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Qui Roma... Più obelischi che in Egitto, un altro primato mondiale

11 minutes ago
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Se dico “Egitto” penso Piramidi, Obelischi, Nilo, Faraoni e... Cleopatra, l’ultima regina, che concluse la sua vita intrecciandola per sempre con la storia di Roma. A Roma c’è tutto questo, è sotto i nostri occhi e sotto i nostri piedi (e lì resta finché non scaviamo), dove la storia riposa. A Roma c’è più Egitto di quanto pensiamo. C’è persino una piramide, ma soprattutto ben tredici obelischi, la più alta concentrazione mondiale, mentre in Egitto ce ne sono appena nove. Il nome con cui li conosciamo è in realtà un nomignolo coniato dai greci: obelos significa spiedo e il diminutivo obeliskos... “spiedino”. Gli è rimasto quel nomignolo ironico, a dispetto di ogni altra definizione tecnica o sacra. Nel simbolismo degli antichi Egizi l’obelisco era un raggio di sole fatto pietra, cioè la comunicazione diretta tra il faraone e il dio sole (Amon-Ra) per invocare protezione o gigantesco ex voto per ringraziare di una vittoria, adornavano importanti santuari ed erano decorati con numerose iscrizioni in geroglifico scolpite e la punta ricoperta di oro (pyramidion) che rifletteva appunto la luce del sole.


Nati oltre 4.000 anni fa, questi imponenti monumenti hanno vissuto alterne vicende e significati: per gli egizi erano simboli religiosi, per i romani di potere, per il Medioevo “opere del demonio”, per il Rinascimento elemento centrale dell’arte e dell’architettura. Hanno visto passare faraoni, papi e re... sono finiti ovunque, Londra, Parigi, Istanbul, persino a New York, ma soprattutto a Roma. Con la conquista dell’Egitto (I sec. a.C.) da parte di Ottaviano Augusto, fondatore dell'Impero romano e primo imperatore romano, divennero bottino di guerra, trofei di vittoria e simbolo di dominio. Gli imperatori romani rimasero  affascinati dalla cultura egizia e li trasportarono a Roma per mostrare al mondo la forza e la grandezza dell'Impero Romano. Come se fosse facile spostare 200-300 tonnellate in un pezzo unico di pietra durissima... oggi li diamo quasi per scontati al centro delle maggiori piazze e impegnati nel traffico quasi non alziamo più lo sguardo, ma non sono nati lì dove li vediamo. Trasportare questi enormi monoliti di granito rosso di Assuan attraverso il Mediterraneo per poi risalire lungo il Tevere fino a Roma richiese imponenti imprese ingegneristiche. Dal momento in cui l’Egitto diventa Provincia romana accade quindi che nella Caput Mundi la moda orientale dilaga: vengono importate statue, modelli architettonici e perfino il culto di Iside e Osiride trova innumerevoli seguaci. Una sorta di Egittomania! Ma cosa è rimasto di questo fenomeno? Molto più di ciò che pensiamo.

Qualche esempio? l’ingresso alla scalinata monumentale che conduce sulla magnifica piazza del Campidoglio è segnato da due leoni con postura da sfinge appartenenti al grande tempio di Iside, la dea egizia della fertilità e della magia. Sul fondale della piazza troviamo la fontana della Dea Roma con il mondo in mano vestita in porfido rosso egiziano, materiale riservato a faraoni e dèi, ai suoi fianchi il Nilo sdraiato insieme al Tevere! L’uno con la sfinge e l’altro con la lupa. Per non parlare della piramide di Gaio Cestio, pretore romano che volle una sepoltura “stile egiziano”.



Potrei continuare all’infinito, sono infatti molti i reperti, più o meno ben visibili, che si possono incontrare in città e che rimandano all’antico Egitto: molti pezzi sono originali, portati qui nel corso dei secoli dagli imperatori romani, altri invece sono stati realizzati a Roma su ispirazione egizia; alcuni imperatori arrivarono a commissionare nuovi obelischi con tanto di geroglifici dedicati alle proprie gesta.


Il materiale  egiziano arrivava a Roma come gli obelischi, trasportato via mare dalle naves lapidariae in grado di portare ciascuna da 100 a 300 tonnellate di marmo; attraccavano alla statio marmorum di Ostia e da qui i marmi affluivano, risalendo il Tevere, nei magazzini di stoccaggio, come la statio marmorata sotto l’Aventino che dà il nome all’attuale strada.

 

Ma il tempo e la storia fecero comunque il loro corso e seppellirono tutto, anche gli obelischi. Quelli che sopravvissero alla fine dell’impero romano, ai saccheggi, ai terremoti, all’incuria, il Medioevo li considerò "opere del demonio" proprio perché questi “diabolici spiedi” in materiale durissimo erano ancora lì nonostante tutto: dilagò la furia di un integralismo religioso, vennero abbattuti e scomparvero dalla storia. Vennero ritrovati nel Rinascimento, sepolti sotto metri di terra, in pezzi.


