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Angolo della Poesia: Francesco Guccini


Francesco Guccini è morto il 6 agosto scorso.

L’uomo aveva ottantasei anni. Il poeta, non saprei.


Non saprei dare un’età a chi ha passato una vita a discutere con il tempo, a provocarlo, a inseguirlo nei suoi nascondigli; a ritrovarlo nella nebbia di una pianura, sopra il tavolo di un’osteria, dentro una fotografia, nel nome di un amico morto, in una locomotiva lanciata contro l’ingiustizia, in una ragazza incontrata molti anni prima.


Dell’uomo Guccini, in questi giorni, si è detto e si dirà molto. Si ricorderanno Pàvana e Modena, Bologna, l’America immaginata da bambino, l’osteria, il fiasco di vino, la barba, la erre, le sigarette, le montagne. Si racconteranno gli aneddoti, il carattere, le amicizie. Verranno ricordati i dischi, i libri, i concerti.


È giusto.

Ma l’uomo e l’artista non coincidono mai del tutto.


L’uomo appartiene a se stesso, a chi lo ha amato, a chi ha diviso con lui una casa, un’amicizia, una sera, una parte di strada. Su quell’uomo noi possiamo soltanto affacciarci.


Il Guccini che abbiamo conosciuto noi vive altrove.

Vive nelle parole.


Ed è a lui che vorrei dedicare questo Angolo.

A Francesco Guccini poeta.


Lo scrivo senza esitazione, e senza entrare nell’antica e ormai stanca disputa se una canzone possa essere poesia. Guccini ha scritto versi che hanno abitato la lingua di generazioni. Questo mi basta.


Ha dato dignità poetica alle cose che sembravano non averne. La provincia. La noia. Le domeniche. Le stazioni. Le osterie. I bar. I binari. Le fabbriche. I cortili. Le camere dove un amore è già finito e nessuno ha ancora trovato il coraggio di dirlo. I paesi da cui si parte e quelli nei quali, inspiegabilmente, si torna. Le conversazioni interminabili fra amici quando si è giovani e si crede che parlare del mondo possa ancora cambiarlo.


Guccini ha scritto la poesia delle cose laterali… per questo tanti si sono riconosciuti nelle sue canzoni. Una strada poteva contenere una biografia. Una locomotiva, la rabbia di un secolo. Un’osteria, il naufragio delle illusioni. Un paese dell’Appennino, l’infanzia intera. Una ragazza americana mai conosciuta, il sogno di un bambino cresciuto durante la guerra.


E poi c’era il tempo.

Sempre il tempo.

Pochi autori italiani lo hanno sentito con la stessa ossessione.


Il tempo che cambia i luoghi.

Il tempo che cambia noi.

Il tempo che trasforma gli amici in ricordi e gli amori in domande.

Il tempo che rende improvvisamente remoto ciò che credevamo presente.


Guccini ci stava dentro fino al collo.


Invecchiare, nelle sue canzoni, comincia molto prima della vecchiaia. Comincia quando ci accorgiamo che una parte della nostra vita è già diventata racconto. Quando incontriamo qualcuno che eravamo stati e non siamo più. Quando torniamo in un luogo conosciuto e scopriamo che è rimasto quasi uguale, mentre noi siamo diventati irriconoscibili a noi stessi.


Guccini sapeva essere sentimentale, ma difficilmente consolatorio.


La memoria non salva.

La nostalgia non restituisce.

Le parole non fanno tornare nessuno.


Eppure scriveva.


Ha scritto per decenni contro questa evidenza.


Ha chiamato per nome persone morte da tempo. Ha ricostruito stanze scomparse. Ha rimesso gli amici intorno a un tavolo. Ha fatto ripartire treni. Ha interrogato fotografie. Ha ripercorso strade. Ha restituito voce perfino alle illusioni dalle quali aveva preso congedo.


Qui, per me, sta la grandezza di Guccini.


Nella sua fedeltà a ciò che scompare.


Una fedeltà priva di innocenza. Guccini sapeva benissimo che il passato non torna. Proprio per questo continuava a chiamarlo.


E la sua poetica, la sua lingua.


Quella lingua enorme e terrestre, capace di contenere Dante e una bestemmia, Borges e il dialetto, l’invettiva politica e una battuta da osteria, una parola ricercatissima e subito dopo qualcosa che avrebbe potuto dire suo nonno.


Non cercava di sembrare poeta.


Aveva troppo da raccontare.


Le sue canzoni pensano, ricordano, divagano, litigano. A volte sembrano prendere una strada secondaria e dimenticare dove stavano andando. Poi una parola, un’immagine, un verso riportano tutto improvvisamente al centro.


E soprattutto fanno domande.


Guccini ha disseminato la sua opera di punti interrogativi.


Chi siamo? Che cosa rimane delle nostre convinzioni? Quanto di ciò che abbiamo amato era vero? Che cosa abbiamo fatto del tempo che ci è stato dato? Dove sono finiti gli amici? Che cosa resta di una generazione quando sono cadute le parole nelle quali aveva creduto?


Nel 1990 Guccini aveva già attraversato molte vite. Il ragazzo, il cronista, l’insegnante, il cantautore politico, l’uomo di una generazione che aveva creduto di poter cambiare il mondo. E a un certo punto, invece di dirci finalmente chi fosse, scrisse una canzone costruita intorno a ciò che non riusciva più a definire.


“Quello che non …”


Oggi vorrei lasciarvela senza commento.


Ascoltatela – o leggetela – pensando soltanto a quell’uomo che per tutta la vita ha nominato le cose perché sapeva che le cose finiscono.


La vedi nel cielo quell'alta pressione, la senti una strana stagione?

Ma a notte la nebbia ti dice d'un fiato che il dio dell'inverno è arrivato.

Lo senti un aereo che porta lontano? Lo senti quel suono di un piano,

di un Mozart stonato che prova e riprova, ma il senso del vero non trova?


Lo senti il perché di cortili bagnati, di auto a morire nei prati,

la pallida linea di vecchie ferite, di lettere ormai non spedite?

Lo vedi il rumore di favole spente? Lo sai che non siamo più niente?

Non siamo un aereo né un piano stonato, stagione, cortile od un prato...


Conosci l'odore di strade deserte che portano a vecchie scoperte,

e a nafta, telai, ciminiere corrose, a periferie misteriose,

e a rotaie implacabili per nessun dove, a letti, a brandine, ad alcove?

Lo sai che colore han le nuvole basse e i sedili di un'ex terza classe?


L'angoscia che dà una pianura infinita? Hai voglia di me e della vita,

di un giorno qualunque, di una sponda brulla? Lo sai che non siamo più nulla?

Non siamo una strada né malinconia, un treno o una periferia,

non siamo scoperta né sponda sfiorita, non siamo né un giorno né vita...


Non siamo la polvere di un angolo tetro, né un sasso tirato in un vetro,

lo schiocco del sole in un campo di grano, non siamo, non siamo, non siamo...

Si fa a strisce il cielo e quell'alta pressione è un film di seconda visione,

è l'urlo di sempre che dice pian piano:

"Non siamo, non siamo, non siamo...".


Dell’uomo resta ciò che appartiene a chi lo ha conosciuto e amato.

Del poeta resta questa strana disobbedienza al tempo: essere ancora qui quando la voce che ha pronunciato le parole non c’è più.


Grazie, Francesco.

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