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Qui Roma... Lusso cultura e storia in mostra: “Cartier e il mito”. Heritage Cartier Collection ai Musei Capitolini

Parlando di gioielli il lusso è implicito, ma non solo quello se si parla di Cartier: “il gioielliere dei Re e il Re dei gioiellieri”. Così lo definì nel 1904 Re Edoardo VII del Regno Unito, concedendo al primo negozio londinese la royal warrant, l’ambito riconoscimento di eccellenza reale, nominandolo così suo fornitore ufficiale; altrettanto faranno altre corti europee, tra cui l’Italia.


Louis-François Cartier aveva fondato l’omonimo negozio rilevando la bottega artigiana in cui lavorava nel 1847 a Parigi, ma fu suo figlio Alfred e i tre nipoti Louis, Pierre e Jacques a trasformare la piccola azienda familiare del nonno in un brand celebrato in tutto il mondo, un impero del lusso con sedi a Parigi, Londra e New York. Tra i loro clienti c’erano le case reali dell’epca, le famiglie aristocratiche di tutta Europa, i miliardari americani, i maragià indiani e poi le stelle di Hollywood.


La maison Cartier diventa particolarmente famosa nel 1856, quando la principessa Matilde, nipote di Napoleone I e cugina dell'imperatore Napoleone III, compie i suoi primi acquisti da Cartier. Nel 1859 l'imperatrice Eugenia, sua moglie, diventa cliente della boutique e inizia quella tradizione di re, regine e imperatori che caratterizzerà tutta la storia della Maison, che da una piccola bottega parigina arriverà a definire l'estetica del lusso mondiale. Un lusso quindi che può raccontare storie... e fa storia.  


Se ne potrebbe  fare una lunga lista a partire dai 27 diademi di brillanti ordinati dalla nobiltà britannica per l'incoronazione di Edoardo VII, proseguendo con la collezione personale della regina Elisabetta tra cui la tiara della Regina Madre, con i ben due anelli di fidanzamento donati dal Principe Ranieri III di Monaco a Grace Kelly, con gli orecchini indossati dalla Principessa Diana in occasione della sua visita ufficiale in Australia, con l’orologio di Jacqueline Kennedy, la collana di diamanti e rubini di Elizabeth Taylor... e si potrebbe continuare... Jean CocteauRomy SchneiderAlain Delon, Gary Cooper...


Per comprendere quali siano i fattori che hanno determinato tale ascesa occorre osservare due vicende che combaciano, in primis il modus operandi della maison Cartier che cambia il senso del rapporto con il mestiere orafo e il valore che si dà alla cultura, oggi così desueta e messa in discussione e, parallelamente, il contesto storico.


La maison nasce nella Francia di Napoleone III che va al potere, mostrandosi come il cuore pulsante di quell’Europa che deve tornare all’Ancien Regime e da quel punto di vista vuole anche fondare l’ultimo degli imperi di Francia. In quel ventennio di nuovo impero c’è un’ultima stagione di gotha aristocratico che viene nel segno del Grand Tour e di una cultura che già dalla fine del ‘700 aveva visto i viaggi in Europa come viaggi colti di conoscenza e di esposizione visiva alle bellezze del mondo classico.


All’interno di quella stagione e poi sul finire dell’Ottocento e del primo Novecento nasce dalla piccola bottega artigiana quella che sarà la casa di riferimento dei grandi gioielli per tutta l’aristocrazia e il gotha europeo internazionale. Il motivo è che le creazioni Cartier non sono soltanto ornamenti preziosi e decorativi, ma ogni collana, spilla o anello è una narrazione, ogni gioiello allude a qualcosa. Ornamenti sì, ma soprattutto ispirazioni che raccontano il mito. 


A conferma di quanto la storia della maison Cartier sia profondamente correlata con l’arte e l’eredità culturale europea, la mostra è stata allestita nell’ala dei Musei Capitolini dedicata alle sculture in marmo della collezione del cardinale Alessandro Albani, nucleo storico del museo istituito da Papa Clemente XII nel 1733 che ha contribuito a definire i canoni della cultura artistica europea. 



Tutta quella che è la dimensione colta delle creazioni Cartier attinge quindi a piene mani al mito, alle divinità che arrivano dalla tradizione soprattutto greca ma poi anche romana, per costruire i simulacri in grado di valicare i limiti che Kronos da sempre impone all’umanità. 


Il senso di lavorare con i metalli preziosi, le pietre, gli ori e argenti, diventa un modo apotropaico per cercare di superare il limite tra la vita e la morte. Se l’uomo non riesce a valicare i confini del tempo affida al gioiello di continuare questo percorso.


La costruzione della maison è quindi legata al culto della bellezza, non necessariamente solo del gioiello, e parte da una premessa metodologica per la quale chiunque entri a lavorare ha un unico requisito importante richiesto: studiare. Sono molti i quaderni di appunti sul senso della ripresa degli archetipi delle immagini del passato che tornano ad essere modelli per i gioielli contemporanei.


Lavorare per l’ultima generazione di un’aristocrazia che ancora si crede quella dell’Ancien Regime (che invece si scontrerà con la Prima guerra mondiale), vuol dire creare una serie di gioielli che non raccontino solo il lusso, la bellezza e il possesso di denaro o metalli preziosi, ma vuol dire dar vita ad una stagione in cui la nuova moda si metta in mostra all’interno di quei gran gala e celebrazioni ancora rappresentativi della Belle Époque. 