Nella Roma dei Papi (XVI secolo), una Roma in piena rinascita, i vari pontefici decisero di recuperarli e innalzarli (soprattutto Sisto V con l’Arch. D. Fontana); furono quindi ripuliti dai simboli pagani, sormontati da croci cristiane o stelle e posizionati al centro delle grandi piazze (Piazza San Pietro, Piazza del Popolo, Piazza San Giovanni in Laterano) per orientare i pellegrini tra le grandi basiliche della città e per dimostrare il trionfo della Chiesa cattolica sull'Impero Romano. In altri contesti cittadini, furono riposizionati e reinterpretati in un linguaggio classico, dando vita a creazioni originali quali la fontana dei quattro fiumi (tra cui il Nilo) a piazza Navona o l’Elefantino della Minerva, il più piccolo obelisco della città, entrambi progetti del Bernini.

 


Gli obelischi rimangono oggi gli elementi più visibili e riconoscibili dell’influenza egiziana sulla cultura romana, ma all’epoca il più imponente segno fu certamente il santuario di proporzioni spettacolari dedicato alla dea Iside in Campo Marzio: l’Iseo Campense. Da lì proviene una quantità straordinaria di frammenti sparsi per le piazze e i musei di Roma. Il complesso sacro copriva un'area vastissima di circa 14.000 metri quadrati. Quando il tempio andò in rovina, i suoi arredi in granito, marmo e basalto rimasero sepolti nel sottosuolo. Oggi a Campo Marzio, in pieno centro storico, zona Pantheon, fiumi di turisti camminano inconsapevoli sulle sue macerie che determinano le salite e discese del piano stradale formatosi con gli strati successivi di storia e ricoperto dagli immancabili sanpietrini. Ma in superficie le sue tracce sono ben note ai romani: via del Piè di marmo, via della Gatta, via S. Stefano del Cacco... a Roma la toponomastica costituisce un indizio, ogni nome ha il suo perché. Durante gli scavi per la costruzione della chiesa di Santo Stefano riaffiorò la statua di un macaco, nel lessico popolare sinonimo di scimmia, che con le doppie consonanti tipiche del romanesco diventa facilmente macacco e per finire... cacco! E poi c’è una gatta posta sull’angolo del cornicione di un palazzo nobiliare, sia i gatti che le scimmie occupavano un posto di grande rilievo religioso e simbolico nella società egizia, pur avendo ruoli e significati molto diversi: i primi come protezione della casa e della famiglia (guai ad uccidere un gatto... in Egitto si rischiava la vita), le seconde simbolo di sapienza e aggressività all’occorrenza. Il “piè di marmo” è invece il frammento colossale di un piede sinistro con un sandalo tipicamente egizio che apparteneva alla gigantesca statua di Iside posta al centro del tempio, uno dei tanti frammenti sparsi per la città, come la pigna di bronzo che si trova in Vaticano (ovviamente nel “Cortile della Pigna”).



Il fascino di Roma non risiede unicamente nei monumenti storici ancora in piedi, ma anche nei ruderi e nelle rovine che raccontano le vicissitudini e i trascorsi di vite passate che hanno popolato la città eterna. Per conoscerle bisogna scavare... Immaginate come se dalla nostra cantina o soffitta (quel luogo dove nel tempo accumuliamo di tutto), “scavando” (rovistando) per cercare qualcos’altro, ci capitasse tra le mani un oggetto di qualche generazione precedente che non sapevamo neanche di avere e decidessimo di portarlo a casa come soprammobile, magari con un centrino sotto, o nella casa al mare per adornare il giardino. Risorti dall’ombra, completamente decontestualizzati, questi elementi entrano a far parte di un nuovo scenario e assumono nuovi significati. La loro storia entra a far parte del presente, piano piano finisce per appartenergli e nessuno ricorda più cosa fossero veramente. 


Questo è quello che è successo a Iside e al suo tempio. Il suo busto colossale, mutilato dai secoli, è finito con un basamento diverso (come capita agli oggetti sui centrini di pizzo) in un angolo di piazza San Marco accanto a Piazza Venezia, ben lontano da Campo Marzio!

Con la sua bocca socchiusa e lo sguardo ieratico (tipico degli dei) si è prestata bene ad incarnare  una delle celebri "statue parlanti" di Roma dove i romani usavano lasciare messaggi anonimi contenenti invettive e critiche ai governanti dell’epoca, ed è ancora oggi famosa come Madama Lucrezia (l’unica rappresentante femminile della combriccola, ricordate?). Ma chi era poi Lucrezia?... Una nobildonna napoletana molto chiacchierata, ce lo dice l’appellativo “madama”, ma questa è un’altra storia. Resta il fatto che Iside nessuno se la ricorda più... vox populi  alla fine vince sempre.

 


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