che arrivano dalla tradizione soprattutto greca ma poi anche romana, per costruire i simulacri in grado di valicare i limiti che Kronos da sempre impone all’umanità.  Il senso di lavorare con i metalli preziosi, le pietre, gli ori e argenti, diventa un modo apotropaico per cercare di superare il limite tra la vita e la morte. Se l’uomo non riesce a valicare i confini del tempo affida al gioiello di continuare questo percorso. La costruzione della maison è quindi legata al culto della bellezza, non necessariamente solo del gioiello, e parte da una premessa metodologica per la quale chiunque entri a lavorare ha un unico requisito importante richiesto: studiare.  Sono  molti i quaderni di appunti sul senso della ripresa degli archetipi delle immagini del passato che tornano ad essere modelli per i gioielli contemporanei. Lavorare per l’ultima generazione di un’aristocrazia che ancora si crede quella dell’ Ancien Regime (che invece si scontrerà con la Prima guerra mondiale), vuol dire creare una serie di gioielli che non raccontino solo il lusso, la bellezza e il possesso di denaro o metalli preziosi, ma vuol dire dar vita ad una stagione in cui la nuova moda si metta in mostra all’interno di quei gran gala e celebrazioni ancora rappresentativi della Belle Époque.  Siamo nella Parigi degli sventramenti di Hausmann, s ono gli anni in cui Vienna è il cuore pulsante, sono gli anni di Strauss, del Danubio blu, a nni in cui tutta l’Europa è in festa, dove si inaugurano le metropolitane ma intanto si continua a danzare. La conoscenza e il sapore di quei gioielli diventano elementi che attestano la cultura di chi li indossa. Non si indossa solo qualcosa di bello, ma qualcosa che può emulare la bellezza dell’antico e può raccontare che, anche se non si è visto con i propri occhi, in realtà si ha la conoscenza di aver letto Plinio, conosciuto le grandi ville romane, gli scavi di Pompei, il Partenone e di poterne fare manifesto in una versione ridotta che si possa indossare. Emblematica di questo concetto fondante, lungo il percorso museale, è la stanza delle colombe di Plinio, così chiamate per la descrizione fatta da Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia  (77 d.C.) di un mosaico risalente al II sec. a.C., già molto famoso nell’antichità, che fu replicato in varie copie, tra cui quella ora qui esposta, ritrovata nella Villa Adriana a Tivoli ed entrata nelle collezioni capitoline nel 1764. Il soggetto è stato spesso riportato sui gioielli acquistati dai viaggiatori del Grand Tour tra XVIII e XIX secolo e viene reiterato da Cartier in forme diverse, a partire da una spilla in micro-mosaico, tecnica già diffusa nei grandi cantieri romani alla fine del '700, o anche in una parure in pietre preziose montate su oro. Il motivo delle colombe non è qui legato ad una visione teologica, non sono colombe della pace, elemento che torna nei blasoni delle famiglie aristocratiche come attestazione di fede, ma si torna ad un mondo profano in cui letteratura e bellezza si fondono per dare un segno di cultura a quest’ultima stagione di aristocratici. Va evidenziato che ogni fase della produzione Cartier riflette una diversa attualizzazione del mito classico con una sensibilità contemporanea che guarda all’antichità come a un patrimonio sempre vivo, e q uesto approccio distintivo, con un proprio codice estetico-formale, fece sì che non  lo sfoggiarono più solo aristocratiche o duchesse, ma celebrità internazionali dal fascino moderno.  L’intento dell’esposizione ai Musei Capitolini è proprio quello di mostrare come il lessico formale dell’antichità sia diventato, nel tempo, un linguaggio universale capace di rinnovarsi.  A prescindere dal gusto estetico di ogni epoca, per cui uno di quei gioielli oggi può piacere o meno (comunque tutti desiderabili...), c’è l’idea di un processo in divenire, di uno studio sulle forme e sulla bellezza che continua ad essere portato avanti. La stessa collezione Cartier quindi è in continuo divenire, perché ogni collezione ogni anno viene censita con i pezzi più prestigiosi che poi andranno a far parte dell’Heritage   Cartier Collection, di cui una significativa selezione è in mostra qui a Roma. Il percorso espositivo è concettualmente impegnativo, ma è supportato da numerosi pannelli di approfondimento che accompagnano il visitatore passo passo. A valle di questa lunga premessa necessaria lascio parlare le foto, rimandando ai testi della mostra contenuti nel LINK per comprendere i collegamenti simbolici cui alludono i gioielli, impossibili da sintetizzare. Spicca tra tutti la tiara   in platino , che   portata sulla fronte diviene elemento di splendore e illuminazione, ove il senso della perla unita al diamante ha la dimensione archetipica della luce e va a competere con la mezzaluna sul carro di Diana. Cartier fu pioniere nell'uso generalizzato del platino in gioielleria, un metallo che consente montature più leggere e luminose, esaltando così la brillantezza dei diamanti. Con una portabilità ben diversa da quella delle corone tradizionali, la tiara diventa elemento che svetta sulla testa delle nuove generazioni di donne, anche autonome e indipendenti.  Cartier non si limita a riprodurre: evoca, reinventa, trasforma il mito in una esperienza che emoziona   attraverso le forme archetipiche e il potere evocativo   molto forte delle gemme:   la grazia di Afrodite, la forza di Eracle, la sapienza di Zeus. L’anello di fidanzamento con il nodo di Ercole è ancora uno dei più diffusi sul mercato.  Smalti, intarsi, incisioni e montature raccontano come Cartier   abbia saputo fondere tradizione e innovazione.   Sono molte quelle introdotte da Cartier: precursore del moderno concetto di orologio da polso, ne realizzò il primo esemplare, il Santos, nel 1904, destinato a diventare un’icona dell’orologeria maschile, per il pioniere dell’aviazione brasiliano Alberto Santos-Dumont; un segnatempo pensato per essere pratico in volo quando gli uomini per controllare l’ora potevano servirsi solo di orologi da taschino.  Per entrare nel merito di questa mostra e per goderne, bisogna per un po’ distogliere la mente da quello che sta accadendo nel mondo e dall’eterno contrasto tra lusso sfrenato e povertà estrema. Io l’ho fatto in un sabato pomeriggio piovoso, di quelli in cui a Roma bisogna affrontare disagi vari e pozzanghere (sempre per via delle buche e dei sampietrini... come dicevamo in apertura di questa rubrica), ma di quelli che basta entrare in un museo e si dimentica tutto e anche il cielo più grigio si illumina. Specialmente qui, in questa mostra scintillante di migliaia di diamanti che hanno brillato per due secoli di storia e sono giunti qui in Campidoglio dall’ Heritage Cartier Collection. Ammirarli in questa mostra non è stato come guardare la vetrina di una gioielleria delle strade del lusso e delle grandi firme: in quei cento metri di galleria, in quelle teche blindate, si ripercorre un pezzo di storia europea dell’800.  Read more: https://www.museicapitolini.org/sites/default/files/f_file/2.%20DIDA_SELEZIONE%20FOTO%20OPERE%20%20E%20CREAZIONI.pdf

  • PLIDA – Comprensione scritta (B1)

    Leggi i testi e scegli l’opzione corretta. TESTO 1 Il Comune di Firenze ha annunciato l’introduzione di nuove regole per l’accesso al centro storico durante i fine settimana. L’obiettivo è limitare il traffico privato e incentivare l’uso dei mezzi pubblici. Le nuove misure entreranno in vigore a partire dal prossimo mese. Questo testo A) ☐ invita i cittadini a visitare il centro storico nei fine settimana. B) ☐ descrive un cambiamento nelle regole di accesso al centro città. C) ☐ spiega come usare i mezzi pubblici a Firenze. D) ☐ racconta le difficoltà dei residenti del centro storico. TESTO 2 Negli ultimi anni sempre più cittadini utilizzano applicazioni digitali per accedere ai servizi pubblici, come prenotare visite mediche o consultare documenti personali. Secondo le istituzioni, questi strumenti permettono di risparmiare tempo e ridurre le code agli sportelli, ma richiedono competenze digitali di base. Questo testo A) ☐ spiega nel dettaglio come usare le applicazioni digitali. B) ☐ racconta le difficoltà degli anziani con la tecnologia. C) ☐ descrive l’uso crescente dei servizi pubblici digitali. D) ☐ invita i cittadini a lavorare nel settore informatico. TESTO 3 Vuoi imparare a cucinare piatti italiani in modo semplice e divertente? Dal mese prossimo partirà un corso di cucina italiana organizzato da un centro culturale nel centro di Torino. Il corso è aperto a tutti, anche a chi non ha esperienza, e prevede otto incontri serali a cadenza settimanale. Durante le lezioni, i partecipanti prepareranno ricette tradizionali e scopriranno alcuni segreti della cucina italiana, lavorando in piccoli gruppi. Al termine del corso verrà rilasciato un attestato di partecipazione. I posti sono limitati e l’iscrizione è obbligatoria. Questo testo A) ☐ descrive un’attività promozionale per attirare partecipanti a un corso di cucina. B) ☐ spiega passo per passo come preparare ricette italiane. C) ☐ racconta l’esperienza personale di chi ha già frequentato il corso. D) ☐ informa sui risultati professionali di un centro culturale. TESTO 4 Secondo un’indagine recente, sempre più persone scelgono di ridurre l’uso dell’auto privata per gli spostamenti quotidiani. Tra le motivazioni principali ci sono la preoccupazione per l’ambiente e l’aumento dei costi del carburante. Questo testo A) ☐ invita i cittadini a vendere la propria automobile. B) ☐ racconta una campagna pubblicitaria sui trasporti. C) ☐ descrive un cambiamento nelle abitudini di mobilità delle persone. D) ☐ spiega come risparmiare carburante durante i viaggi. TESTO 5 Gentile Cliente, la informiamo che, a causa di un aggiornamento tecnico, il nostro servizio di assistenza telefonica non sarà disponibile nella mattinata di lunedì. Durante questo periodo sarà comunque possibile contattare il Servizio Clienti tramite email o attraverso il modulo online presente sul nostro sito. Ci scusiamo per il disagio e ringraziamo per la collaborazione. Questo testo A) ☐ spiega come risolvere un problema tecnico del cliente. B) ☐ invita i clienti a registrarsi al sito dell’azienda. C) ☐ informa su una temporanea modifica del servizio clienti. D) ☐ racconta un’esperienza negativa con l’assistenza telefonica. Soluzioni: Testo 1: B Testo 2: C Testo 3: A Testo 4: C Testo 5: C

