Rimettere in viaggio Omero. Christopher Nolan e il più grande equivoco sui classici
- Manuela Rispoli

- Aug 1
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Ogni volta che un grande classico torna in scena accade la stessa cosa. Prima ancora di vedere l'opera, si apre il processo. Si discute se il regista sia stato fedele, se abbia tradito l'autore, se abbia osato troppo oppure troppo poco. È successo con Shakespeare, con Dante, con Manzoni. Oggi accade con Christopher Nolan e la sua The Odyssey.
La domanda sulla fedeltà, tuttavia, per quanto comprensibile, rischia di essere la meno interessante.
Noi occidentali abbiamo sviluppato una concezione dei classici che i Greci probabilmente non avrebbero riconosciuto. Li immaginiamo come monumenti da preservare, testi cristallizzati, opere da proteggere da qualsiasi contaminazione. Li osserviamo come si osservano gli oggetti dietro una teca di museo: con attenzione, ma anche con una certa distanza.

La filologia moderna ci ha insegnato a rispettare il testo, a ricostruirne la storia, a distinguere le stratificazioni, a leggere ogni variante come una traccia preziosa. È un lavoro straordinario, senza il quale non potremmo comprendere davvero il mondo antico. Ma se la filologia ha l’obiettivo di avvicinarci a un testo, l'arte prova a farlo rivivere.
Confondere questi due piani significa chiedere a un regista di comportarsi come un editore critico. Christopher Nolan ha tutto il diritto di reinterpretare Omero. Quel diritto gli è riconosciuto da quasi tremila anni di storia culturale.
Virgilio non avrebbe potuto scrivere l’Eneide se avesse pensato che Omero fosse intoccabile. Dante non avrebbe potuto fare di Ulisse il protagonista di uno dei canti più celebri della Commedia, trasformandolo in un uomo divorato dalla conoscenza anziché dalla nostalgia del ritorno. James Joyce non avrebbe ambientato l’Ulysses in una Dublino attraversata da un rappresentante pubblicitario di nome Leopold Bloom. Derek Walcott non avrebbe trasferito il respiro epico di Omero nei Caraibi. Margaret Atwood non avrebbe restituito la parola a Penelope. E perfino davanti agli uomini trasformati in maiali nella Città incantata di Hayao Miyazaki è difficile non riconoscere l’ombra di Circe: la prova che una figura omerica può riemergere altrove, in un’altra lingua, dentro un altro sistema simbolico, senza perdere la propria forza. Ogni epoca ha costruito il proprio Omero.
E poi, a ben vedere, noi stessi non leggiamo mai davvero Omero. Leggiamo Monti, Pindemonte, Rosa Calzecchi Onesti, Maria Grazia Ciani, Franco Ferrari. Ognuno di loro ci consegna un'Odissea leggermente diversa. Cambia il ritmo, cambia il lessico, cambia persino il carattere dei personaggi. Nessuno si scandalizza per questo. Sappiamo che una traduzione non è una fotocopia. È un'interpretazione.

Perché allora pretendiamo dal cinema qualcosa che non chiediamo nemmeno alla traduzione?
Esistono adattamenti pigri, superficiali, puramente decorativi. Esistono artisti che usano i classici come un marchio di prestigio senza instaurare con loro alcun dialogo. Ma esistono anche opere che riescono a dimostrare che quei testi non hanno finito di produrre significato.
Negli ultimi anni il teatro sembra aver riscoperto questa possibilità con una forza particolare. A Londra, quest’anno, Cate Blanchett torna sulla scena con Elektra Persona, un progetto che intreccia Sofocle, la riflessione sull'identità e il linguaggio performativo contemporaneo. Da poco ho letto un libro, Elettra dei bassifondi, che trasporta la tragedia in un paesaggio sociale completamente diverso. Qualche giorno fa, a Sydney, ho visto l'Orestea, completamente riadattata. Nessuna di queste opere cerca di ricostruire il V secolo avanti Cristo. Nessuna pretende di dirci "com'era davvero". Tutte, invece, sembrano animate dalla stessa domanda: che cosa resta vivo di questi personaggi, oggi?
È una differenza sostanziale e, secondo me, il modo migliore di rispettare i classici è metterli in difficoltà. Costringerli a parlare una lingua nuova. Esporli a nuove domande.
Io ho deciso di prendere un aereo per vedere un film. Mi sono spostata da Sydney a Melbourne e l’ho fatto perché Christopher Nolan ha scelto di girare The Odyssey interamente in IMAX 70 mm, un formato che oggi pochissime sale al mondo sono in grado di proiettare. Nell'emisfero australe ce n'è una sola. È a Melbourne. Sono entrata in sala cercando il film, non il poema. E, d’altro canto, bastano pochi minuti per capire che a Nolan non interessa illustrare Omero. Gli interessa capire che cosa significhi oggi raccontare un'epopea.
Diverse cose mi hanno conquistata di questo enorme lavoro cinematografico.
Il mare.

