Qui Roma... La fabbrica del falso
- Silvana D'Intino

- 1 day ago
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Abbiamo già parlato, in un editoriale precedente, del nucleo dei “Carabinieri dell’Arte” (Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale – TPC) e della collaborazione con le istituzioni culturali per l’identificazione e il recupero di beni italiani trafugati e rivenduti all’estero. Una vera emorragia.
L’inaugurazione di questa mostra, dal titolo particolare “La fabbrica del falso”, mi ha dato lo spunto per mostrare un’altra faccia dell’aggressione al nostro patrimonio culturale: rimanendo nella metafora del sangue, in cui è contenuta la nostra identità storico-artistica, possiamo dire che la falsificazione di opere d’arte è un veleno sottile. Infatti, il danno che produce non è una mancanza del bene ma un inquinamento, un’alterazione della conoscenza della storia e della percezione di un’opera. Oltre naturalmente al consistente danno economico di una truffa.
A differenza delle esposizioni dedicate ad opere originali, normalmente incentrate sulle loro qualità estetiche, sulla ricostruzione storica e l’analisi critica di personalità e correnti artistiche, questa mostra vuole essere una chiara denuncia visiva dei danni che la falsificazione insinua nella fruizione culturale e nel mercato dell’arte.
Il termine “fabbrica” indica la struttura organizzata del fenomeno. Che siano capannoni industriali, garage condominiali o appartamenti di insospettabili cittadini, si tratta di vere e proprie fabbriche organizzate per produrre falsi in maniera seriale, intercettando fenomeni e artisti particolarmente graditi al mercato. La tipologia delle opere sequestrate indica la varietà che c’è dietro questo mondo che dal falsario isolato vede anche organizzazioni criminali che strutturano questo reato in modo sistematico e particolarmente invasivo, agendo sia a livello nazionale che internazionale. Significa spargere un veleno, quale la contraffazione ad ampio raggio, ad un pubblico che non può sospettare la natura fraudolenta delle opere che acquista.
La portata del fenomeno fa leva essenzialmente sui bisogni del mercato che induce a produrre appositamente beni appetibili, tipicamente come investimento o come status symbol. In entrambi i casi è difficile che il compratore abbia la competenza, per cui si fida delle certificazioni, ma se sono false anche quelle?...
Il termine “falso” contiene differenze tecniche e legali tra falso, copia e falso d'autore con diverse responsabilità connesse. Per fare un esempio, la copia d’autore viene dichiarata con la firma dell’artista che l’ha prodotta, quindi è legittima, ma il meccanismo della truffa arriva a cancellare quella firma e a sovrapporre quella falsa del vero autore dell’opera originale! Una rete di contraffazione e vendita, che coinvolge compratori ignari e artisti ignari.
La truffa, infatti, non si limita a mettere in circolazione opere che fingono di avere un valore ben diverso da quello che effettivamente hanno, ma si estende anche a costruire false documentazioni su una loro presunta storia e false certificazioni di autenticità delle opere d’arte. Certificati di provenienza e di autenticità, etichettature e marcature sono normalmente considerati garanzie del valore effettivo dell’oggetto d’arte: perciò per ogni opera contraffatta si costruiscono anche le false prove della sua “autenticità.
Come contrastare questa attività illegale e dannosa?
La repressione non basta, occorre sviluppare una maggior consapevolezza, quindi non solo smascherare il crimine ma anche mettere i cittadini in condizione di sviluppare un’osservazione critica e quindi fare acquisti più consapevoli delle insidie nascoste in questo particolare mercato.
Svelare questi segreti significa fornire ai cittadini e ai futuri professionisti dell’arte gli strumenti per difendere la genuinità del mercato e per preservare l’idea di vero, di cultura, di arte, di storia. Una mostra quindi non solo espositiva, ma momento di riflessione e formazione di studenti, professionisti e cittadini, promovendo la cultura della legalità quale pilastro imprescindibile della fruizione collettiva della bellezza.
A questo riguardo, l’Università Roma Tre è polo di eccellenza, offrendo un percorso formativo interdisciplinare e interdipartimentale (13 dipartimenti!) volto a formare custodi consapevoli della legalità per il patrimonio ambientale, sociale, culturale ed economico.
Ormai la lotta al falso è una sfida globale che richiede una sinergia tra forze dell’ordine e mondo accademico; questa mostra, appunto, è il frutto di una sinergia virtuosa tra il Dipartimento Studi Umanistici e il nucleo TPC di varie sedi, integrando la prospettiva scientifica e didattica con quella investigativa e operativa, con un approccio multidisciplinare che favorisce la comprensione e prevenzione dei reati.
L’iniziativa fa parte del Progetto PRIN-FATA (PRIN = progetti di rilevante interesse nazionale, FATA = From Authenticity to Art) finanziato dal Ministero dell'Università e della Ricerca italiano (MUR) con l’obiettivo di rafforzare le basi scientifiche del Paese attraverso il sostegno a progetti di alto profilo; questo in particolare mirato a mappare, catalogare e contrastare la falsificazione di opere d'arte e reperti archeologici attraverso strategie innovative.