  • Anagrammi per bambini

    Posiziona le lettere nell’ordine giusto: A  L         C  A  G  A  I  C                       — —      — — — — — —         I A T A O N N I P L —      — — — — — — — — —   L I L M N O G I E A  — — — — — — — — — — L I P E L C A P L O —  —     — — — — — — — — A  L       A  R  P  S  A  I  C  —  —     — — — — — — — L  G  I       V  L  I  S  T  I  A —  —  —     — — — — — — —

  • Auditorium Parco della Musica – Roma

    Se chiedete a un romano dove si trova l’Auditorium Parco della Musica, non vi dirà soltanto una via. Vi dirà: “al Flaminio”. Per chi non conosce Roma, il Flaminio non è un luogo che rientra nei classici giri dei turisti. Non è il Colosseo, non è Piazza Navona, non è Trastevere. È un quartiere del Novecento, nato lungo l’antica via Flaminia, la strada consolare che collegava Roma al nord della penisola. Oggi è una zona residenziale, abitata da famiglie, professionisti, studenti, anziani. A ovest scorre il Tevere. A sud, attraversando il Ponte della Musica, si arriva verso il centro storico e Piazza del Popolo, la grande piazza neoclassica che segna l’ingresso monumentale alla città. A nord-est si estendono i Parioli, quartiere elegante e residenziale, e il parco di Villa Glori, uno dei polmoni verdi della zona. Poco più in là, verso il Foro Italico, si incontrano lo Stadio Olimpico e gli impianti sportivi costruiti negli anni Trenta: un complesso monumentale dedicato allo sport, ancora oggi cuore delle grandi competizioni. Mappa del quartiere Flaminio Negli ultimi vent’anni il Flaminio si è trasformato in uno dei poli culturali più vitali e riconoscibili della Roma contemporanea, ridefinendo profondamente la fisionomia dell’intera area. Questa metamorfosi è avvenuta soprattutto grazie a due grandi opere architettoniche che dialogano tra loro e con il quartiere. Da un lato il MAXXI - Museo nazionale delle arti del XXI secolo, progettato da Zaha Hadid, uno dei rarissimi musei italiani interamente dedicati alla contemporaneità, con le sue linee fluide e il cemento che sembra farsi movimento. Dall’altro l’Auditorium Parco della Musica, firmato da Renzo Piano e inaugurato nel 2002, raggiungibile con pochi minuti di camminata: un complesso che ha portato la musica e la vita culturale a scandire i ritmi quotidiani del quartiere, ben oltre l’orario dei concerti. L'Auditorium dall'alto Fino agli anni novanta, a Roma, non esisteva una grande sala sinfonica moderna. E questo nonostante la città ospitasse una delle orchestre più prestigiose d’Europa, l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, fondata nel 1585. I concerti si tenevano in spazi adattati, ma non progettati acusticamente per grandi orchestre. La città eterna, ricca di storia musicale, mancava di un’infrastruttura contemporanea per il suono. L’idea di costruire un grande centro musicale nasce da questa esigenza: dare una casa adeguata all’orchestra e, allo stesso tempo, creare un polo culturale nuovo, capace di attrarre pubblici diversi. Il progetto viene avviato a metà degli anni Novanta; i lavori iniziano nel 1995 e si concludono nel 2002. Sette anni di cantiere, complessi e rallentati anche da un elemento tipicamente italiano: durante gli scavi emergono i resti di una villa romana del II secolo a.C. Quei resti non vengono rimossi. Vengono integrati e oggi sono visibili e visitabili. A Roma nulla nasce su un terreno neutro. Il contemporaneo deve sempre negoziare con l’antico. Dal punto di vista architettonico, il progetto è interamente costruito intorno all’acustica. Le sale sono modellate come strumenti musicali. Le pareti e le superfici interne sono rivestite in legno per garantire una diffusione uniforme del suono. L’Auditorium non è un unico edificio monumentale. È composto da tre grandi sale da concerto: la Santa Cecilia, la Sinopoli e la Petrassi, che sono disposte attorno a una cavea centrale all’aperto. Renzo Piano non progetta una facciata celebrativa. Progetta un sistema. I tre volumi, rivestiti in piombo, hanno forme curve, quasi organiche. Per i romani sono presto diventati “i tre scarabei”. Quelle forme sono il risultato di un’idea precisa: ogni sala è concepita come uno strumento musicale. L’architettura nasce dall’acustica. Sala Santa Cecilia La Sala Santa Cecilia, la più grande (circa 2.800 posti), è pensata per la musica sinfonica. Le pareti e le superfici interne sono rivestite in legno; le curve, le balconate, le proporzioni sono studiate per garantire una distribuzione uniforme del suono. Non c’è eco disturbante, non c’è dispersione. L’acustica è progettata in modo scientifico, in collaborazione con esperti internazionali. Entrare in Santa Cecilia significa entrare in una cassa armonica. La Sala Sinopoli (circa 1.200 posti) è più raccolta, adatta a concerti da camera, conferenze, produzioni medie. La Sala Petrassi (circa 700 posti) è la più sperimentale: uno spazio modulabile, flessibile, pensato per musica contemporanea, teatro musicale, eventi non convenzionali. Tre sale, tre scale diverse dell’ascolto. Al centro, la cavea: un grande anfiteatro all’aperto capace di ospitare circa 3.000 persone. La cavea non è soltanto uno spazio per concerti estivi. È una piazza inclinata. Un luogo urbano. Questa è forse la scelta più importante del progetto. L’Auditorium non si chiude su sé stesso. Non è un edificio che si visita e si lascia. È uno spazio attraversabile. Cavea Un elemento spesso poco raccontato sono i giardini pensili che collegano i volumi delle sale. Renzo Piano lavora sulla topografia: l’Auditorium sembra emergere dal terreno. Le coperture non sono tetti tradizionali, ma superfici praticabili che dialogano con il verde circostante. Spazi vivi, dove trovano posto mercatini, picnic e ingressi secondari. Ogni anno l’Auditorium ospita centinaia di eventi. La stagione sinfonica dell’Accademia di Santa Cecilia è il cuore musicale. Ma accanto alla musica classica convivono jazz, musica contemporanea, festival scientifici, incontri letterari. Qui si svolge la Festa del Cinema di Roma, che ogni autunno trasforma la cavea e le sale in un grande centro cinematografico internazionale. Per dieci giorni il Flaminio diventa un crocevia globale per registi, attori, critici, pubblico e curiosi. Festa del Cinema Ma l’Auditorium non vive solo di grandi eventi. La mattina la cavea è attraversata da studenti con lo zaino, da ragazzi che provano qualche accordo con la chitarra, da bambini che corrono in bicicletta. La biblioteca-mediateca interna è frequentata da universitari che cercano un luogo silenzioso dove studiare. Il caffè, il ristorante e la grande libreria sono luoghi d’incontro anche per chi non ha un biglietto in tasca. In inverno viene allestita una pista di pattinaggio sul ghiaccio nella cavea centrale, dove in estate si ascoltano concerti all’aperto. L’Auditorium non si accende soltanto quando cala il buio. È vivo a tutte le ore. Questo lo distingue da molti teatri tradizionali. Non è un edificio che si anima solo la sera. È una porzione di città. Costruire un luogo come questo a Roma significa essersi assunti una responsabilità culturale. L’Auditorium è diventato un baricentro, un punto verso cui si converge. La sera dell’inaugurazione di stagione può sedersi accanto l’abbonato storico di Santa Cecilia e chi entra per la prima volta perché ha trovato un biglietto accessibile. In cavea si mescolano ragazzi, famiglie, pensionati. C’è chi arriva dai Parioli e chi attraversa il ponte dal centro; chi arriva dalla periferia, chi conosce la partitura e chi ascolta senza strumenti per decifrarla. Nessuno viene respinto. La cultura qui circola. Non perché venga spiegata o semplificata, ma perché viene vissuta nello stesso spazio. Si entra per un festival e si resta per un concerto inatteso. Si accompagna un figlio a pattinare e si finisce ad ascoltare una prova aperta. Si studia in biblioteca mentre accanto si monta un palco. Le cose convivono. E, stando nello stesso spazio, si contaminano. È così che la cultura passa. Senza imposizione, senza selezione. Per prossimità. In una città che spesso divide centro e quartiere, antico e nuovo, élite e periferia, l’Auditorium tiene insieme. Invece di separare le differenze, le fa coesistere. Non seleziona per ceto, per età, per competenza. Accoglie. È diventato un baricentro reale, attraversato da tutti.