Al mare viene affidato un ruolo preciso e poderoso: è ciò che decide come le cose accadono. Ogni volta che le navi sembrano conquistare lo spazio, basta un cambio di luce, un'onda, un vento improvviso per ricordare che la misura del mondo non è quella degli uomini.
È una sensazione molto omerica.
Noi siamo abituati a leggere l'Odissea come la storia di un uomo straordinario. In realtà è anche la storia di un uomo continuamente ridimensionato. Odisseo è intelligente, coraggioso, tenace. Ma non controlla quasi nulla. Sopravvive perché osserva, aspetta, cambia strategia. Più che un conquistatore, è un interprete del mondo e il film conserva questa fragilità.
Il personaggio non diventa più importante del viaggio stesso e, pur restando il centro morale del racconto, non divora mai il film. Penelope, Telemaco, Circe, Calipso, Elena, Menelao e tutti gli altri esistono, hanno un peso specifico, e questo restituisce all’epica la sua coralità. Gli dèi, curiosamente, sembrano scegliere un'altra posizione. Entrano meno, arretrano, si fanno forza della natura.
Il divino resta una presenza, ma smette di essere una figura. Diventa qualcosa che si avverte nel caso, nella natura, nella capacità di guardare in faccia i propri demoni. L'unico volto immortale che Nolan decide di incarnare è quello di Atena: una presenza discreta, un filo che accompagna Odisseo attraverso il caos. Tutto il resto sembra dissolversi nel mare, nel vento, nella sproporzione continua tra l'uomo e il mondo.
Nolan fa anche un'altra scelta e decide che il modo in cui vedremo questo film è parte del film stesso. Da anni difende la pellicola come altri difendono una lingua o uno strumento musicale. Non perché "si stava meglio prima", ma perché ogni tecnica produce un modo diverso di guardare. Il film, lo accennavo all’inizio, è stato girato interamente con cineprese IMAX a pellicola da 70 millimetri. Dettaglio per appassionati di tecnologia? Io direi scelta estetica. Significa lavorare con un'immagine che contiene una quantità di informazioni, di profondità e di luce difficilmente riproducibile in altri formati. Significa, soprattutto, costruire un'opera sapendo che potrà essere vista pienamente soltanto in un numero minuscolo di sale.
Qualcuno potrebbe trovarlo elitario. Io, uscendo dal cinema, ho pensato il contrario. Ho pensato ai rapsodi che recitavano l'Odissea davanti a un pubblico riunito nello stesso luogo e nello stesso momento. Ho pensato al teatro greco, che esisteva soltanto nell'incontro tra attori e spettatori. Ho pensato a quanto sia recente l'idea che un'opera possa essere identica ovunque e su qualsiasi schermo.
Forse Nolan sta difendendo il fatto che alcune esperienze artistiche non siano completamente separabili dal modo in cui avvengono.
Naturalmente The Odyssey continuerà a vivere anche in altri formati. Lo vedremo nei cinema tradizionali, sulle piattaforme, sui televisori di casa. Sarà sempre lo stesso film, proprio come l'Odissea continua a essere l'Odissea nelle tante traduzioni che l'hanno attraversata. Ma ogni supporto mette in risalto qualcosa e lascia inevitabilmente qualcos'altro in ombra. L'IMAX 70 mm non è l'unico modo possibile di incontrare il film; è il modo in cui Nolan lo ha immaginato. Tutte le altre visioni saranno, in un certo senso, un'altra interpretazione.
In tutte però Odisseo non sarà l'uomo più grande del mondo, ma l’uomo che attraversa un mondo infinitamente più grande di lui.




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