Angolo della poesia: "Procne Machine" di Carmen Gallo
Updated: 13 hours ago

Il Premio Strega Poesia 2026 è stato assegnato a Carmen Gallo per Procne Machine, pubblicato da Einaudi. Nata a Napoli nel 1983, è poetessa, traduttrice e docente di letteratura inglese all’università “La Sapienza” di Roma.
Sfogliando il libro ci si accorge subito di trovarsi davanti a un lavoro che non corrisponde all'idea tradizionale di raccolta poetica. Non c'è una semplice successione di componimenti autonomi, ciascuno compiuto in sé. C'è piuttosto un progetto letterario unitario, nel quale poesia, prosa saggistica, mito, traduzione e riflessione sulla voce si incontrano e si contaminano.
È una scelta che pone una questione interessante, e tutt'altro che risolta, per molta poesia contemporanea: che cosa distingue oggi una raccolta poetica da un testo teatrale, da un poema narrativo o da un'opera di sperimentazione linguistica?
Il punto di partenza di Procne Machine è uno dei miti più oscuri e cruenti della tradizione greca, quello di Procne e Filomela, narrato e tramandato da Ovidio nelle Metamorfosi.
Filomela viene violentata da Tereo, marito della sorella Procne. Per impedirle di raccontare la violenza subita, Tereo le taglia la lingua. Ma Filomela trova un altro modo di comunicare: tesse la propria storia su una tela, trasformando il lavoro delle mani in una forma di linguaggio. Quando Procne scopre l'accaduto, la sua vendetta è terribile: uccide il figlio avuto da Tereo e lo serve in pasto al marito. Alla fine, gli dèi trasformano i protagonisti in uccelli.
Gallo utilizza questo mito per interrogarsi su questioni che attraversano il tempo e arrivano fino a noi. Che cosa rimane della voce quando viene sottratta? Come si trasmette un trauma? Quale rapporto esiste fra violenza, silenzio e possibilità di espressione? E soprattutto, si può davvero impedire a qualcuno di raccontare?
Filomela, privata della lingua, continua a parlare attraverso la tessitura. È un'immagine potentissima: il linguaggio sopravvive alla mutilazione, cambia materia, trova un'altra strada.
La metamorfosi finale non è un dettaglio secondario del mito. I protagonisti diventano uccelli e, attraverso questa trasformazione, la loro storia sembra consegnarsi a un'altra forma di esistenza e di voce. Ed è proprio l'immagine degli uccelli a percorrere il libro, che muove anche da una paura personale dell’autrice nei loro confronti. Il volo, che siamo abituati ad associare alla libertà, assume così un significato ambiguo, sospeso fra meraviglia e inquietudine. Gli uccelli portano con sé, attraverso il mito, la memoria della violenza e della metamorfosi.
Dalla prima sezione del libro:
Ad aprile sono arrivate le rondini, velocissime.
Nella luce arancione disegnavano
cerchi nello spazio. Nello slargo della piazza
si rincorrevano felici o furiose, non saprei dirlo,
sfiorando di fretta balconi e finestre
mentre un frastuono, non un canto,
ricopriva ogni altra voce della città.
Si posavano il tempo di una spinta
tra le pietre di tufo e di piperno,
un attimo, prima di tornare a sgolarsi
nel coro infuriato delle altre, come a margine
di una tragedia o di una commedia
allestita nel vuoto dell’aria.
Troppo prese, loro, troppo indaffarate
per morire o fare del male.
Le rondini sono osservate in un contesto quotidiano, urbano, riconoscibile: una piazza, i balconi, le finestre, la luce di aprile. Eppure, attraverso pochi spostamenti linguistici, quella scena comincia a perdere la propria innocenza.
Le rondini non sono semplicemente felici: potrebbero essere furiose. Il loro verso non è un canto, ma un frastuono. Non formano uno stormo armonioso, bensì un coro infuriato. La similitudine teatrale, con il riferimento alla tragedia e alla commedia, introduce nella scena naturale una dimensione drammatica. E l'ultimo verso, apparentemente rassicurante, contiene due parole che fino a quel momento sembravano estranee al paesaggio: “morire” e “fare del male".
È proprio questa conclusione a modificare retroattivamente la lettura. La violenza, che sembrava assente, era già una possibilità nascosta nel linguaggio.
Mi interessa anche quell'incertezza, “felici o furiose, non saprei dirlo”. Chi osserva non pretende di interpretare definitivamente ciò che vede. Il movimento delle rondini rimane indecifrabile, sospeso fra gioia e aggressività, vitalità e minaccia.
Ecco allora che il mito non ha bisogno di essere continuamente raccontato per essere presente. È già dentro il nostro modo di guardare, dentro le parole che scegliamo per descrivere il mondo.
La struttura del libro risponde a questa stessa logica. Accanto ai versi troviamo frammenti saggistici, riflessioni sulla trasmissione del mito, traduzioni, riscritture e riferimenti artistici. Nella seconda sezione prevale la dimensione critica e interpretativa; nella terza compare il tema del doppio, anche attraverso l'immagine perturbante di due uccelli impagliati.
È un'opera da osservare con calma. Un’opera che mette in discussione i confini stessi del genere.
Il titolo Procne Machine richiama Hamletmaschine, il testo teatrale sperimentale scritto da Heiner Müller nel 1977. Come Müller smonta e ricompone la tragedia shakespeariana per interrogare la storia e il presente, Gallo utilizza il mito di Procne come una macchina capace di produrre nuove immagini e nuovi significati.
Il riferimento al teatro, del resto, non è marginale. In Procne Machine la voce assume spesso una dimensione scenica, il mito diventa una struttura da attraversare e il linguaggio sembra continuamente oscillare fra ciò che viene pronunciato, ciò che viene taciuto e ciò che non può essere detto.
Carmen Gallo ha indicato fra i propri riferimenti Anne Carson, la poetessa, saggista e classicista canadese che proprio quest'anno ha ricevuto il Premio Nobel per la Letteratura 2026. Carson ha costruito gran parte della propria opera attraversando i confini fra poesia, saggio, traduzione e drammaturgia, spesso tornando alla tradizione classica per interrogarne il significato nel presente. Gallo ha dichiarato che Carson le ha insegnato a utilizzare la letteratura non come esibizione di erudizione, ma come strumento per riattivare l'immaginazione e comprendere il nostro tempo.
Il parallelismo è interessante perché entrambe lavorano su un'idea di poesia che non coincide necessariamente con il verso. Il pensiero critico entra nella creazione poetica, la traduzione diventa riscrittura, il mito perde la propria immobilità e torna a essere materia viva.
Ma riconoscere la legittimità di queste forme ibride non significa rinunciare a interrogarle. C'è una differenza fra sostenere che la poesia contemporanea possa assumere forme diverse e affermare che ogni scrittura ibrida sia necessariamente poesia.
Un testo può essere intellettualmente sofisticato, ricchissimo di riferimenti, costruito con grande consapevolezza letteraria, e tuttavia non raggiungere quella particolare intensità linguistica che ci fa riconoscere un'esperienza poetica.
È una domanda che Procne Machine invita a porci: la poesia risiede soprattutto nell'architettura concettuale dell'opera o nella materia stessa della lingua? Fino a che punto possiamo allargare i confini della poesia senza rischiare di perdere ciò che la rende riconoscibile?





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