  • Il Teatro Antico di Taormina

    Nei giorni italiani ho avuto la sensazione di essere attraversata da stimoli continui. A Roma ho visitato la Casa Museo di Pasolini, aperta proprio in occasione dei cinquant’anni dalla sua morte: un appartamento semplice, nella periferia vera, dove lui e sua madre vissero nei primi anni romani. Un luogo evocativo, poco incline a celebrare il mito, ma votato a conservarne l’origine. Un luogo che rimette davanti alla cosa più pasoliniana di tutte: l’idea che la cultura non sia un privilegio estetico, ma un corpo a corpo con la realtà. Sempre a Roma la riapertura del MACRO, che dall’11 dicembre scorso ha inaugurato la nuova direzione artistica di Cristiana Perrella con una stagione dichiaratamente dedicata alla città: quattro mostre, una nuova sala cinema e un palinsesto di incontri, proiezioni e performance. A Reggio Calabria, al Museo Archeologico Nazionale è in corso una mostra dedicata al reggino Gianni Versace, Terra Mater - Magna Graecia Roots Tribute , che mette in dialogo moda, archeologia e radici mediterranee. E poi la Sicilia. Siracusa con il suo teatro greco, suggestivo e magnetico. L’Orecchio di Dioniso dentro le Latomie del Paradiso: una cavità che amplifica la voce e che la leggenda lega al tiranno Dionisio, che ascoltava i prigionieri come se il potere, da sempre, avesse bisogno di rubare suoni e confessioni. E Catania, con il Teatro Massimo Bellini, inaugurato con la Norma nel 1890: un tempio civile, fatto di musica e orgoglio, che racconta una Sicilia che pretende forma, rigore, altezza. Potrei parlare di tutto questo. Potrei fare una cartolina colta, un itinerario di bellezza. Ma oggi, a voi, lettori della Dante, voglio raccontare un luogo che non ho soltanto “visitato”, ma che mi ha toccata in un modo spiazzante. Il Teatro Antico di Taormina Taormina è diventata una parola internazionale. È una calamita per l’occhio contemporaneo, quello che cerca l’immagine perfetta, l’inquadratura irripetibile. Eppure, quando si arriva al teatro, succede qualcosa che non ha a che fare con il turismo. Il teatro è costruito in un punto quasi impensabile: incastonato nella montagna, aperto verso il mare, con l’Etna che domina la scena come una divinità non addomesticabile. Non è un fondale. È un’energia. E lì, davanti a quella composizione assoluta di pietra, acqua, fuoco, mi sono messa a piangere. Non un pianto sentimentale, né nostalgico. Direi piuttosto un pianto da “sovraccarico”. Quello che arriva quando il bello non è gentile, ma vasto. Quando non ti coccola, ma ti supera. E ho pensato una cosa semplice: noi italiani siamo abituati all’impossibile. Lo diamo per scontato. Lo consumiamo. Ma ogni tanto un luogo riesce ancora a spezzare l’assuefazione. Il Teatro di Taormina nasce in epoca greca, probabilmente tra il III e il II secolo a.C., e viene poi ampliato in età romana, assumendo la forma monumentale che vediamo oggi. Questa doppia origine è fondamentale, perché Taormina porta addosso una verità italiana: la continuità non è mai pura, è sempre un innesto. I Greci non sono “prima” e i Romani “dopo”: sono due modi diversi di intendere lo spazio e il potere. Il teatro greco era un luogo di comunità e parola: non soltanto spettacolo, ma pensiero pubblico. Il teatro romano diventa più imponente, più tecnico, più orientato alla macchina scenica e a un’idea di massa. E noi oggi, seduti su quelle gradinate, siamo il terzo strato: i posteri. I custodi. Gli eredi. Quelli che hanno ricevuto tutto senza averlo costruito, e che proprio per questo dovrebbero tremare un po’ di più. In Sicilia la mitologia non è un repertorio da citare. È una lingua antica che continua a parlare.Taormina non racconta solo la storia degli uomini, ma anche quella degli dèi,  nel senso più profondo: racconta ciò che negli esseri umani non è governabile. Il fuoco dell’Etna non è un dettaglio paesaggistico: è il promemoria che la terra non ci appartiene. Che sotto l’ordine c’è il caos. Che la bellezza convive con l’eruzione. E poi il mare. Il mare che per i Greci non era vacanza, ma destino: arrivo, partenza, naufragio, commercio, conquista, esilio. Non è difficile immaginare, in questo scenario, la mitologia come spiegazione emotiva del mondo. Persefone che scende e risale, Ade sotto i piedi, Demetra che non accetta la perdita, Ulisse che non torna mai davvero uguale. Anche quando il mito non è scritto sulle pietre, è scritto nell’aria. Il teatro, in fondo, è nato per questo: dare una forma guardabile a ciò che fa paura. C’è un’idea greca che mi ossessiona: il teatro come allenamento dello sguardo. La modernità ci ha convinti che siamo liberi perché scegliamo. Ma il teatro greco ti ricorda qualcosa di diverso: non siamo liberi perché scegliamo, siamo liberi perché sappiamo sostare davanti alla complessità. Oggi siamo inondati di narrazioni velocissime, moralistiche, binarie. Buono/cattivo. Giusto/sbagliato. Noi/loro. La tragedia greca invece ti costringe a vedere che quasi nulla è puro, che anche chi ha ragione può distruggere, che anche chi ama può ferire, che anche la giustizia può essere violenta. Sedere nel teatro di Taormina, con il vulcano lì davanti e il mare sotto, mi ha fatto ricrodare che serve rallentare lo sguardo. Tornare ad educare, non a consumare. Il teatro è ancora necessario perché è un rito senza dogma: un modo di tornare umani senza diventare cinici. Perché ci ricorda che la vita non è una timeline, non è un elenco di risultati, non è performance. La vita è contraddizione, relazione, ferita, desiderio, perdita, e ogni tanto anche grazia. Seduta lì, a Taormina, ho capito che quelle gradinate non sono soltanto un reperto. Ti insegnano, senza parole, che la bellezza non è intrattenimento, che il pensiero può avere una casa fatta di pietra. E allora io mi chiedo: riusciremo a difendere il senso profondo del nostro patrimonio, o ci accontenteremo di venderne l’immagine? Perché il patrimonio italiano non è solo “la cosa bella”. È l’idea che la bellezza sia un bene pubblico. Che non appartenga al mercato, ma alla collettività. Che sia un diritto e una responsabilità. Ecco perché ho pianto, credo. Perché in quel teatro la bellezza non era gentile: era una promessa severa. Ti diceva: questo è ciò che sei. Non ridurti. Se andate a Taormina, entrate nel teatro e non correte subito all’inquadratura perfetta.Sedetevi. Restate in silenzio. Lasciate che il luogo vi parli prima che voi lo raccontiate. Perché quel teatro è un testimone di quanto lontano può arrivare una civiltà quando decide che la forma non è un lusso, ma un modo di stare al mondo. E in tempi confusi come questi, io credo che non ci serva soltanto più cultura. Ci serve cultura che pesi. Che non sia arredamento. Che non sia consumo. Che non sia rumore. A Taormina, per un attimo, l’ho sentito chiaramente: il passato non è alle nostre spalle. È sotto i nostri piedi. E dipende da noi se sarà fondamento o rovina.

  • Pin nel mondo dei grandi. Lettura guidata (A1)

    Text inpired by a chapter from the novel Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino Testo Pin è un bambino. Vive in un vicolo stretto della città. Il vicolo è lungo e un po’ scuro. Il sole entra poco tra le case alte. Sui muri ci sono finestre, piante e corde con i vestiti stesi. Nel vicolo Pin passa molto tempo. Pin sta spesso fuori. Cammina avanti e indietro. A volte grida, a volte canta. Le persone parlano con lui dalle finestre. Alcune persone ridono, altre gridano. Tutti conoscono Pin nel vicolo. Vicino al vicolo c’è una bottega. Nella bottega lavora Pietromagro, il calzolaio. Pietromagro ripara le scarpe. A volte è gentile, ma spesso si arrabbia con Pin. Quando Pin fa troppo rumore, Pietromagro grida. Pin ascolta, poi va via. Quando è stanco di gridare e camminare, Pin entra in osteria. L’osteria è un posto chiuso. Dentro ci sono molti uomini, tavoli e sedie. Gli uomini bevono, parlano e ridono. L’osteria è rumorosa. Pin entra spesso nell’osteria. Non beve molto. Si siede in un angolo e ascolta. Gli uomini parlano della loro vita e cantano. A volte Pin canta con loro. Gli uomini lo ascoltano. A casa Pin non sta molto. La casa è piccola e silenziosa. Pin si sente solo. L’osteria non è una casa, ma Pin ci va ogni giorno. Nell’osteria non è solo. La sera Pin esce dall’osteria. Nel vicolo è quasi buio. Le luci si accendono alle finestre. Pin cammina piano e torna a casa. Pin è un bambino, ma vive nel mondo dei grandi. Exercise 1 – Answer the questions (Answer using one word or a short sentence) • Chi è Pin? • Dove vive Pin? • Com’è il vicolo dove vive Pin? • Cosa fa Pin nel vicolo? • Chi è Pietromagro? • Dove lavora Pietromagro? • Dove va Pin quando è stanco? • Com’è l’osteria? • Perché Pin va spesso in osteria? • Cosa fa Pin la sera? Exercise 2 – Choose the correct answer (Select the correct answer) • Nel vicolo il sole entra: a) molto  b) poco • Nell’osteria ci sono: a) bambini  b) uomini • L’osteria è: a) silenziosa  b) rumorosa • A casa Pin si sente: a) solo  b) felice • La sera nel vicolo è: a) chiaro  b) quasi buio Exercise 3 – True or False (Assign V – vero or F – falso) • Pin vive in una casa grande. □ • Le persone parlano con Pin dalle finestre. □ • Pietromagro è un calzolaio. □ • Pin beve molto in osteria. □ • La sera Pin torna a casa. Exercise 4 – Put the story in order (Number the sentences from 1 to 4) □ Pin entra nell’osteria. □ Pin vive in un vicolo stretto. □ La sera Pin torna a casa. □ Pin canta e parla con le persone. VOCABULARY EXERCISES Exercise 5 – Find the words in the text (Find one word in the text for each definition) • Una strada stretta → __________ • Un posto dove si riparano le scarpe → __________ • Un luogo dove le persone bevono e parlano → __________ • Un uomo che ripara le scarpe → __________ • Un posto dove si vive → __________ Exercise 6 – Match the words Match each word with the correct definition. 1. vicolo A. persona che ripara le scarpe 2. bottega B. strada stretta 3. calzolaio C. posto con tavoli e sedie 4. osteria D. piccolo negozio 5. casa E. luogo dove abitiamo Exercise 7 – Complete the sentences (Complete the sentences using words from the text) • Il vicolo è lungo e un po’ __________. • Pietromagro __________ le scarpe. • Nell’osteria ci sono tavoli e __________. • La casa di Pin è piccola e __________. • La sera nel vicolo è quasi __________. • (parole utili: scuro – ripara – sedie – silenziosa – buio) Exercise 8 – House or osteria? (Choose CASA or OSTERIA) • È un posto rumoroso. → __________ • Pin non è solo. → __________ • È piccola e silenziosa. → __________ • Ci sono uomini che bevono e parlano. → __________ • Pin ci va ogni giorno. → __________ Exercise 9 – Circle only the places (Select only the words that are places) vicolo – tavolo – osteria – sedia – casa – bottega   Exercise 10 – Guided production (Complete the sentences using words from the text) • Io vivo in una __________. • La mia strada è __________. • Un posto con tavoli e sedie è un’ __________. • La sera le __________ si accendono.