Nel percorso espositivo, accanto alle opere grafiche vengono mostrati gli strumenti dell’inganno: dalle bombolette spray e mascherine stencil ai supporti cartacei ingialliti artificialmente, al recupero di materiali ormai in disuso come la carta carbone e alle macchine da scrivere d’epoca utilizzate per confezionare false expertise retrodatate di decenni.
I falsari si sono attrezzati anche con la produzione fraudolenta di timbri a inchiostro o a secco, perché le loro impronte sono elemento fondamentale per reperire informazioni sulla provenienza e sulla vita di un’opera.
Normalmente è l’errore tecnico dovuto a distrazione che rivela il falso, per quanto ben fatto. È così che erano in circolazione 35 stampe false (strapagate!) di donne nude di Picasso, di cui la prima a sinistra senza ombelico... ma chi ci fa caso ad un ombelico in una stanza piena di donne nude?!...
Nella mostra vengono documentate tre grandi operazioni, importanti indagini svolte dai Carabinieri TPC: Half Dollar, Quadro Sicuro e Olga.
In particolare, l’operazione “Quadro sicuro” ha portato alla luce un vasto sistema di quadri falsi spacciati per veri. Dipinti di Guttuso, De Chirico, Fontana venivano messi in vendita a prezzi imbattibili con tanto di certificazione di autenticità contraffatta. Questo dà la misura di quanto sia varia la tipologia di opere che i falsari possono riprodurre per assecondare le richieste del mercato che di epoca in epoca si manifestano e promettono guadagni cospicui.
L’inchiesta, condotta dalla Procura della Repubblica di Prato sulla base delle indagini svolte dai Carabinieri del Nucleo TPC di Firenze, ha individuato un consolidato sodalizio criminoso con sede a Firenze e ramificato nel Centro-nord Italia, che si avvaleva di emittenti televisive terrestri e satellitari per immettere sul mercato opere falsificate.
Nel percorso sono esposti i materiali sequestrati e confiscati dall'autorità giudiziaria, consentendo a studenti, ricercatori e al pubblico di comprendere le tecniche, gli strumenti e i documenti utilizzati dai falsari. Terminata la mostra, gli oggetti del reato non vengono distrutti ma utilizzati per l’attività di ricerca che viene svolta nel Laboratorio sul Falso, centro di eccellenza nato nel 2017 all’interno dell’Università, che funge da centro di ricerca e studio permanente per sviluppare una conoscenza delle tecniche di contraffazione attraverso lo studio dei reperti che vengono schedati, catalogati e digitalizzati al fine di fornire una banca dati e un museo virtuale per la diffusione della cultura della legalità nello specifico ambito dei beni culturali.
Nel momento in cui le opere falsificate varcano la soglia del laboratorio, cambiano definitivamente di status: da oggetti di truffa e speculazioni commerciali diventano materiale didattico di grande valore e spesso si rivelano preziosi casi di studio contribuendo alla formazione di professionisti in grado di riconoscere il modus operandi dei falsari, che con i loro espedienti tecnici e narrativi, nel loro insieme, compongono un’industria tanto pericolosa quanto dilagante.
Alla luce di queste considerazioni, per quanto possa sembrare strano, nel passaggio da crimine a risorsa si delinea l’esigenza di intervento conservativo anche per i falsi, che nella loro attuale funzione di strumenti didattici e scientifici richiedono come gli originali di essere preservati.
A valle di tutto questo mi è venuta una riflessione personale sul mercato dell’arte: mettendo da parte la motivazione all’acquisto per investimento, che ha un senso, invece la ricerca dello status symbol produce fenomeni commerciali strani che hanno comunque a che fare con l’idea di falso.
L’ho scoperto, meravigliandomene moltissimo, per una esperienza personale. Volevo far valutare il ritratto del mio bisnonno a firma di Vittorio Corcos, di Livorno, uno dei maggiori pittori italiani della Belle Époque a Parigi e amato ritrattista della bella società livornese. Gli esperti mi dissero che se fosse stato il ritratto di una bella donna con uno sfondo, avrebbe avuto una quotazione alta, ma un uomo anziano e austero, per quanto elegante, ma che non sorride e senza nemmeno mostrare la sua scrivania poteva essere apprezzato solo nel “mercato degli avi”... Come sarebbe??? Chiesi stupita. Ebbene, ci sono persone che pur di costruirsi una storia familiare di prestigio comperano ed espongono i nonni degli altri!
La falsità può essere nell’oggetto (esempio: un Rolex falso) oppure la falsità è in ciò che si vuole rappresentare attraverso l’oggetto. Forse non c’entra molto, ma nella mia mente l’idea di falsità si estende anche all’intenzione, ad una falsità consapevole, ad un inquinamento della realtà... e questo trova sempre il suo mercato.
Forse ho divagato un po'...


























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