Qui Roma... Equinozio d’autunno sull’Appia Antica
Qui da noi nell'emisfero nord questo momento segna l'inizio dell'autunno, mentre in Australia, nell'emisfero sud, accade esattamente il contrario: comincia la primavera. Non si tratta di una data scelta convenzionalmente sul calendario, l'equinozio è un preciso evento astronomico che corrisponde all'istante nel quale il sole attraversa l'equatore celeste passando dall'emisfero settentrionale a quello meridionale. Non è una giornata intera ma un istante preciso: in quel momento i suoi raggi illuminano i due emisferi in modo quasi identico e la durata del giorno si avvicina a quella della notte. Del resto, il termine equinozio deriva dal latino aequus (uguale) e nox (notte).
È domenica mattina ed è per questo che oggi sono qui sull’Appia Antica, ma non sembra che l’autunno tenga conto dell’equinozio... è una bella giornata di cielo limpido con la temperatura estiva di un’estate normale, non torrida come quella che abbiamo avuto quest’anno. La condizione perfetta per godere di questo paesaggio surreale, fuori dal tempo e dal caos della capitale. L’antica Via Appia, con tutto l’immenso patrimonio storico-archeologico e paesaggistico ad essa legato, dal 1988 è parco archeologico protetto e dal 2024 patrimonio UNESCO (questo argomento meriterà in seguito un approfondimento a parte).
In questo specifico momento sono qui per l’apertura straordinaria di un monumento affascinante e “magico”. Al quarto miglio dell’Appia Antica, c’è uno dei sepolcri più interessanti di tutto il tracciato: il cosiddetto Mausoleo degli Equinozi, una tomba a tumulo databile al II secolo a.C. con volta a botte che copre la camera funeraria, alta 7 metri su un diametro di 14, giunta a noi straordinariamente integra.
La particolarità che rende unico questo sepolcro è il suo preciso orientamento astronomico. Esclusivamente nei giorni degli equinozi di primavera (20-21 marzo) e d'autunno (22-23 settembre), il sole raggiunge la perfetta inclinazione sull'orizzonte per penetrare perpendicolarmente nell’apertura a bocca di lupo sulla parete di fronte all’ingresso e il raggio di luce penetra nell’oscurità andando ad illuminare esattamente il centro della pavimentazione della camera funeraria. La luce entra tutti i giorni dalle tre aperture, ma solo negli equinozi colpisce il centro del pavimento, dove si trovava il defunto. Il “bacio del sole” programmato per “toccare la morte” nel buio del sepolcro.
Di lui e della sua famiglia non è stato possibile conoscere il nome... il sepolcro resta quindi legato unicamente a questa sua caratteristica astronomica. La luce solare qui viene sfruttata non come semplice elemento di illuminazione, ma come un preciso orologio astronomico e strumento teologico. Si incontrano qui la scienza etrusca della divinazione e la sapienza architettonica romana, entrambe incentrate sull’osservazione del cielo e del ciclo solare.
Il legame con gli equinozi non è casuale: nell'antichità romana, il momento in cui il giorno e la notte avevano la stessa identica durata (equilibrio del cosmo) coincideva con i riti connessi al culto dei morti e alla fertilità della terra, in una profonda relazione simbolica tra il ciclo cosmico, la rigenerazione della natura e la memoria dei defunti. Nel momento esatto in cui il sole raggiungeva i punti cardine dell'anno, nell’equilibrio tra notte e giorno, in questa sorta di perfezione, si legava la memoria del defunto al ciclo eterno del Sole.
In un dualismo simbolico tra luce e tenebre il raggio punta dritto al centro del pavimento della cella funeraria, simboleggiando una connessione diretta tra il cielo (il divino) e la terra (la tomba).
Il rapporto con il sole dà speranza e dà vita. Questo sole che ogni giorno sale e scende, l’eternità di questo cerchio, riprende l’eternità della possibilità di vivere oltre la morte.
Il rapporto con la volta celeste e i fenomeni atmosferici i popoli antichi lo hanno avuto sempre, a tutti i livelli e in tutti i momenti. Poi, in base alla loro conoscenza scientifica lo hanno potuto decodificare in modo diverso. Il rapporto con il sole, gli astri e l’avvicendarsi delle stagioni, tutta la religione romana, greca ed etrusca si basa su questi cardini. Tutta la vita dell’uomo si conformava all’avvicendarsi stagionale con il lavoro, l’attività della terra e anche politica. C’era l’ascolto e il rispetto seguendo e assecondando i cicli della natura, cosa che noi abbiamo ribaltato fino a distruggere.
Questo sepolcro, mirabile esemplare di archeoastronomia (architettura posizionata) con il fenomeno che si genera all'interno, segue regole geometriche e astronomiche precisissime. I romani non erano forti nelle scienze e dove non arrivavano si appoggiavano ad altri. La tradizione di scienziati era egiziana, quindi si basavano sui calcoli di scienziati orientali, spesso alessandrini. Alla corte degli imperatori spesso ci sono astrologi stipendiati (la scienza dell’astronomia e la credenza dell’astrologia nell’antichità si sovrappongono).