Siamo nella Parigi degli sventramenti di Hausmann, sono gli anni in cui Vienna è il cuore pulsante, sono gli anni di Strauss, del Danubio blu, anni in cui tutta l’Europa è in festa, dove si inaugurano le metropolitane ma intanto si continua a danzare.


La conoscenza e il sapore di quei gioielli diventano elementi che attestano la cultura di chi li indossa. Non si indossa solo qualcosa di bello, ma qualcosa che può emulare la bellezza dell’antico e può raccontare che, anche se non si è visto con i propri occhi, in realtà si ha la conoscenza di aver letto Plinio, conosciuto le grandi ville romane, gli scavi di Pompei, il Partenone e di poterne fare manifesto in una versione ridotta che si possa indossare.


Emblematica di questo concetto fondante, lungo il percorso museale, è la stanza delle colombe di Plinio, così chiamate per la descrizione fatta da Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia (77 d.C.) di un mosaico risalente al II sec. a.C., già molto famoso nell’antichità, che fu replicato in varie copie, tra cui quella ora qui esposta, ritrovata nella Villa Adriana a Tivoli ed entrata nelle collezioni capitoline nel 1764. Il soggetto è stato spesso riportato sui gioielli acquistati dai viaggiatori del Grand Tour tra XVIII e XIX secolo e viene reiterato da Cartier in forme diverse, a partire da una spilla in micro-mosaico, tecnica già diffusa nei grandi cantieri romani alla fine del '700, o anche in una parure in pietre preziose montate su oro. Il motivo delle colombe non è qui legato ad una visione teologica, non sono colombe della pace, elemento che torna nei blasoni delle famiglie aristocratiche come attestazione di fede, ma si torna ad un mondo profano in cui letteratura e bellezza si fondono per dare un segno di cultura a quest’ultima stagione di aristocratici.



Va evidenziato che ogni fase della produzione Cartier riflette una diversa attualizzazione del mito classico con una sensibilità contemporanea che guarda all’antichità come a un patrimonio sempre vivo, e questo approccio distintivo, con un proprio codice estetico-formale, fece sì che non lo sfoggiarono più solo aristocratiche o duchesse, ma celebrità internazionali dal fascino moderno. 


L’intento dell’esposizione ai Musei Capitolini è proprio quello di mostrare come il lessico formale dell’antichità sia diventato, nel tempo, un linguaggio universale capace di rinnovarsi. A prescindere dal gusto estetico di ogni epoca, per cui uno di quei gioielli oggi può piacere o meno (comunque tutti desiderabili...), c’è l’idea di un processo in divenire, di uno studio sulle forme e sulla bellezza che continua ad essere portato avanti. La stessa collezione Cartier quindi è in continuo divenire, perché ogni collezione ogni anno viene censita con i pezzi più prestigiosi che poi andranno a far parte dell’Heritage Cartier Collection, di cui una significativa selezione è in mostra qui a Roma.


Il percorso espositivo è concettualmente impegnativo, ma è supportato da numerosi pannelli di approfondimento che accompagnano il visitatore passo passo. A valle di questa lunga premessa necessaria lascio parlare le foto, rimandando ai testi della mostra contenuti nel LINK per comprendere i collegamenti simbolici cui alludono i gioielli, impossibili da sintetizzare. Spicca tra tutti la tiara in platino, che portata sulla fronte diviene elemento di splendore e illuminazione, ove il senso della perla unita al diamante ha la dimensione archetipica della luce e va a competere con la mezzaluna sul carro di Diana.


Cartier fu pioniere nell'uso generalizzato del platino in gioielleria, un metallo che consente montature più leggere e luminose, esaltando così la brillantezza dei diamanti. Con una portabilità ben diversa da quella delle corone tradizionali, la tiara diventa elemento che svetta sulla testa delle nuove generazioni di donne, anche autonome e indipendenti. 



Cartier non si limita a riprodurre: evoca, reinventa, trasforma il mito in una esperienza che emoziona attraverso le forme archetipiche e il potere evocativo molto forte delle gemme: la grazia di Afrodite, la forza di Eracle, la sapienza di Zeus. L’anello di fidanzamento con il nodo di Ercole è ancora uno dei più diffusi sul mercato. 


Smalti, intarsi, incisioni e montature raccontano come Cartier abbia saputo fondere tradizione e innovazione. Sono molte quelle introdotte da Cartier: precursore del moderno concetto di orologio da polso, ne realizzò il primo esemplare, il Santos, nel 1904, destinato a diventare un’icona dell’orologeria maschile, per il pioniere dell’aviazione brasiliano Alberto Santos-Dumont; un segnatempo pensato per essere pratico in volo quando gli uomini per controllare l’ora potevano servirsi solo di orologi da taschino. 


Per entrare nel merito di questa mostra e per goderne, bisogna per un po’ distogliere la mente da quello che sta accadendo nel mondo e dall’eterno contrasto tra lusso sfrenato e povertà estrema. Io l’ho fatto in un sabato pomeriggio piovoso, di quelli in cui a Roma bisogna affrontare disagi vari e pozzanghere (sempre per via delle buche e dei sampietrini... come dicevamo in apertura di questa rubrica), ma di quelli che basta entrare in un museo e si dimentica tutto e anche il cielo più grigio si illumina. Specialmente qui, in questa mostra scintillante di migliaia di diamanti che hanno brillato per due secoli di storia e sono giunti qui in Campidoglio dall’Heritage Cartier Collection.


Ammirarli in questa mostra non è stato come guardare la vetrina di una gioielleria delle strade del lusso e delle grandi firme: in quei cento metri di galleria, in quelle teche blindate, si ripercorre un pezzo di storia europea dell’800. 



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