  • I Giganti di Mont’e Prama: una storia che emerge dalla terra

    Ci sono luoghi in cui la terra non conserva solo resti, ma attese. Mont'e Prama è uno di questi. Un campo agricolo nell’oristanese, apparentemente anonimo, che per secoli ha custodito sotto la superficie una delle storie più complesse e affascinanti del Mediterraneo antico. Non in forma di rovine monumentali, ma frammentata: occhi, busti, scudi, mani spezzate. Come se il passato avesse scelto di tornare solo a pezzi, costringendoci a un lavoro lento, paziente, interpretativo. I Giganti di Mont’e Prama non si offrono mai in modo semplice. Non lo hanno fatto quando furono scoperti, non lo fanno oggi. E forse è proprio questo il motivo per cui continuano a interrogare archeologi, storici, visitatori e – inevitabilmente – chi, come me, è cresciuto in Sardegna con un rapporto quotidiano e spesso inconsapevole con le sue stratificazioni. Una scoperta che rompe la linearità della storia La scoperta avviene nel 1974, nei pressi di Cabras . Durante lavori agricoli emergono frammenti litici che non somigliano a nulla di noto. Volti scolpiti, parti anatomiche, decorazioni. È subito chiaro che non si tratta di statue comuni, ma ci vorranno anni prima che il loro significato inizi a prendere forma. Ciò che colpisce fin dall’inizio è la condizione dei reperti: nessuna statua è integra . Tutto è spezzato, deliberatamente. I corpi sono stati frantumati e deposti sotto terra in modo non casuale. Questa distruzione intenzionale apre interrogativi ancora oggi irrisolti: atto rituale? Violenza simbolica? Conflitto culturale? L’archeologia, qui, non offre risposte definitive. Offre piuttosto scenari possibili, ipotesi stratificate. Ed è proprio questa incertezza a rendere Mont’e Prama un sito così contemporaneo nel suo modo di parlarci. Statue che cambiano le cronologie Quando i frammenti vengono studiati e restaurati, la portata della scoperta diventa evidente. Le statue raffigurano figure maschili armate – arcieri, guerrieri, pugilatori – alte fino a due metri e mezzo. La postura è frontale, lo sguardo fisso, gli occhi resi attraverso cerchi concentrici che non cercano realismo ma presenza. La datazione, collocata tra il IX e l’VIII secolo a.C., è uno degli aspetti più destabilizzanti: queste statue sono precedenti alla grande statuaria greca arcaica . In altre parole, nel Mediterraneo occidentale esisteva già una tradizione scultorea monumentale autonoma, complessa, formalmente codificata. Questo dato, da solo, è sufficiente a rimettere in discussione narrazioni consolidate. Non per sostituirle con altre più enfatiche, ma per renderle più articolate. La storia non procede per centri unici e periferie silenziose: procede per connessioni, sovrapposizioni, sperimentazioni parallele . Il mondo nuragico oltre gli stereotipi Le statue di Mont’e Prama appartengono al mondo nuragico, una civiltà spesso ridotta – nell’immaginario collettivo – ai soli nuraghi. Torri enigmatiche, sì, ma troppo spesso isolate dal contesto culturale che le ha prodotte. Qui, invece, il contesto emerge con chiarezza: accanto ai Giganti compaiono modelli di nuraghe, betili, strutture funerarie , segni di una cultura simbolica complessa, capace di integrare architettura, scultura e ritualità. Non siamo di fronte a un’espressione artistica improvvisata, ma a un progetto coerente. Le statue sembrano presidiare uno spazio, forse una necropoli, forse un luogo cerimoniale. Non celebrano individui riconoscibili, ma un’idea di comunità armata, ordinata, vigile. Ed è interessante notare come questa rappresentazione non sia eroica nel senso classico. Non c’è dinamismo, non c’è pathos. C’è immobilità. Una presenza che non ha bisogno di muoversi per affermarsi. La distruzione come messaggio Uno degli aspetti più affascinanti – e inquietanti – di Mont’e Prama resta la distruzione sistematica delle statue. Qualcuno, a un certo punto, ha deciso che quelle figure andavano annientate. Non spostate, non riutilizzate, ma rese irriconoscibili . Nell’archeologia mediterranea, la distruzione delle immagini è spesso legata a cambiamenti di potere, a trasformazioni religiose o culturali. Eliminare le statue significa interrompere una continuità simbolica. Significa dichiarare che ciò che rappresentavano non aveva più diritto di esistere. Eppure, paradossalmente, è proprio questa distruzione a permetterne la conservazione. Se le statue non fossero state sepolte, probabilmente sarebbero andate perdute del tutto. La terra, ancora una volta, ha funzionato come archivio. Il tempo lungo del recupero Per decenni, i frammenti di Mont’e Prama restano in deposito. Il loro studio procede lentamente, tra difficoltà tecniche, limiti di risorse, dibattiti accesi. Il restauro – complesso e minuzioso – diventa esso stesso un processo di interpretazione: ogni frammento deve trovare il suo posto, senza la certezza di un modello di riferimento. Oggi, molte statue sono visibili al Museo Civico Giovanni Marongiu , altre in esposizione a Cagliari. Il pubblico può finalmente incontrarle, ma l’impressione è che il loro racconto non sia ancora concluso. Ogni nuova campagna di scavo, ogni nuova tecnologia di analisi, aggiunge un dettaglio e allo stesso tempo apre nuove domande. Mont’e Prama non è un sito “chiuso”. È un luogo che continua a produrre senso. L’incontro diretto Vedere i Giganti dal vivo è un’esperienza che difficilmente si esaurisce in una spiegazione. La loro scala altera la percezione dello spazio. La ripetizione delle forme crea un ritmo quasi ipnotico. Non comunicano aggressività, ma controllo. Da appassionata di archeologia, ciò che mi colpisce di più è la loro ambiguità temporale . Sono antichissimi, eppure non appaiono lontani. Non cercano empatia, ma nemmeno distanza. Stanno lì, come se il tempo non fosse del tutto passato. Forse è questo il loro valore più profondo: ricordarci che la storia non è una sequenza lineare di “prima” e “dopo”, ma un insieme di strati che continuano a dialogare. Mont’e Prama oggi Parlare oggi dei Giganti di Mont’e Prama significa anche interrogarsi sul rapporto tra patrimonio, territorio e responsabilità. Come si racconta un sito così complesso senza semplificarlo? Come si protegge senza isolarlo? Come lo si rende accessibile senza trasformarlo in un’immagine decorativa? Sono domande aperte, che non riguardano solo la Sardegna ma il modo stesso in cui, come società, gestiamo il passato. Mont’e Prama ci ricorda che il patrimonio non è mai neutro: chiede cura, tempo, competenza. E soprattutto ascolto. Una storia ancora in corso I Giganti di Mont’e Prama non sono un punto fermo, ma una frase ancora in costruzione . Ogni frammento ricomposto non chiude il discorso: lo rende più articolato. Ed è forse questa la loro lezione più interessante. Non offrono certezze assolute. Offrono complessità. E in un’epoca che tende a semplificare tutto, non è poco. ------------- Bibliografia essenziale sui Giganti di Mont’e Prama 1. Monografie e volumi scientifici Faedda, Barbara; Bernardini, Paolo; D’Oriano, Rubens (a cura di) The Giants of Mont’e Prama. Context, Sculpture, Restoration Roma, Gangemi Editore, 2014. Volume fondamentale che raccoglie contributi di archeologi, storici dell’arte e restauratori coinvolti direttamente nel progetto Mont’e Prama. Link editore: https://www.gangemi.com/prodotto/the-giants-of-monte-prama/ Faedda, Barbara; Carta, Paolo A Lost Mediterranean Culture: The Giant Statues of Sardinia’s Mont’e Prama New York, Columbia University Press, 2023. Testo accademico in lingua inglese che colloca Mont’e Prama nel contesto del Mediterraneo dell’età del Ferro, con attenzione alla statuaria e alla sua portata storica. Link Columbia University Press: https://cup.columbia.edu/book/a-lost-mediterranean-culture/9780231212106 Casula, Francesco Cesare I Giganti di Mont’e Prama nella storia Sassari, Carlo Delfino Editore, 2018. Analisi storica e interpretativa del complesso scultoreo nel quadro più ampio della Sardegna protostorica. Link editore: https://www.carlodelfinoeditore.it/i-giganti-di-monte-prama-nella-storia.html 2. Atti di scavo e studi archeologici Bernardini, Paolo “Mont’e Prama: le sculture e il contesto”in Bollettino di Archeologia , Ministero per i Beni Culturali, vari numeri. Articoli fondamentali per comprendere il contesto stratigrafico, la cronologia e le problematiche interpretative del sito.Accesso tramite MiC: https://www.bollettinodiarcheologiaonline.beniculturali.it Usai, Emanuele “Il complesso monumentale di Mont’e Prama e la società nuragica”in Quaderni della Soprintendenza Archeologica per le Province di Cagliari e Oristano . Studio centrato sulla relazione tra statuaria, necropoli e assetto sociale nuragico.Link Soprintendenza: https://sabap-ca-or.beniculturali.it 3. Cataloghi museali e fonti istituzionali Museo Civico Giovanni Marongiu – Cabras Catalogo permanente della collezione dei Giganti di Mont’e Prama. Schede ufficiali delle statue, con dati tecnici, tipologie e stato di conservazione. Sito ufficiale: https://www.museocabras.it Museo Archeologico Nazionale di Cagliari Sezione Mont’e Prama. Informazioni istituzionali, inquadramento cronologico e storico delle statue esposte. Sito ufficiale: https://museinazionalicagliari.cultura.gov.it Ministero della Cultura (MiC) Dossier Mont’e Prama.Aggiornamenti su campagne di scavo, restauri e progetti di valorizzazione. https://cultura.gov.it 4. Articoli scientifici e risorse accademiche online Metropolitan Museum of Art – Heilbrunn Timeline of Art History “Sardinian Sculpture: The Giants of Mont’e Prama”Scheda di inquadramento storico-artistico in lingua inglese, utile per il confronto mediterraneo. https://www.metmuseum.org/toah/hd/sard/hd_sard.htm JSTOR / Google Scholar Parole chiave consigliate: – “Mont’e Prama”– “Nuragic sculpture”– “Nuragic civilization Iron Age Sardinia” Link diretti: https://www.jstor.orghttps://scholar.google.com 5. Contesto storico-culturale (civiltà nuragica) Lilliu, Giovanni La civiltà dei Sardi dal Neolitico all’età dei nuraghi Torino, ERI, 1988. Testo classico imprescindibile per comprendere il contesto culturale in cui si inserisce Mont’e Prama.