Il centro del pavimento del sepolcro, dove arriva il raggio di sole, doveva essere in connessione con la partizione sacra dello spazio terreno e celeste; qui è posta una mappa – con scritte in latino e in etrusco, importando questo tipo di speculazione proprio dalla religione etrusca – che rappresenta come i romani pensavano che fosse divisa la terra, speculare alla divisione celeste, definendo i quartieri celesti e terrestri usati per interpretare i segni degli dèi: pars antica (sud) e pars postica (nord), pars hostilis (ovest) sfavorevole (il sole muore) e pars familiaris (est) favorevole (il sole sorge), con le relative divinità celesti ed infernali, propizie od ostili.
Perché questa tomba lungo la strada più importante della Roma antica?
La Via Appia era considerata dai Romani la regina viarum (regina delle strade). Con i suoi 500 km è universalmente ritenuta, in considerazione dell'epoca in cui fu realizzata (fine IV – III sec. a.C.), una delle più grandi opere di ingegneria del mondo antico e per l'enorme impatto economico, militare e culturale che ha avuto sulla società romana nel collegare Roma a tutto il Mediterraneo. L’Appia era disseminata di tombe lungo tutto il ciglio stradale, mantenendo nei secoli l’aspetto più caratteristico del rapporto dei Romani con i defunti. Sarebbe un po’ come se il nostro raccordo anulare, la maggiore via di comunicazione urbana, fosse accompagnato da tombe a destra e sinistra... Il nostro rapporto con i morti è diverso, non devono stare insieme a noi, questo contatto continuo per noi sarebbe un po' schiacciante, mentre per i Romani era assolutamente fondamentale su tutte le strade.
Le nostre aree cimiteriali sono esterne e spesso lontane dalla città, quindi ci si va raramente. Per i Romani antichi questo era inconcepibile, i morti dovevano stare insieme ai vivi. Cicerone lo ripete spesso: “la vita dei morti è posta nella memoria dei vivi”. Se qualcuno ti ricorda sempre, continuamente, non muori mai; questo vale anche per noi, ma lo circoscriviamo alla memoria delle persone che ci hanno conosciuto, a meno che non siamo personaggi pubblici, ma quando amici e parenti non ci saranno più la memoria di noi si estinguerà. Inconcepibile per i Romani, per i quali essere ricordati era l’unica speranza di salvezza e di vita eterna. Se i morti fossero separati e lontani dai vivi non ci sarebbe questo contatto.
Sulla Via Appia i morti sono insieme ai vivi che vanno a passo d’uomo (a piedi o con carri) ed hanno quindi il tempo di guardare le tombe a destra e sinistra e di leggere le iscrizioni, che spesso si rivolgono al passante: “tu che passi su questa strada fermati un attimo ricordati che io mi chiamavo così, avevo... anni, mia moglie/marito si chiamava così..., avevo questi figli, facevo questo lavoro...” in questo incontro fugace in cui il vivo leggeva il nome del morto e questo veniva ricordato, in questo mutuo scambio, il morto si assicurava che la sua memoria avrebbe continuato ad esistere.
Perché l’apertura del sepolcro è straordinaria?
L’Appia Antica è un’area che fondamentalmente ancora oggi è prevalentemente privata. Si può passeggiare sulla strada ma non accedere all’interno, entrare in una proprietà privata è qualcosa di raro. All’inizio era tutta campagna e non c’era nulla, nel secondo dopoguerra è diventata luogo di ville, di attori e personaggi importanti, in presenza e anche compresenza delle tombe.
Questo sepolcro era tutto coperto quando la proprietà è stata acquistata a fine ‘800 da una famiglia i cui eredi oggi sono impegnati nel recuperare il reperto con una serie di interventi e nel poterlo aprire al pubblico. È un onore ma anche un grande onere.
Questo luogo ha affascinato viaggiatori, studiosi e artisti per secoli. Nel ‘700 il paesaggista Carlo Labruzzi realizzò un acquerello in seppia che raffigura l'interno del mausoleo, all'epoca utilizzato dai pastori per il ricovero delle greggi, mentre il grande architetto e incisore Giovan Battista Piranesi si fermò qui e ne studiò la struttura con attenzione. Sulle pareti erano ancora visibili frammenti di intonaco dipinto, che lasciavano intuire come la camera fosse un tempo decorata con raffinati affreschi; ne disegnò un accurato rilievo, contribuendo a far conoscere questo gioiello nascosto agli studiosi di tutta Europa; entrambi sono custoditi al British Museum di Londra.
Questo luogo ha affascinato anche me... che con mezzi moderni ve lo racconto in questo caldo equinozio d’autunno di 2200 anni dopo.
Per saperne di più:
Crediti fotografici:
Si ringrazia per alcune immagini:





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