  • La donna nella civiltà etrusca

    Nella società etrusca, diversamente da quella latina e greca, la donna occupava una posizione di maggiore prestigio e godeva di una libertà più ampia. Per i Latini la donna doveva passare la vita seduta in casa a filare la lana e su di lei, nelle età più antiche, il pater familias (head of the family ) aveva il diritto di vita e di morte. Similmente, per i Greci le donne dovevano vivere sottomesse (submissive ) al marito e passare la maggior parte della loro vita chiuse in casa. La donna etrusca, invece, era istruita (educated),  poteva vestire in modo spregiudicato (daring/bold), poteva partecipare ai banchetti conviviali (banquets),  sdraiata sulla stessa kline (couch/banquet bed ) del suo uomo o assistere ai giochi sportivi ed agli spettacoli (performances). Secondo lo storico greco Teopompo, le donne etrusche non solo condividevano la mensa (table/meal)  con i propri mariti ma anche con altri uomini presenti al banchetto, arrivando perfino ad ubriacarsi (to get drunk)  e a rivolgere le proprie attenzioni (show attentions)  nei confronti degli ospiti molto oltre il lecito (beyond what was acceptable ). Altri autori, come Aristotele, le accusavano di banchettare con gli uomini, coricate sotto lo stesso mantello (cloak ). Plauto insinuava (suggested/insinuated ) che si procurassero la dote (dowry)  vendendo i propri favori. È indubbio, come si evince (as it appears)  da queste affermazioni, che la donna etrusca non godesse di buona reputazione presso i Greci e i Romani, e ciò era "normale" visto il modo diverso di comportarsi (to behave)  con le donne. La donna etrusca viveva pienamente, usciva spesso, “ senza arrossire” (without blushing ), come ci riferisce Tito Livio, “per essere esposta agli sguardi (gazes)  degli uomini”, partecipava alle cerimonie pubbliche, assisteva alle danze, ai concerti, ai giochi, talvolta presiedendo (presiding over)  da un palco apposito (special platform ), come rivelano le pitture (paintings ) di Orvieto. Questo era scandaloso per i Romani che non esitarono a bollare (to brand/label) questa eguaglianza come indice di licenziosità (immorality/dissoluteness ) e scarsa moralità (low morality)  da parte delle donne etrusche; addirittura dire “etrusca” era sinonimo (synonym ) di “prostituta”. Ma la condizione sociale della donna nella civiltà etrusca era veramente unica nel panorama (landscape/context)  del mondo mediterraneo. La donna poteva anche trasmettere il proprio cognome (surname)  ai figli, essere titolare di attività produttive (productive activities/businesses ), poteva avere schiavi (slaves ) ed aveva diritto ad un nome completo. Aveva diritto ad una propria tomba ed era titolare di atti di compravendita (contracts of sale/purchase ) e di successione ereditaria (inheritance ). Nella vita quotidiana il lavoro compiuto (carried out)  dalla donna aveva grande importanza ed essa si poteva senz’altro considerare la “ regina della casa” (queen of the household ). Che la donna fosse la regina della casa ce lo dice la notevole quantità di utensili (utensils/tools) da cucina, di stoviglierie (tableware ), di vasi (vases ), di mestoli (ladles ), di piatti e recipienti (containers ) vari per conservare cibi e bevande, rinvenuti (found/discovered ) in scavi (excavations ) compiuti nei villaggi e nelle necropoli (cemeteries/tombs). Le donne etrusche non si accontentavano (were not satisfied ) dei lavori di cucina, di vasellame (pottery/tableware ), di secchi (buckets ) e di pentole (pots ) rozzi e malfatti (crude/poorly made ), ma tenevano molto ad avere materiale di prim’ordine (first-rate ), assai spesso acquistato (purchased ) dai migliori mercanti d’Etruria, o da commercianti italici o greci che frequentavano i grandi empori (emporiums/markets ), dove esistevano veri e propri fondaci (warehouses ) e magazzini (storerooms ). Le donne etrusche tenevano molto alla loro bellezza e ce lo dimostra la tomba di Larthia Seianti raffigurata (depicted ) nell’atto di ammirarsi in uno specchio (mirror). All'interno della sua tomba sono stati ritrovati: un pettine doppio (double comb ), una bulla (amulet/locket ), un cucchiaino da cosmesi ( cosmetic spoon ), spilloni (hairpins ) per l’acconciatura (hairstyle ), pinzette depilatorie (tweezers for hair removal ), il tutto in argento o argento dorato (gilded silver ). Vi erano poi numerose ampolle (flasks/vials ) in alabastro per le essenze (perfumes ) e gli unguenti (ointments ), di preziosa fattura (precious workmanship). Nelle epigrafi (epigraphs/inscriptions ) talvolta il nome (oggi diremmo il cognome = surname) della donna appare preceduto da un prenome (personal name ) segno del desiderio di mostrarne l’individualità all’interno del gruppo familiare, a differenza dei Romani che ne ricordavano solo il nome della gens (family/clan ). Questi appaiono incisi (engraved)  sul vasellame (tableware ) migliore di casa od accanto alle pitture funerarie (funerary paintings ). La donna etrusca sapeva conciliare (to balance ) lavoro, sport, cura della propria immagine e famiglia. Sapeva tessere (to weave ) e filare (to spin ). Era molto stimata (respected ) e apprezzata dall'uomo. Non è noto se i diritti sociali e i doveri (duties ) degli uomini fossero gli stessi per le loro compagne; pur tuttavia, dai documenti rimasti risulta evidente (it is evident ) che la posizione della donna doveva essere molto importante e che essa non fosse di molto inferiore (not much lower ) a quella del marito e dei fratelli.   In diversi casi, le statue-ritratto delle mogli nei monumenti funebri si trovano accanto a quelle dei mariti ed anche le iscrizioni funebri hanno lo stesso tono di elogio (tone of praise ) sia per l’uomo che per la donna. Mancando pressoché totalmente (almost completely lacking ) di testi letterari etruschi, non sappiamo quale fosse la portata (extent ) e il contributo che la donna poteva dare nell’ allevamento (raising) e nell’educazione dei figli; vediamo, però, che le ragazze vivevano in particolari posizioni di privilegio, come è evidente dal ritratto della fanciulla (young girl ) della famiglia Velcha a Tarquinia. Molto probabilmente le donne etrusche ricoprivano anche cariche (positions/offices ) sociali e religiose, come sembra apparire (seems to appear)  da una pittura della Tomba degli Hescana di Orvieto.   ------- Domande a risposta aperta Come differiva la condizione della donna etrusca rispetto a quella delle donne nel mondo greco e latino? Quali erano le principali attività svolte dalle donne etrusche nella vita quotidiana? Come veniva percepita la libertà delle donne etrusche dai Greci e dai Romani? Quali prove archeologiche dimostrano l'importanza della cura della bellezza per le donne etrusche? Quali elementi indicano che le donne etrusche potevano avere un ruolo sociale rilevante? Domande a risposta multipla Secondo Tito Livio, cosa era considerato scandaloso nel comportamento delle donne etrusche? a) Partecipavano ai giochi pubblici. b) Lavoravano fuori casa. c) Erano viste senza arrossire in pubblico. d) Tenevano banchetti con i mariti. Cosa rappresenta la tomba di Larthia Seianti? a) La cura della bellezza. b) La pratica della tessitura. c) Il ruolo religioso delle donne. d) La posizione sociale della donna nella famiglia. Quali oggetti furono ritrovati nella tomba di Larthia Seianti? a) Utensili da cucina e stoviglie. b) Gioielli, specchio e ampolle per essenze. c) Statue e sarcofagi. d) Attrezzi per la lavorazione della lana. Come definivano i Romani la libertà delle donne etrusche? a) Un simbolo di progresso. b) Un segno di emancipazione. c) Un indice di licenziosità. d) Una prova di uguaglianza sociale. Qual era un diritto esclusivo delle donne etrusche? a) Governare città-stato. b) Trasmettere il proprio cognome ai figli. c) Presiedere giochi sportivi. d) Votare in assemblee pubbliche. Frasi da completare La donna etrusca, a differenza delle donne greche e latine, godeva di una maggiore __________ e libertà. Secondo Tito Livio, le donne etrusche potevano partecipare alle cerimonie pubbliche, ai concerti e ai __________. La tomba di Larthia Seianti ha rivelato oggetti come un pettine, ampolle in alabastro e un __________ da cosmesi. Le donne etrusche tenevano molto alla loro immagine e si dedicavano alla cura della loro __________. Le statue-ritratto delle donne etrusche si trovano spesso accanto a quelle dei loro __________ nei monumenti funebri.   SOLUZIONI Domande a risposta aperta (molte risposte possibili ) La donna etrusca godeva di maggiore libertà, istruzione e considerazione, a differenza delle donne greche e latine che vivevano sottomesse e confinate in casa. Tessitura, filatura, cura della casa, gestione della famiglia, cura della bellezza, partecipazione alla vita sociale e pubblica. Veniva percepita come scandalosa, indice di licenziosità e immoralità. La tomba di Larthia Seianti con specchio, gioielli, oggetti da cosmesi e ampolle per essenze. Il diritto di trasmettere il cognome ai figli, possedere attività e schiavi, avere un proprio nome e una propria tomba, comparire accanto agli uomini nelle statue-ritratto. Domande a risposta multipla c) Erano viste senza arrossire in pubblico. a) La cura della bellezza. b) Gioielli, specchio e ampolle per essenze. c) Un indice di licenziosità. b) Trasmettere il proprio cognome ai figli. Frasi da completare considerazione giochi cucchiaino bellezza mariti

  • Qui Roma… Cosa bolle in pentola?

    In questo caso meglio dire in padella. Una parola che si presta bene a spiegare perché l’italiano è una lingua che piace, perché “padella” è più musicale di pan e il pensiero va già a cosa c’è dentro ed ecco che non è più un utensile… in una mente affamata accade questo. Potremmo dire che per imparare una lingua bisogna anche mangiarla… e perché no… anche berla! Maneggiata da mano sapiente e decisa vediamo saltare in questa padella ingredienti insoliti ma iconici, Colosseo e opere d’arte insieme a maccheroni e pizza. Potenza della grafica… in una parola “cultura e identità italiana, in tavola”. Questo è il logo ufficiale ideato dagli studenti dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato per sostenere la candidatura della Cucina Italiana a Patrimonio Immateriale dell’Umanità. Ecco, l’ho detto tutto d’un fiato… ma ci sono voluti anni per costruire il dossier da porre sul tavolo dell’UNESCO: “La cucina italiana tra sostenibilità e diversità bioculturale”; questo l’inizio del percorso promosso dal Ministero della Cultura e dal Ministero dell’Agricoltura. Il dossier, coordinato dal Prof. Pier Luigi Petrillo (Università Luiss Guido Carli di Roma), doveva rispettare una serie di criteri funzionali al conseguimento del titolo ed è proprio di questi giorni la notizia che l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura ha espresso la sua valutazione tecnica positiva, confermandone quindi l’idoneità alla candidatura. Si tratta di un passaggio decisivo verso il riconoscimento ufficiale: la decisione finale sarà presa dal Comitato intergovernativo dell’UNESCO, che si riunirà a New Delhi, in India, dall’8 al 13 dicembre prossimo. Per comprendere appieno il valore di questo riconoscimento occorre spiegarne i contenuti e il contesto in cui si pone. L'Italia detiene oggi il primato per numero di patrimoni culturali iscritti all’UNESCO: 59 siti tra i patrimoni materiali e 19 patrimoni immateriali, in pratica in questo ambito è una superpotenza mondiale! Riguardo in particolare ai patrimoni immateriali già iscritti, nostri o di altre nazioni, tutti si riferiscono a tradizioni culinarie specifiche o riti alimentari regionali (Michoacán messicano, Washoku giapponese, il Kimjang coreano, l'arte dei pizzaioli napoletani, la dieta mediterranea condivisa con altre nazioni, ecc.), ma non all’intera cucina nazionale. Quella Made in Italy sarebbe quindi la prima cucina al mondo ad ottenere, nel suo complesso, il prestigioso riconoscimento. Attenzione però, la cucina italiana non è solo un insieme di piatti iconici, non si tratta di certificare quanto è buona la mozzarella né l’unicità della carbonara, ma è una vera e propria espressione culturale, sociale e storica, radicata in tradizioni che si tramandano da generazioni. Concetto spiegato al meglio dalle parole dei Ministri. Alessandro Giuli, Ministro della Cultura: “Dall’alta cucina a quella popolare, l’Italia, per le sue variegate caratteristiche geografiche e per le sue stratificazioni storiche multiformi, è impreziosita da una straordinaria pluralità di ingredienti, di piatti, di occasioni, di rituali legati al mangiare. La storia del cibo è storia della civiltà e della cultura. La cucina italiana rispecchia la società, la storia e il nostro rapporto con il territorio, oltre a essere una peculiarità tutta italiana”. Francesco Lollobrigida, Ministro dell’Agricoltura: “Noi non candidiamo un modo di cucinare, anche se tutte le cucine regionali italiane avrebbero i titoli per ottenere il riconoscimento a patrimonio immateriale dell’UNESCO, noi candidiamo un rito; un rito che appartiene a tutti noi, che parte dalla scelta dei cibi, passa per la cucina per approdare sulle nostre tavole dove ancora si parlerà di quello che si sta mangiando. La cucina italiana è questo, sono antichi saperi tramandati, è la gioia di stare insieme, di incontrarsi e di mantenere vivi i rapporti familiari e di amicizia”. In sintesi, il cibo è un pilastro della nostra identità e un potente collante sociale. A differenza di altre cucine, ad esempio quella francese che ha una matrice più “tecnica” perché inventata dai ristoratori, la nostra cucina nasce al mercato ed è stata inventata dalle nostre nonne e bisnonne. Nasce come atto di amore, dal prendersi cura delle persone. Questa caratteristica strutturale ne comprende altre due, ben evidenziate nel dossier: a) è un mosaico di diversità territoriali che riflette la diversità bioculturale del Paese, frutto di influenze culturali che si sono succedute nel corso dei secoli e quindi di tradizioni, spesso legata al ritmo delle stagioni. b) è estremamente dinamica , cioè in continuo cambiamento ma senza conflitto tra tradizione e innovazione, né tra un luogo e l’altro, senza campanilismo quindi ma quasi da campanello a campanello, quello di casa, dove ognuno crea la sua variante della stessa ricetta. È la condivisione di un alfabeto fatto di tante ricette che si possono scrivere in base al gusto personale. La cucina italiana si caratterizza quindi per un forte legame con i territori e la capacità di innovare senza perdere autenticità. Un patrimonio che unisce tradizione e futuro. Così l’UNESCO, nel confermarne i requisiti per aspirare al titolo, ne ha sottolineato l’approccio olistico che collega gastronomia, sostenibilità ambientale e identità culturale. “La cucina italiana è una tradizione vivente trasmessa all’interno delle famiglie e delle comunità” […] “promuove pratiche sostenibili come la riduzione degli sprechi alimentari e la conservazione degli ingredienti locali” […] “affonda le proprie radici nel contesto rurale ma è capace di includere interpretazioni moderne che continuano a rispettare i metodi tradizionali” […] “ I rituali legati alla tavola rafforzano i legami sociali e il dialogo intergenerazionale, offrendo al contempo creatività e ospitalità come tratti distintivi”. La convivialità è proprio il punto centrale del dossier e il comune denominatore ove si coagula questa estrema diversità: concepire il momento della preparazione e del consumo dei pasti come un’occasione di condivisione e confronto; cucinare e mangiare è un unico momento conviviale, siamo gli unici che mentre mangiamo parliamo di cibo. Non ci sediamo a tavola solo per nutrirci in un rapporto equilibrato di proteine, carboidrati e vitamine, è qualcosa di più… è cultura del vivere bene, stando insieme; motivo per cui l’Italia è universalmente riconosciuta e amata come la Nazione della grande bellezza, del gusto e del buonumore. Il pranzo della domenica è la massima espressione di questo tratto culturale ed è stato proprio questo l’evento organizzato per sostenere la candidatura nell’ambito della settimana della cucina italiana nel mondo 2025: domenica 21 settembre dal nord al sud d’Italia ogni città ha offerto la sua interpretazione del rito, trasformando piazze e cortili in un’unica scenografia nazionale (clicca QUI ). Persino le Ambasciate di Londra, Parigi e New York hanno imbandito tavolate, mostrando che la cucina italiana non appartiene a un confine ma a una comunità diffusa nel mondo. Tante sono state le iniziative per accendere i riflettori lungo il percorso su questo importante riconoscimento, per richiamare l’attenzione e fare il tifo, ma soprattutto per instillare la consapevolezza di ciò che siamo in modo che possiamo consegnarlo alle nuove generazioni affinché portino avanti il patrimonio che gli appartiene, della cultura nazionale a cui appartengono. La Federazione Italiana Cuochi, ad esempio, ha celebrato la candidatura in uno dei palazzi storici romani più sontuosi, Palazzo Brancaccio, con un evento in cui la fantasia enogastronomica tricolore l’abbiamo ascoltata dalle parole dei due Ministri, ma anche assaggiata e bevuta 😊 Qualcuno potrà domandarsi: “OK, tutto questo è motivo di grande orgoglio… ma quali sono i benefici?”. Innanzitutto, sulla scena internazionale rafforzerebbe la leadership dell’Italia e ci darebbe il diritto a pieno titolo di proteggere legalmente i nostri prodotti e servizi contrastando il fenomeno commerciale dell’ Italian sounding , perché non può e non deve bastare un tricolore su qualsiasi confezione o pubblicità del mercato estero per vendere qualcosa che non è italiano e gli somiglia pure poco. Significa difendere un volume economico di 250 miliardi di euro/anno nel mondo! Concretamente, valorizzare e tutelare questo nostro patrimonio significa rafforzare un settore strategico per l’Italia, che crea lavoro, ricchezza e contribuisce in modo determinante all’attrattività turistica del Paese: filiere produttive di qualità, imprese capillari e profondamente legate ai propri territori, giri d’affari miliardari. Infine, sul piano sociale, oltre ad essere un riconoscimento del lavoro di agricoltori, produttori, chef, ristoratori, famiglie e comunità che ogni giorno tramandano il sapere del cibo “fatto con amore”, diviene argomento per introdurre l’educazione alimentare nelle scuole, per contrastare il ricorso al fast food, street food, ready to eat, ecc., per non essere travolti dalla globalizzazione. Nelle grandi città si sta perdendo la cucina casalinga, il pasto a casa diventa “spilluzzicare qui e là” in momenti diversi e individuali, si sta perdendo lo stare insieme a tavola come momento educativo di dialogo. L’atteso riconoscimento non sarebbe quindi un attestato da incorniciare ma aprirebbe per l’Italia molteplici prospettive su vari piani. Per accompagnare l’Italia alla candidatura persino un brano musicale, un inno alla bellezza, è stato composto da Mogol e interpretato da Al Bano: “Vai Italia!” Incrociamo le dita e attendiamo, manca poco… Concludo rivolgendo un pensiero a quanti in questo momento, a Gaza, in Ucraina e altrove, non hanno tavola da apparecchiare, non solo la domenica, non hanno cibo e non hanno pace. Il più grande patrimonio immateriale dell’umanità da tutelare dovrebbe essere questo, la possibilità di sedersi a tavola insieme, in pace. Se prima di sedersi al tavolo di qualsiasi trattativa ci si sedesse a tavola… probabilmente molte questioni si risolverebbero meglio. La cucina italiana così come la lingua italiana, da sempre disponibili alla contaminazione con tutti i popoli che abbiamo incontrato nei secoli, sono strumenti di dialogo mai chiusi in sé stessi, ed è solo con il dialogo che si costruisce la pace. Per approfondire: https://www.sovraintendenzaroma.it/i_luoghi/sito_unesco/unesco_united_nations_educational_scientific_and_cultural_organization https://www.unesco.it/it/news/comunicato-stampa--consiglio-direttivo-della-commissione-nazionale-italiana-per-lunesco-23-marzo-2023/ https://www.lacucinaitaliana.it/article/cucina-italiana-patrimonio-umanita-unesco-perche-importante-petrillo/ https://www.ancicomunicare.it/il-pranzo-della-domenica-anci-masaf/

  • Le origini della pasta

    Comprensione del testo (B2) Le origini della pasta, vera e propria specialità del nostro Paese, si legano indissolubilmente alla tradizione della coltivazione del grano, già praticata all'epoca dell'Impero Romano. In particolare, sono state le colonie e il Sud Italia i luoghi dove si diffuse con maggiore rapidità. Normalmente, si attribuisce la nascita della pasta al ritorno di Marco Polo dalla Cina, avvenuto nel 1295. In realtà questa miscela a base di cereali ed acqua rappresenta un elemento imprescindibile della gastronomia mediterranea da diversi millenni. Nel tempo, le tecniche per lavorare il grano sono migliorate, dalla macinazione alla cottura. La pasta nella storia: le tappe più significative Le prime tracce di un alimento simile alla pasta risalgono al 1.000 a.C., quando l’uomo iniziò a coltivare il grano. Greci ed Etruschi crearono i primi tipi di pasta, come il “laganon”, un foglio di pasta tagliato a strisce. Un secolo prima di Cristo, Cicerone e Orazio apprezzavano la “lagana”, farina cotta in acqua senza lievito. Sovrapponendo le strisce si otteneva una sorta di lasagna. Il primo documento scritto sulla pasta è nel libro di Apicio “De re coquinaria”, dove si parla di “lagana” ripiena. Tra il 200 d.C. e l’anno Mille non ci sono molte informazioni, ma probabilmente in Sicilia nacquero i maccheroni chiamati “itriyah”, nome di origine araba. La diffusione della pasta in Italia Alcuni secoli dopo, i produttori di pasta iniziarono a diffondersi in diverse zone d'Italia, partendo da Campania, Puglia, Toscana e Liguria. A Gragnano, ad esempio, nel '500 fu assegnato il riconoscimento di "patria" della pasta di grano duro. Addirittura, due secoli dopo, l'assetto urbanistico della città subì delle modifiche volte a favorire l'essiccazione di quelli che venivano indicati come "maccheroni". Fu Napoli, nel '600, a dare il via alla diffusione della pasta come pietanza "di massa". In seguito ad una carestia diminuì il consumo di carne e pane, sostituiti proprio dalla pasta. L'invenzione della gramola, del torchio e della trafila favorì l'abbassamento di prezzo, rendendo la pasta ancora più popolare . Sempre in quegli anni nacque la salsa di pomodoro, da allora uno dei condimenti preferiti dagli amanti della pasta. La pasta fresca La pasta fresca rappresenta sicuramente uno dei fiori all'occhiello della gastronomia italiana. Non sono solamente i formati (dalle orecchiette ai maccheroni al ferretto, dai pici agli gnocchetti, fino ai cavatelli) a variare di Regione in Regione. Anche la "composizione", infatti, può essere differente portando alla produzione di pasta da tagliare, oppure da farcire con golosi ripieni. Due sono i procedimenti che consentono di ottenere l'impasto; se il primo prevede l'utilizzo delle uova, il secondo si caratterizza per la presenza di semola e acqua. ------- 1. Perché la pasta si diffuse inizialmente più rapidamente nelle colonie e nel Sud Italia? A) Perché il clima favoriva la coltivazione del grano B) Perché Marco Polo aveva portato la ricetta in quelle zone C) Perché lì non si consumava pane D) Perché la pasta fresca era più semplice da preparare 2. Perché la pasta divenne una pietanza “di massa” a Napoli nel ‘600? A) Per la scoperta della salsa di pomodoro B) Per una carestia che ridusse carne e pane C) Per l’invenzione della gramola D) Per l’arrivo dei maccheroni dalla Sicilia 3. In che modo le tecniche di lavorazione del grano influirono sulla popolarità della pasta? A) Consentirono di produrre più formati regionali B) Permisero di ottenere una pasta più gustosa C) Favorirono l’abbassamento del prezzo D) Rendevano la pasta fresca più digeribile 4. Quale collegamento si può fare tra le strisce di “lagana” e la lasagna moderna? A) Entrambe sono preparate con pasta ripiena B) La lasagna deriva dalla sovrapposizione delle strisce di lagana C) La lagana era condita con pomodoro come la lasagna D) Nessun collegamento, la lasagna è nata molto dopo 5. Perché Gragnano modificò il proprio assetto urbanistico nel ‘700? A) Per migliorare la coltivazione del grano B) Per favorire l’essiccazione dei maccheroni C) Per accogliere più mercanti di pasta D) Per costruire più mulini e torchietti 6. Qual è la differenza principale tra pasta da tagliare e pasta da farcire nella tradizione italiana? A) La pasta da tagliare usa solo acqua, quella da farcire solo uova B) Differisce nella composizione e nell’uso finale, cioè forma e ripieno C) La pasta da tagliare è più antica D) La pasta da farcire si prepara solo in Sicilia 7. Come si può descrivere l’evoluzione della pasta nel corso dei millenni secondo il testo? A) Da alimento povero a piatto gourmet B) Da semplice miscela di cereali e acqua a specialità regionale e nazionale C) Da pasta fresca a pasta secca industriale D) Da prodotto importato dalla Cina a prodotto esclusivamente italiano

  • Qui Roma… Gettando una monetina nella Fontana di Trevi

    Diciamo la verità… questo gesto venendo a Roma è una tappa obbligata, dopo il Colosseo; la monetina va lanciata di spalle nella fontana ad occhi chiusi esprimendo un desiderio, quello di tornare un giorno a Roma. Che ci si creda o no, ci si accalca comunque intorno alla vasca avvicendandosi a turno per farlo e fare la foto; la folla riempie la piazza ormai senza ore morte, anche la notte. Unico intervallo quando la fontana viene svuotata per la raccolta delle monetine (un aspetto da approfondire) e per la manutenzione. Del resto, lo scenario è di una bellezza imponente e ormai associato per sempre alla scena entrata nel mito degli anni d’oro del cinema italiano, in cui nel cuore della notte Lei, bellissima e sensuale, entra nella fontana in abito da sera e chiama Lui a raggiungerla: “Marcello… come here…”. Lui e Lei sono Anita Ekberg e Marcello Mastroianni nel film La dolce vita  di Federico Fellini. Se non l'avete ancora guardata, fatelo adesso (cliccate QUI ): è indispensabile per vedere la fontana in tutta la sua magia, come non l’avete mai vista. Ne abbiamo un vago ricordo noi romani nati in quegli anni, in cui si andava lì di notte, a concludere una serata davanti alla bellezza assoluta. Capolavoro settecentesco dell’Architetto Nicola Salvi, vincitore del concorso, secondo l’impostazione magistrale della piazza ideata da Gian Lorenzo Bernini… ecc… ecc... (trovate tutto su Internet), ma qualcuno si domanda mai “tutta quell’acqua da dove arriva?…”. Ecco la notizia di oggi: la fontana forse più famosa del mondo è il terminale dell’acquedotto più antico del mondo, l’unico ancora funzionante dopo 21 secoli, dal 19 a.C.: l’Acquedotto dell’Acqua Vergine. La parola terminale è efficace, ma tecnicamente si chiama “mostra” la fontana monumentale che segna la fine del percorso di un acquedotto, distribuendo acqua alla città e mostrando a tutti la grandezza dell’opera e del suo committente. Questa notizia ci dà lo spunto per parlare della grandezza di quello che non si vede e a cui non si pensa a Roma, che era conosciuta come “regina aquarum” per la rete di ben 11 acquedotti ad alimentare la più grande città del mondo antico (un milione e mezzo di abitanti) in continua espansione. Queste infrastrutture costituirono il più complesso e vasto sistema idrico che mai città all’epoca avesse conosciuto e divennero uno dei simboli della grandezza e della capacità tecnica che elevarono la città eterna a Caput Mundi. Si cercavano le sorgenti d’acqua nel territorio circostante e da lì la conducevano alla città con un ingegnoso sistema di condotti (da cui il nome di Via dei Condotti, oggi la strada delle grandi firme) che si snodavano per chilometri, sostenuti da archi a cielo aperto di varie altezze per creare le pendenze giuste e poi proseguire interrati nel sottosuolo della città e distribuire l’acqua alle esigenze principali: innanzitutto le terme (non c’era il bagno in casa, quindi era una pratica quotidiana per tutti oltre che luogo sociale), le residenze imperiali e dei patrizi, le fontane pubbliche (una ogni 80 mt.), botteghe, abitazioni e fontane… più di mille fontane e più di duemila fontanelle da cui abbeverarsi. Infine, condotte sotterranee raccoglievano quella usata e la riunivano alla piovana convogliando il tutto nella cloaca maxima. Furono le invasioni barbariche a distruggere tutto questo per assetare la città durante gli assedi e per un bel po’ si dovette tornare ad attingere l’acqua al Tevere e ai pozzi. In quel periodo tornò in auge l’antico mestiere dell’acquaiolo che portava l’acqua potabile a domicilio (ricordate il Facchino con la sua botticella… una delle statue parlanti?). Solo nel Rinascimento, con la Roma Papale, ripresero le grandi opere urbanistiche, tra cui il ripristino per quanto possibile dei vecchi acquedotti e la costruzione di nuovi; la città ebbe di nuovo acqua in abbondanza e prese così a dotarsi di fontane, vasche, mostre, fontanili, fontanelle, abbeveratoi in una sorta di gara tra pontefici, ordini religiosi e nobili casate romane a chi commissionava ai cosiddetti “fontanieri” l’opera più mirabile. L’acqua fu elemento ideale per la fantasia di scultori ed architetti e le nuove fontane divennero una delle più suggestive celebrazioni del potere. Fu quindi nel 1732 che Papa Clemente XII dispose la ricostruzione del tratto distrutto dell’Acquedotto dell’Acqua Vergine e bandì il concorso per la progettazione della sua mostra: Fontana di Trevi (da Trivium, trivio di strade, luogo della fonte). Sul fatto che si chiamasse “Vergine” come al solito a Roma realtà e leggenda si intrecciano e neanche vale la pena distinguerle perché in fondo fanno parte entrambe della cultura collettiva. Che sia stata una “virgo” (fanciulla), o una ninfa protettrice delle acque, ad indicare la fonte ai soldati romani o che il nome indichi la purezza dell’acqua non vi sono fonti certe ma poco importa. “Come è… come non è…” (modo di dire nel parlato italiano) l’acqua era effettivamente pura, leggera e priva di calcare (è proprio questo che ha preservato l’acquedotto così a lungo dal deterioramento) e “fatto sta” (altro modo di dire) che la scena della “Virgo/Ninfa” che mostra la fonte ai soldati è scolpita sopra la fontana. Ecco realtà e leggenda che convivono. Scommetto che sono pochi quelli che trovandosi a bocca aperta in contemplazione di tale capolavoro si soffermano a leggerne i dettagli, quel che conta è l’emozione che provoca. In fondo è questo che fanno le opere d’arte. Ma ogni opera contiene un messaggio e in queste opere monumentali è quello di un committente che vuole mostrare e scolpire nella storia la grandezza del suo operato e assegna all’artista prescelto il compito della narrazione. In questo caso bisogna riconoscere che il messaggio di magnificenza è arrivato forte. Leggiamo quindi cosa ci mostra questa scultura immensa: protagonista è il mare, l’immensa vasca che occupa tutta la piazza e finisce contro la scogliera resa viva da animali e piante. Al di sopra la divinità Oceano (dio del mare, dei terremoti, delle fontane e dei cavalli) alla guida del cocchio a forma di conchiglia trainato da due cavalli, uno calmo e uno agitato, proprio come è il mare, governati da due tritoni. Accanto a lui due figure femminili allegoriche, abbondanza e salubrità, riferite agli effetti benefici dell’acqua; al livello superiore due bassorilievi rievocano la storia dell’acquedotto: la fanciulla che mostra la fonte ai soldati e nell’altro Agrippa (genero di Augusto, il primo imperatore romano) che decide la costruzione di questo acquedotto più di 2000 anni fa… Storia arte e natura si fondono. Ma, tornando al percorso dell’acqua, per vedere l’acquedotto oggi occorre prima salire al Pincio (il punto più alto della zona e anche il più panoramico) dove l’acquedotto giungeva in città, per poi scendere a circa 27 metri nel sottosuolo partendo dal pozzo di accesso che ancora oggi si trova lì. La scala a chiocciola è ancora quella antica romana e il percorso sotterraneo conduce fino alla Fontana di Trevi dove si conclude. Non è un’esperienza accessibile a tutti, solo agli addetti ai lavori, c’è però un famoso documentario in cui il noto divulgatore Alberto Angela, con tanto di stivaloni fino alla coscia (immagine rimasta iconica per milioni di telespettatori), percorre l’acquedotto fino alla fontana… fino ad affacciarsi scenograficamente da una finestrella della cabina tecnica che si apre accanto al cocchio di Oceano direttamente nella fontana! Con lui potete farlo anche voi (cliccate QUI ). È invece visitabile, a pochi passi, l’area archeologica sotterranea del Vicus Caprarius che ha portato in luce casualmente durante il cantiere di ristrutturazione di uno storico cinema (ex Cinema Trevi) un serbatoio di distribuzione dell’acqua, ancora oggi alimentato dall’acquedotto, che ancora oggi alimenta altri capolavori nel cuore del centro: la Fontana dei Quattro Fiumi (simbolo dei continenti allora conosciuti) a Piazza Navona e la Barcaccia ai piedi della mitica scalinata di Piazza di Spagna. Va reso merito all’ente proprietario del cinema che a fronte di un progetto imprenditoriale di trasformazione in multisala ha dato priorità ai resti archeologici optando per altra soluzione che comprende la sistemazione degli scavi, rendendoli fruibili con un sistema di passerelle e un piccolo antiquarium dei ritrovamenti (anfore, monete, sculture, vasi). Attraverso questi reperti e tutta la stratigrafia delle differenti epoche del tessuto urbano venuto in luce gli archeologi possono aggiungere tasselli alla comprensione del passato, che noi ora possiamo immaginare. Ecco quello che non si vede, a Roma si cammina sull’ultimo strato di una “millefoglie”; questa definizione non è mia ma di Alberto Angela, talmente calzante da essere imperdibile nel caso non guardaste il documentario. Come in questo famoso dolce, come si fa a mangiarlo tenendo gli strati separati…? bisogna morderlo tutto, è così che a Roma passato e presente convivono e si mescolano allegramente! Un esempio? Se avete già gettato la monetina e quindi state tornando a Roma, questa volta fate cosi: dopo aver osservato Oceano sul suo cocchio con altri occhi, andate in Vicolo del Puttarello e scendete a visitare l’area sotterranea per ascoltare il suono antico e attualissimo dell’acqua Virgo che scorre, poi fate una salto al palazzo della nuova Rinascente di via del Tritone, tempio dello shopping di lusso, e scendete al piano -1 dove tra le avanguardie del design e della profumeria troverete anche gli antichi archi dell’acquedotto distrutto, in una zona di osservazione allestita con una proiezione descrittiva. Poi però risalite fino all’ultimo piano dove vi aspetta una vista mozzafiato sui tetti di Roma, per un brunch o un caffè. P.S. Dimenticavo… e le monetine? La raccolta ammonta a circa 3.000 euro al giorno, chevengono distribuiti ai più bisognosi attraverso la Caritas in accordo con il Comune di Roma (ma in passato non era raro vedere pescatori amatoriali all’alba…). Per saperne di più: https://www.sovraintendenzaroma.it/i_luoghi/roma_medioevale_e_moderna/fontane/fontana_di_trevi_mostra_dell_acqua_vergine https://www.vicuscaprarius.com/area-archeologica/ https://www.romasegreta.it/rubriche/acquedotti.html#acqua6

  • Giochi di Grammatica e Vocabolario (Livello A1/A2)

    Cruciverba: Passato prossimo e Imperfetto Istruzioni: Compila il cruciverba con la forma corretta del verbo (passato prossimo o imperfetto). Parole nascoste: Vocabolario della salute Istruzioni: Trova il numero più grande possibile di parole legate alla salute nella griglia. Le parole possono essere in orizzontale, verticale o diagonale e possono essere scritte in avanti o all’indietro. Soluzioni ORIZZONTALI 1. sono andato 3. studiava 5. eravamo 7. leggeva 9. vivevamo 11. mangiava 13. abbiamo fatto VERTICALI 2. giocavo 4. abbiamo visitato 6. non sono usciti 8. mi sono alzato 10. avete comprato 12. prendevo 14. sono partiti 15. guardavate PAROLE NASCOSTE FARMACO OSPEDALE MEDICO INFERMIERE FEBBRE TOSSE VACCINO TERMOMETRO MALATO DOLORE AMBULANZA PILLOLA

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